Il cattivo del rugby

"Quei dirigenti che continuano a restare in sella nonostante i risultati ottenuti"

di Meno Occhipinti

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    Alfredo Gavazzi


    Data pubblicazione: 14 settembre 2018

Dunque, ormai è chiaro: nel rugby c’è del buono (i valori di lealtà, sacrificio, altruismo, il senso di responsabilità e il rispetto per l’avversario e l’arbitro sono indiscutibili) ma c’è anche del brutto (questi stessi valori a volte, purtroppo sempre di più, sono sminuiti o, peggio, ignorati).

Sfortunatamente, chi ama questo sport, e lo ama in modo sincero, deve anche fare i conti con l’aggettivo “cattivo”. In questo caso “cattivo” non è il giocatore che fa un brutto fallo (capita, ma i falli, anche quelli volontari, non sono [quasi] mai premeditati) o il pubblico che fischia il giocatore avversario che sta calciando una punizione (il rispetto per l’avversario dovrebbe valere anche per i tifosi), ma è dentro il mondo stesso del rugby nel momento stesso in cui i protagonisti negano che ci sia del brutto in questo mondo.

Il cattivo sta in quei dirigenti che, per interesse, barano nel comunicare il numero dei tesserati Fir, numero fondamentale per capire in che direzione sta andando il movimento rugbistico italiano. È successo nel 2015, quando l’attuale dirigenza aveva reso noto che i tesserati in Italia erano circa 85.000, in aumento rispetto agli anni precedenti, mentre uno studio statistico di un consigliere del Comitato Veneto ha poi scoperto che invece non erano più di 50.000.

Il cattivo sta in quei dirigenti che continuano a restare in sella nonostante i risultati ottenuti, sia a livello economico che sportivo dovrebbero indurli alle dimissioni. Fino a qualche stagione fa il bilancio Fir era sempre stato chiuso in attivo, quello del 2015 si è invece chiuso con una perdita di oltre 2 milioni di euro e quello del 2016 ancora in perdita di 640.000 euro. Inoltre, dal 2012 al 2016, la dirigenza Fir ha speso circa 11 milioni di euro in più rispetto a quanto entrato in cassa, azzerando in pratica la liquidità disponibile. Tutto questo è frutto di scelte, come la decisione di partecipare alla Celtic League/Pro12/Pro14 con due formazioni o quella di far nascere 9 Centri di Formazione Permanenti Under18 (adesso ridotte a 4), che hanno un costo non indifferente. Scelte fatte per far crescere il movimento ma che, invece non hanno sortito l’effetto sperato. Da quando l’Italia è stata ammessa al Sei nazioni, nel 2000, la nostra Nazionale ha giocato 92 partite e ne ha vinte solo 12. Lo stesso si può dire per la partecipazione delle nostre due formazioni (Benetton e Aironi/Zebre) a quella che prima era denominata “Celtic League” e adesso si chiama “Guinnes Pro14”: le squadre italiane hanno centrato 81 volte la vittoria su un totale di 350 partite giocate. Risultati deprimenti!

Ciò nonostante si continua giocare a rugby e ogni settimana ci sono migliaia di atleti, di tutte le età e di tutti i livelli, che entrano in campo per affrontare, in modo leale, i loro avversari e con cui dopo vanno a bere una birra in amicizia.

Forse perché il rugby è come un virus che, una volta contratto, non si può più debellare.