Josefa si lava le mani

Racconto

di Nick Neim

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2018

 

Una notte, intanto che il tempo ti sta consumando,
scopri la cattiveria della vita.
Poi ti guardi allo specchio e capisci che la vita
non è né buona né cattiva,
sei tu che la vivi in un modo o nell’altro.


Carl si chiamava. A guardarlo disteso, immobile, soltanto gli occhi mutevoli e attenti, si indovinava che doveva essere stato massiccio e voluminoso. Giaceva nel letto occupandolo per tutta la lunghezza; il corpo inerte appariva magro e ossuto. Attraverso la pelle e quello che rimaneva dei forti muscoli, si intravedevano le grandi ossa che avevano formato la sua figura. Una volta, quando era all’in piedi, doveva essere stato di sicuro un uomo imponente. Carl non poteva muoversi, riusciva a compiere piccoli movimenti con il capo, eseguiva spostamenti laterali con la testa, riusciva a fare mulinare due dita – il pollice e l’indice – della mano destra, portava avanti e indietro il grande piede sinistro ed era capace, se era particolarmente eccitato, di compiere un lieve lavorio con la gamba destra muovendo il ginocchio, apriva e chiudeva le palpebre, ruotava gli occhi, muoveva le labbra e spalancava la bocca per deglutire e per emettere un mugolio bovino che gli proveniva dal profondo della gola. Soltanto questo.  
Adesso stava riposando. La cassa toracica si alzava e abbassava con ritmo lento e regolare, somigliava al moto oscillante di una massa d’acqua che si muova per una forza che giunga da lontano che la fa alzare e abbassare senza rimescolarla: prima su e poi giù, su di nuovo e poi di nuovo giù, senza fine, senza alcun cambiamento di ritmo. Il moto perpetuo, inesauribile. Sessant’anni, tanti ne aveva Carl, di cui gli ultimi tre trascorsi in quel letto di alluminio, in quella stanza ombrata e fresca, in mezzo all’odore di alcool e disinfettante. Avvicinandosi al letto si percepiva che lui odorava di borotalco, però. Il borotalco lo aveva voluto Josefa; gli infermieri glielo avevano detto chiaro.

 

  • - La comunità non passa il borotalco né altra polvere profumata, ci deve pensare lei se non vuole avvertire l’odore freddo di pelle inferma e avvizzita che viene dal corpo del paziente.

 E Josefa portò il borotalco che si incaricava personalmente di strofinare in tutto il corpo.  
Quando gli infermieri finivano con le loro pillole e le loro punture e gli inservienti ultimavano le pulizie della stanzetta e del piccolo bagno, se ne andavano lasciandola sola con Carl. Lei restava nella stanzetta con il corpo di lui, chiudeva la porta alle sue spalle, si avvicinava al letto dove giaceva suo marito, lo guardava con occhi privi di ogni rivelazione, spostava completamente il lenzuolo che lo copriva lasciandolo in quel suo pigiama a fondo grigio con righe azzurre. Poi lentamente, con metodo, cominciava a spogliarlo, lo denudava completamente per tutto quanto era lungo e ossuto e spigoloso: le mani enormi, i piedi taglia quarantasei, le lunghe gambe dimagrite e grinzose, il ventre scavato come una piccola conca, il torace simile a una cassa sbilenca rivestita da pelle bianca e crepata, il collo allungato con due corde nervose tese a sostenere il capo ovale, simile a un melone con la calotta a punta e pochi capelli radi tagliati corti, gli occhi incassati in due fosse violacee scure, profonde, scarnificate, sovrastate da sopracciglia radi di pochi peli grigiastri e lunghi. Questo era Carl, il marito di Josefa.
Anche quella mattina Josefa stava seduta a lato del letto, le mani in grembo. Gli inservienti erano usciti da pochi minuti e lei aspettava che si allontanassero nel corridoio, che entrassero nell’altra stanza, che non ritornassero indietro, alla sua stanza. Voleva essere sicura. Stava immobile ascoltando i rumori. Fino a quel momento Carl era stato calmo, rilassato, sereno si sarebbe detto. Aveva seguito con gli occhi gli inservienti nel loro trafficare per la stanza spostando lateralmente la testa poi, quando quelli avevano aperto la porta per uscire, aveva muggito lievemente come a volerli richiamare.

- Ciao, Carl, non ti lamentare, ti lasciamo nelle mani di tua moglie.

