Buen camino!

Impressioni dopo un viaggio in Galizia

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2018

 

La via è tortuosa, scomoda, stretta. Qualche vescica e muscoli indolenziti. Talloni doloranti e tendini sotto sforzo. La testa ascolta il corpo e scandisce il passo dei piedi sul terreno. Il corpo, teso tra i due estremi, segue il ritmo dell’andatura.  
I pensieri fluttuano a mezz’aria in cerca di leggerezza. Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero. Si va. Cercando emozioni e luoghi, accompagnati da una fede oppure no. Basta mettere in moto le proprie gambe. Quanta sia la strada non importa. Si va con la pioggia il fango il vento. Ma nel frattempo ci si incontra e si condivide anche il silenzio. Ci si addentra in boschi di eucalipti e tra le colline inondate di girasoli, si oltrepassano paesi con quattro case e qualche vecchio seduto al bar. Si costeggia un rumoroso ruscello che salta tra sassi e rami caduti e poi si osserva il mare spumoso dall’alto della scogliera. L’aria tagliente arrossa le guance e il naso. Ci si perde nei viali di Burgos e si entra trattenendo il respiro nell’imponente cattedrale.
Si insegue il guscio vuoto ma evocativo di una conchiglia, simbolo dei cristiani medioevali che intraprendevano il Cammino verso il santuario di San Giacomo (Santiago) e in tempi ancora più antichi, allegoria sacra della fertilità, che metteva in cammino le coppie sterili nello stesso tragitto.
Ogni tanto la sua forma appare dipinta su una pietra o incastonata in ottone sul selciato. Nel suo involucro riunisce una folla di pellegrini sempre più numerosa, proveniente da ogni dove. Le tante lingue diverse si rincorrono cercando un codice comune, anche nei gesti.
Cabo Fisterra, come si dice in galiziano, o Cabo Finisterre, come più comunemente conosciuto, si protende per 600 metri sulla Costa da Muerte… Lì secoli fa si credeva finisse il mondo conosciuto ed erroneamente ancora si pensa sia la punta più a ovest del continente europeo, primato che spetta invece a Cabo da Roca, in Portogallo.  A picco sull’oceano Atlantico il faro, costruito nel 1853, illumina fino a 30 miglia marine ed è dotato dal 1888 di potenti corni di avviso ai naviganti, ma questo non è bastato a scongiurare diversi naufragi avvenuti sulla costa, nel XIX secolo, a causa dell’insidiosa nebbia che avvolge spesso questo territorio. Le calzature consumate lasciate al termine del viaggio appese al palo, qualche bancarella, tanti scatti vicino alla pietra che marca il chilometro zero. Un’asta di acciaio indica che da qui Roma è distante 2.327 chilometri, Barcellona 1.190 e Pechino 9.357.

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Senza zaino in spalla, sperimento un breve tratto di un percorso poco frequentato ma affascinante. Non fa parte del tradizionale Cammino ma è stato sicuramente battuto dai pellegrini nel passato. L’altopiano è quello che sovrasta la Costa da Muerte e che affaccia sulla ripida scogliera e poi scende a Malpica, piccolo porto galiziano che precede a nord Cabo Finisterre. Con una rudimentale piantina rimediata al campeggio, attraverso un piccolo villaggio deserto, campi coltivati e un boschetto, fino ad un sentiero sferzato dal vento atlantico con vista oceano. Tra terra e mare c’è un balzo impressionante. L’aria ha reso nitido il paesaggio e dà modo di spaziare con lo sguardo sulla frastagliata costa nord e sull’orizzonte. Dietro una curva, Il paese appare dall’alto, infilato in una profonda insenatura. Non è bello di per sé, con le costruzioni anni settanta in dissonanza con le vecchie case preesistenti, ma complessivamente l’atmosfera è carica di autenticità. Solo pescherecci e piccoli natanti attraccati alla banchina o ancorati in rada. Uomini che preparano uno scafo per l’uscita notturna, reti da pesca in ordine sulle barche, profumo di mariscos e fumanti piatti di polpo alla gallega che dilaga nei vicoli della marina. I gabbiani chiassosi invadono la baia e poi atterrano veloci su qualche avanzo di pesce sottostante. Simile, molto simile ad altri porti senza pretese del nord Europa. Paesaggio marittimo di sapore celtico, non fosse per gli orari a tirar tardi e per il carattere delle persone, estroverse ed accoglienti. Dopo il ristoro in una trattoria del porto, frequentata da allegri e rumorosi residenti, una ripida salita mi riporta con energie inaspettate sul ventilato pianoro in direzione contraria.
Conta solo il cammino, perché solo lui è duraturo e non lo scopo, che risulta solo essere l’illusione del viaggio.
Per molti pellegrini il faro di Finisterre è la vera tappa finale del Cammino di Santiago, anche se è oltre la città e la cattedrale. Scarponi e volti affaticati, un mix di tutte le età, a piedi, in bicicletta, persino sulla sedia a rotelle. Ognuno senza altro addosso che la propria storia e il proprio zaino. Chi cerca una comunione spirituale, chi una rigenerazione, chi nuovi compagni di viaggio, secondo le proprie esigenze e priorità. Ci si può redimere o rafforzare. Centinaia di migliaia di passi macinati sulle orme dei predecessori, dormendo in ostelli, poco e male, mangiando quando si fa tappa. Ci sono incomprensioni e insofferenza ma si prosegue. E’ la strada, sia essa inferno o paradiso, che contiene il germe del cambiamento. Le impronte smuovono la terra insieme alla consapevolezza che nulla sarà più come prima.
E’ tempo di ricominciare partendo da zero o rinsaldare ciò che ci si è lasciati dietro. I più si prepareranno a tornare a casa, altri non rientreranno, fermandosi qui, lontani dalla vita frenetica, in una dimensione più intima e aspra, senza voltarsi indietro.

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Le frasi in grassetto sono tratte da “il piccolo principe” di Antoine de Saint Exupéry.