Cattivo

Quando le parole vanno oltre le parole

di Saro Distefano

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2018

 

Nella mia lingua (con la quale non posso scrivere per esplicito divieto del direttore La Monica, cosa che mi costringe a numerose e doverose traduzioni nella lingua di Firenze), per dire “cattivo” con l’accezione utilizzata dagli italiani quando dicono “cattivo”, si dice “tinto”. E se dico “cattivo” dico tutt’altro.
Nel dettaglio: se dico “cattivo” parlando in siciliano dico di persona “catturata, prigioniera, resa schiava”.[1] Se invece debbo dire che una persona è cattiva, allora dirò che “è tinta”, laddove in italiano “tinto” significa colorato, pitturato.
Mi rendo conto che tale premessa rende ancora più complesso comprendere quanto scrivo, già di suo sovente complicato e assai difficile da comprendere, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
Sono persone cattive, secondo me, quelle che hanno coltivato la vigna (che pure è attività gradita agli Dei) e prodotto un vino (che pure è frutto del lavoro benedetto dalla liturgia cristiana) e lo hanno imbottigliato per venderlo (che pure è attività meritoria perché produce ricchezza e allegria, così mi dicono gli appassionati, a me astemio) con una etichetta da far paura, letteralmente. Ovvero da indurre paura. Come nella foto allegata, è possibile osservare il contenitore di vetro con la sagoma inconfondibile della Sicilia inquadrata in una rete, una griglia, degli assi cartesiani che, in prossimità del cratere del vulcano più famoso del mondo diventano assi di colore rosso e con tanto di indicazioni geografiche: latitudine e longitudine. E poi il nome del vino: Sisma. Che significa una solca cosa: terremoto.
E scrivere di terremoto in una delle terre più tragicamente sismiche del pianeta, con tanto di epicentro, è instillare paura.
Tutto legale, tutto legittimo, tutto anche molto acuto dal punto di vista del marketing. E tutto assai criticabile, da parte mia, che liberamente posso esprimere un giudizio, non sul prodotto che non riuscirei a bere posto il mio stato di astemio, ma sulla scelta commerciale di creare un gioco di parole coinvolgendo il terribile fenomeno naturale che impaurisce tutti, i siciliani in particolare.

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[1] In siciliano la parola “cattivu” ha un altro significato, anche se un po’ desueto. “Cattivu” e più spesso “cattiva” indicava il vedovo e la vedova. In motivo era, probabilmente, perché in un lontano passato chi rimaneva vedova si ritrovava reclusa in casa (prigioniera).