Gli rispose Vincent, invece Andrej accennò un sorriso agitando la mano in segno di saluto. Scomparvero al di là della porta. Carl chiuse gli occhi, non voleva più vedere, non voleva sapere quello che avrebbe fatto Josefa. Il verso quasi bovino del marito non produsse alcun effetto su di lei che rimase seduta come fosse la statua raffigurante una donna seduta in camera d’ospedale; e non le fece cambiare programma: quello era e quello doveva continuare ad essere. Dopo un poco la donna si mosse, si sbloccò l’indifferenza della statua e si frantumò l’immobilità nella stanza. Adesso era sicura che gli inservienti non sarebbero ritornati indietro, magari perché si erano dimenticati qualcosa, si alzò dalla sedia, posò la borsetta nera di finta pelle sul tavolinetto, si tolse il soprabito poggiandolo alla spalliera della sedia, entrò nel piccolo bagno, aprì l’armadietto per prendere il grande barattolo con il borotalco, un piccolo asciugamano e ritornò a fianco del letto, ferma a guardare il lenzuolo che copriva Carl.
Era alta, Josefa, alta e snella, sembrava esile ma non lo era. Dritta come un soldato imperiale e impettita, seno piccolo, fianchi larghi adatti ad accogliere il corpo di un uomo, capelli ramati, lunghi, raccolti in crocchia dietro la nuca, pelle liscia, bianca, bella in viso con dorate lentiggini addensate alla radice del naso e sotto gli occhi. Un angelo doveva essere stata Josefa, un bellissimo angelo dalle lunghe braccia e dalla gambe robuste e piene. Si abbassò per poggiare le mani dalle allungate dita sottili – da pianista, le diceva sua madre, da ragno arrampicatore la prendeva in giro sua zia – alla sponda del letto, guardò il marito come faceva sempre; negli occhi nessun messaggio per l’uomo che adesso non la guardava, non voleva vederla. Poi prese il lembo del lenzuolo che copriva il lungo corpo, lo sollevò tirandolo, lo piegò in quattro e lo poggiò alla spalliera del letto, prese l’orlo inferiore della giacchetta del pigiama, lo tirò per sbottonarlo e lo aprì completamente lasciando scoperto il torace del marito, agganciò con le due mani l’elastico dei pantaloni del pigiama e li abbassò fino alle caviglie. Osservò per un momento il grande corpo nudo, poi con delicatezza cominciò a massaggiarlo con quelle sue dita che si muovevano come cercasse note su una immaginaria tastiera o s’arrampicassero su pareti cercando fessure o crepature. Cominciò dalle mani, proseguì con le braccia, le spalle, il petto, i fianchi, passò alle dita dai piedi, le caviglie, le gambe, le ginocchia, le scarne cosce e il bacino e il plesso solare. Massaggiava usando l’intera mano aperta o la punta delle dita, a strisciare o strofinare o carezzare, oppure a colpetti con la palma delle mani. Non ci fu parte del corpo che non sollecitò, non ci fu muscolo che non pressò. Tutto tentò di risvegliare. Poi lo fece rotolare e lo mise a pancia in giù. Lo sistemò perché stesse comodo, gli sfilò la giacchetta del pigiama e ricominciò dai fianchi a lisciare, premere, colpire leggermente con le dita o il palmo della mano, non tralasciando nessuna parte dell’ossuto corpo del marito. Non appariva affaticata in questa sua esplorazione del corpo del marito, era intenta e concentrata, sembrava cercare qualcosa che non riusciva a trovare. Quando finì lo fece rotolare di nuovo e lo rimise a faccia in su e lo sistemò per bene. Prese il piccolo asciugamano, andò al lavandino del bagnetto, si insaponò le mani, le lavò con cura e, intanto che si asciugava, rientrò nella stanzetta accanto al marito che a quel punto giaceva immobile, completamente nudo, ad occhi chiusi. Sul fondo delle fosse oculari due stille di lagrime, che i suoi occhi avevano spillato, rilucevano come acqua in due tazze scure. Josefa si sedette di nuovo a lato del letto e rimase a guardarlo. Carl girò il capo verso la moglie, aprì le palpebre e ne incontrò lo sguardo. Il vuoto assoluto negli occhi della donna, la disperazione completa negli occhi dell’uomo.

  • - Carl, il tempo di riposarmi un poco e riprendo, un poco di pazienza, adesso ti passo il borotalco.
  • - Nnneeeuuuhhh.

