Poesia Emergente

Giulia Catricalà, in arte "Elettropoesia": una poesia elettrica

di Ester Procopio

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2018

 

Il suo nome d’arte, o meglio, il nome della sua pagina Facebook è “elettropoesia”. In effetti, la poesia di Giulia Catricalà, come elettricità statica nell’aria, chiede di essere letta e folgorare, scaturire scintilla – gli occhi dei lettori come pali della corrente, veicoli-flussi-trasmettitori di energia poetica.

 

Nel cascame dell’umano 

Nel cascame dell’umano 
rumore, rotta e immobile,
riposa la mancata parola
che ti confidai un giorno.
E nel mondo che s’affolla 
d’opaco e di vano, fra
stormi di sogni estinti e 
traiettorie spezzate,
poco a poco si scrolla del
suo inessenziale dolore.

 

Ho scritto così tante 

Ho scritto così tante 
parole su così tanti
fogli. Come tarlo nei
legni, come formica
nella terra, ho scavato 
fino a consumarmi
i polmoni. Volevo 
scrivere di me e di te,
Volevo scrivere di 
un amore di ciliegio,
senza peso di uomo,
senza macchia di 
mondo. Ho provato
rigando il tavolo di
intenti. Ho pianto 
fra coriandoli di 
carta e di inchiostro 
come fanno i 
bambini con i loro
primi disegni.
Solo dopo ho capito
che l’addio non ha
voce né parola, ma
solo muta durata.

 

La parola è elemento labile: sembrava esserci, forse c’era davvero.  Ma la contiene un “inessenziale dolore”. Una simile parola non può che invocare il silenzio, la “muta” desolante concretezza di un’assenza.  

 

Agli occhi consolavi il 

Agli occhi consolavi il 
dolce sonno, silente e
limpida, come statua
greca mai rigata dal
tempo. I miei sogni ti
facevan da coperta. 
Un giorno ti rivedrò 
nel mondo, distratta 
e pensierosa, di luce
avvolta, e nel mondo,
di nuovo, ti perderò.

 

Ho costruito l'immagine di te

Ho costruito l'immagine di te
dal fondo dei miei sogni più 
cari, ho seminato sul nostro
sentiero, giorno dopo giorno,
cosicché avessimo radici e 
cortecce forti. Ho chiesto al 
vento aria, pioggia e rugiada
a farci crescere nel più verde
dei giardini. Volevo che la vita
con te avesse il suono delle
colombe e il colore delle albe.
Ma se il vivere morisse di attese,
se l'orma mia adombrasse la
tua, chiederei al cielo tempesta
e fuoco, per celarti nelle fosse 
del mondo, a far finta che il mio
volo più alto non fosse altro
che un sogno creduto realtà.

 

Eppure, di assenza e distanza la parola di Giulia si forgia e prende forza e, nell’assenza e nella distanza, trova la sua àncora.  

 

Non era il cielo di chiaro

Non era il cielo di chiaro
sentire, e le poche nuvole 
ingombravano il cuore di 
memorie tese. Orme 
rapprese di un’altra vita,
che non mi fu e non mi
diede. E qui mi ritrovo, a 
sera, a raccogliere i passi,
le fughe e le rese che mi
legarono le mani agli occhi.
E ancor oggi non s'allenta
la corda né sana la piaga.

 

Focus sull’autrice: Giulia Catricalà nasce a Roma il 17 giugno 1990. Si diploma al classico e continua a coltivare il suo amore per la letteratura presso la facoltà di Lettere della Sapienza, dove si laurea con lode. Nel corso degli anni universitari lavora come correttrice di bozze e collabora con alcune riviste di arte, scienze e cultura. La passione per la scrittura la avvicina al mondo del giornalismo, e, dopo uno stage all’Adnkronos, decide di iscriversi alla Scuola di giornalismo della Luiss. La poesia per lei è sempre stata un’attività segreta e silenziosa. Durante gli ultimi anni di studi trova il coraggio di pubblicare i suoi componimenti su una pagina Facebook da lei gestita, Elettropoesia (link: https://www.urly.it/3hkb). Inizia così a partecipare ad alcuni concorsi e  realizza il sogno di leggere le proprie poesie nella casa di Alda Merini a Milano, alla Camera del Lavoro di Milano, al Mudec (in occasione del Festival Internazionale di Poesia) e nella dimora estiva di Petrarca, autore che tanto ama.

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