Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - 4

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2018

Attraversa la porta del caffè con l’andatura che hanno i militari o i santi gesuiti: un passo deciso, quasi asburgico.

Non è il ventenne che conobbi a Vienna. Sono certo che anche lui pensa la stessa cosa. Allora ammiravo i suoi baffi ribelli e lui i mie payot. Ora io ammiro la sua barba ben curata e autorevole, lui può solo rammaricarsi per i miei acciacchi e i miei vestiti consunti.

Sul volto del mio giovane amico scorgo un’espressione tra il sorpreso e l’infastidito, non ha mai amato le persone risolute, né gli ordini, né gli uomini che sanno dare ordini, questo tratto glielo riconosco fin da quando me lo affidò sua madre. Detesta le uniformi, detesta tutto ciò che è coercizione.

«Non sopporto, non lo sopporto, Carmenu!» – mi disse una volta scoppiando in un pianto senza freno – «Mi ha chiuso nella stanza dove tieni i paramenti. Al buio. Da solo. Non sopporto che mi si obblighi a stare da qualche parte, contro voglia!»

Non era claustrofobia. Al contrario. Spesso, si chiudeva in quel magazzino, al buio a fissare la finestrella che tagliava lo scuro con una frusta di luce, appoggiato alle casse e seduto a terra. Mi diceva che amava guardare fuori, quell’angolo di cielo, osservare i passeri, i gabbiani e le cornacchie volteggiare. I piccioni, no. Gli piaceva il gracchiare scomposto e sgraziato delle cornacchie. «Mia madre mi ha raccontato che le cornacchie e i corvi, in un posto lontano, più o meno da dove viene mio padre, sanno parlare con parole umane, si fanno capire… I piccioni sono stupidi, invece. Non sanno parlare nemmeno in Cornovaglia.»

Il professor Orsi entra e si avvicina al nostro tavolo, sorride, altero ma affettuoso, mi stringe forte la mano, bofonchiando delle scuse: «Scartoffie, caro Ezra, scartoffie a non finire. Se fosse per la burocrazia non si farebbe nulla, per questo è meglio andare a scavare fuori, Turchia, Egitto, Mesopotamia o in Bactriana … Rischio che tra cent’anni gli archeologi del Duemila mi trovino mummificato con una nota della Prefettura di Vattelapesca in mano.» E scoppia in una risata sonora e felice. Lo seguo. Paolo è un grand’uomo. Corto resta perplesso, ha capito solo metà del suo discorso, ma i nomi di quei posti lontani, si vede, lo affascinano. Ho l’impressione che quegli occhi sono già altrove.

«Toh, piccolo. Come ti chiami?» – gli dà un buffetto sulla guancia e gli allunga una caramella alla carruba che ha tirato fuori con eleganza dal taschino del panciotto.

Corto ringrazia con un filo di voce – «Grazzi! Jien jisimni Corto.»

«Bene, Ezra.» - il professore sfila i guanti di capretto e li poggia assieme al bastone e al cappello a tesa larga sul tavolinetto – «Ho visto il carretto fuori. Ho visto che Giovanni ti ha dato quanto.»

Giovanni è l’usciere del museo. Un ragazzone robusto e sanguigno, piuttosto taciturno e con la barba perennemente lunga di tre giorni.

Corto ci osserva con attenzione, pronto ad afferrare ogni inflessione inconsueta della mia voce e ad annuire agli svolazzi verbali del mio amico.

«Ti ringrazio, Paolo. Hai fatto una cosa che ricorderemo negli anni a venire. Non dovevi, potresti passare dei guai con quelli della Direzione generale per le antichità.»

«Figurati. Chi vuoi lo venga a sapere. Eravamo solo io e Giovanni quando l’abbiamo trovato. E poi i reperti medievali, non interessano quasi a nessuno. Guardati intorno: qui tutto parla della grande Siracusa dei Dinomenidi, di Archimede e di tutto questo “vecchiume”.» – Scandisce la parola vecchiume sorridendo e accarezzando la testa di Corto – «Infondo è vostra, credo che serva più a voi che non alla Direzione.»

Ha ragione. Serve più a noi e ai fratelli al di là del mare, che non al Regno d’Italia. E poi è nostra questa cosa, è nostra nostra. C’è il sangue della mia gente su questa cosa.

Corto non riesce a seguire bene, ma è affascinato dal tono di voce del professore.

«Basta! Cosa prendete? Siete miei ospiti, qui fanno dei macallè fenomenali…» – dalla nostra espressione Paolo capisce che non abbiamo capito – «Sono dei cannoli di pasta fritta, morbida… li chiamano così perché, dicono, li ha portati il maggiore Giuseppe Galliano dall’Etiopia. Galliano, sì quello che è morto ad Adua, sì Adua come questo caffè… È una sciocchezza, evidentemente. Ma comunque… Per piacere!» – fa segno al cameriere che trascinando la sua gamba offesa si avvicina più velocemente che può – «Allora, cosa prendete?»

«Granita iċ-ċawsli!» – esclama Corto.

«Per il ragazzo granita ai gelsi e un macallé, per me una al limone, grazie.» – faccio io.

«Ha sentito? Per me invece un caffè, lo faccia lungo e tre biscottini al burro.»

 

[Continua]