 

Fece Carl contraendo i muscoli dello stomaco per cacciare fuori quella specie di muggito flebile e prolungato.

  • - Non essere impaziente.

 Nella voce della donna non c’era animosità, fastidio, avversione o simpatia, soltanto un suono monotono privo di ogni sentimento: stava comunicato semplicemente il programma. L’uomo rimise il capo dritto, richiuse gli occhi e rimase immobile. La donna si sedette, raccolse le mani sul grembo e chiuse gli occhi anche lei. Rimase così, seduta e immobile come il marito. Il suo pensiero tornò al passato, alla ricerca di un tempo di trentatré anni fa, quando lei ne aveva soltanto quindici e lui ne aveva ventisette, quando lei era una ragazza ancora, fattasi donna da appena tre anni, con il cielo negli occhi e l’infinito nel petto, quando lui era un gigante già, che venne da suo padre e pretese quella figlia in sposa.
Questo viaggio nel passato era un cammino che lei aveva imparato a fare quando le fu detto che doveva massaggiare il corpo del marito per evitare che facesse le piaghe, per stimolare i suoi pochi muscoli rimasti attivi, per aiutare la circolazione del sangue. Lei non conosceva il corpo del marito, non l’aveva mai guardato, non lo aveva mai esplorato; fu allora che lo scoprì, quando lo ebbe nelle sue mani. Apprese a maneggiarlo e in questo modo conobbe, in ogni particolare, il corpo del marito che non reagiva ai suoi massaggi, ai suoi strofinamenti, ai colpetti con le dita o con tutta la mano. Lo sperimentò inerte e privo di forza; gli sfiorava le labbra che non avevano mai baciato la sua bocca, passava delicatamente le dita su quegli occhi che non le avevano mai sorriso, gli massaggiava le grandi dita che non l’avevano mai carezzata; in questo modo ne rinvenne i nei scuri e rotondi sul petto, la verruca sul braccio sinistro, la macchia nera sulla spalla destra, le diverse ferite – piccole e grandi, di diversa natura – alle gambe, i peli delle ascelle e del pube, e quel membro che aveva avvertito dentro di sé per tanto tempo ma che non aveva mai guardato o preso in mano.
Lei non sapeva di uomini, Carl era stato il primo, l’unico e il solo. Lui invece conosceva bene le donne ma non le rispettava, non ne aveva riguardo, non le amava: le voleva soltanto possedere. La prima sera, quando se l’era portata nella sua casa alla periferia, l’aveva fatta stendere nuda sul letto, l’aveva inumidita con la saliva e l’aveva deflorata nel dolore e nella paura. Tutte le notti così, tutte le notti senza capire perché, senza sapere come fermarlo. Giunse la gravidanza e fu quella a fermarlo soltanto per gli ultimi due mesi. Riprese dopo un mese dal parto. E così per nove figli, di cui sei morti prima del parto, e soltanto tre vivi. Poi lei non fece più figli e lui non si fermò più, fino alla notte in cui gli giacque sopra come morto. In ospedale lo salvarono ma rimase paralizzato in quasi tutto il corpo, soltanto pochi movimenti: deglutire, orinare, defecare, grugnire o muggire per comunicare, indicare col dito, negare o assentire con la testa, aprire e chiudere gli occhi con i quali la guardava impossibilitato però a dirle ciò che di sicuro pensava. 
Poi un giorno, intanto che lo massaggiava, ancora non usava il borotalco, intanto che lo manipolava all’inguine, vide che il membro lentamente si gonfiava. Non ci badò ma i giorni successivi il turgore man mano diventò completo e lui aveva cominciato a muggire e grugnire per farle capire che non doveva fermarsi, che doveva continuare. Obbediente a quell’ordine mugghiato, lei non si fermò fin tanto che un liquido denso e biancastro le impiastricciò le dita. Carl aveva reagito ai massaggi della donna e in qualche modo era giunto al piacere. Iniziò un altro calvario, d’allora  il marito fece capire e pretese, con i suoi muggiti, che la moglie lo eccitasse. Divenne una pratica costante e Josefa non sapeva come sottrarsi a quella specie di nuova tortura  Poi un giorno – ci aveva ragionato su parecchio per trovare una soluzione, la cosa però, avvenne quasi per caso – trovò il modo di vendicarsi, trovò il modo di fargliela pagare a quel marito che l’aveva martoriata per ventisette anni.  Adesso che era steso su quel letto cigolante e non le faceva più paura e non la poteva più afferrare per la vita e buttarla sul letto, si ingegnò a trovare un modo e lo trovò: era nelle sue mani come lei era stata nelle mani di lui.
Ora Josefa ha riaperto gli occhi, ha rivisto le immagini della sua vita, come ogni giorno ha avvertito il dolore delle sue viscere e la morte del suo cuore. Si alza, prende il barattolo del borotalco, ne versa un poco nella mano sinistra e comincia a spargerlo su tutto quel corpo inerte. Un odore intenso e fresco si sprigiona, riempie la stanza. Carl chiude gli occhi e altre lagrime affiorano sul fondo delle orbite. Il borotalco è il suo profumo preferito. Lo usava ogni volta che lei faceva il bagno, la faceva stendere sul letto e, dopo averla cosparsa di borotalco in tutto il corpo, la inumidiva con la saliva in mezzo alle gambe e la penetrava con il grande membro, inebriato da quel profumo.

- Il profumo del borotalco mi eccita.

Le diceva dopo. Adesso che il corpo di Carl è cosparso di borotalco lei comincia di nuovo a manipolarlo e massaggiarlo in tutto il corpo come aveva fatto prima, questa volta però giunge fino al membro che fino a quel momento è rimasto inerte. Lui muggisce il suo ‘nnneeeuuuhhh’ ma lei non lo ascolta; ormai sa come farlo gonfiare, come farlo rizzare, come eccitarlo. Continua a manovrarlo, con delicatezza – scopre e richiude, scopre e richiude – fin tanto che i muscoli del plesso solare cominciano ad avere delle lievi contrazioni. È in quel momento che Josefa si ferma, non conduce il suo uomo all’eiaculazione, si blocca qualche attimo prima lasciandolo nell’atto incompiuto. Ancora quel ‘nnneeeuuuhhh’ prolungato e infinito di lui. Josefa si siede. Non lo tocca più. Aspetta pazientemente che il membro si sgonfi, che l’eccitazione passi. Per alcuni minuti Carl ha muggito, ha scosso la testa a destra e a sinistra, ha mosso le dita e il grande piede, l’ha guardata come volesse arderla viva poi, lentamente si calma, si rilassa, si abbandona. Allora Josefa si rialza, si accosta di nuovo a quel grande corpo e riprende a manipolarlo tutto fino a giungere di nuovo al membro che di nuovo si gonfia, si alza. L’uomo di nuovo giunge all’eccitazione, è pronto per eiaculare ma, proprio alcuni momenti prima del culmine, la donna si ferma un’altra volta, gli poggia le mani sul petto come a sincerarsi che non spicchi il salto per giungere al piacere. Che non le sfugga! Poi si allontana, si siede ancora una volta e lo osserva dibattersi in quello spasmo finale che non riesce a raggiungere, implorando con quel suo grugnito o muggito che sia, intanto che lacrime s’accumulano nelle fosse oculari. La donna aspetta che l’uomo si calmi ancora una volta, in viso è bianca come la cipria che continua a versare sul corpo del marito, i denti serrati nella determinazione poi, come prima – ha un compito da portare a termine – riprende per riportare di nuovo il suo uomo al limite del piacere e lì lasciarlo, impedendogli di sprofondare nella soddisfazione dell’appagamento, della liberazione eiaculatoria. Carl muggisce ancora una volta il suo godimento sfuggito, grugnisce la sua rabbia contro la donna che lo sta torturando con il piacere impedito, negandogli il raggiungimento dello spasmo dolente dell’eiaculazione.
Adesso la donna si è fermata, non riprende più le manipolazioni. Carl non reagisce quasi più, soltanto lacrime e grugniti di pietà, fin tanto che si calma di nuovo e giace ad occhi chiusi come fosse morto. Josefa si alza, guarda quel viso stanco adesso di nuovo calmo. Al quel punto la donna, con delicatezza, come dovesse prendere i fili di una argentata ragnatela,  avvicina entrambe le mani al volto del suo uomo, accosta i lunghi indici alle fosse oculari e ve li introduce fino a bagnarsi i polpastrelli con le lacrime ivi raccolte, ritira le lunghe – infinite sembrano – dita, si inumidisce le mani, ripete il movimento due, tre e quattro volte e poi, con quell’umido, fa l’atto di lavarsi le mani. Soltanto allora il colore rosato ritorna sulla sua pelle e i denti si disserrano restituendole la bellezza di un tempo. Finisce asciugandosi nella piccola asciugamano. Così è da diversi mesi.