Quaedam Profetia

Mala tempora currēbant, sed peiora parantur

di Carlo Blangiforti

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    Pietro III d'Aragona sbarca a Trapani, manoscritto della Biblioteca Vaticana (1282)


    Il testo della Quaedam Profetia


    Data pubblicazione: 14 settembre 2018

Un fatto è sorprendente nella storia letteraria siciliana del basso Medioevo: a fronte di una relativamente copiosa attestazione duecentesca, del Trecento siciliano ci sono giunti a noi solo quattro testi di poesia: la Quaedam Profetia (o Lamento di parte siciliana), un pianto di Maria, De libero arbitrio e un frammento di poesia amorosa.1

Per comprendere la ragione per la quale le attività liriche in Sicilia, dopo l’esperienza dei poeti siciliani della corte federiciana, si siano interrotte sono da considerare alcuni tratti peculiari legati all’ambiente in cui si sviluppò quella vicenda.

Essendo la corte di Federico di Svevia itinerante, l’attività poetica non si poté radicare mai in maniera profonda in un’area ben precisa del Regno. Anche se non è da sottovalutare che questa caratteristica portò alcuni vantaggi, non ultima la libertà con la quale le idee circolarono nelle varie aree dei possedimenti svevi del Meridione.

Un altro aspetto è legato a fattori di natura sociale: l’esperienza lirica dei Siciliani è essenzialmente connessa agli ambienti di corte, o comunque di cultura alta, non si incontrano, in altre parole, quei “luoghi” di coesistenza fra poesia di livello alto e medio, un tipo di stratificazione che nel XII secolo è invece tipica della letteratura in lingua d’oïl, l’antico francese.2 In generale si conservano, diffondono e tramandano testi in ambienti che di tali testi hanno bisogno per legittimarsi culturalmente, questo discorso vale per le classi dirigenti di tutti i luoghi e di tutti i tempi.3 Un esempio è la vicenda della poesia siciliana del XIII secolo che fu recepita e tramandata dalle nuove classi dirigenti toscane allo scopo, appunto, di legittimarsi culturalmente rispetto alle precedenti classi egemoni, questo fatto ha permesso che quella produzione, seppur fortemente toscanizzata, giungesse fino a noi. Lo stesso non accadde, però, riguardo la produzione trecentesca.

Fatto sta che stranamente del Trecento siciliano ci sono giunti solo quattro testi di poesia.

Giuntoci in una sola copia,4 il più importante tra i quattro sopracitati è senza dubbio la Quaedam Profetia:più importante perché è il più lungo, sono 50 quartine di alessandrini,5 perché ha una maggiore ricchezza tematica e perché è il componimento che ha determinato tra gli studiosi il dibattito più acceso, specie riguardo la sua datazione.

Come si è detto il testo è costituito da alessandrini monorimi con rime anche alla cesura, si tratta di una forma metrica tipica della poesia didattica.

Ogni verso diviso in due emistichi di settenari, anche se talvolta l’emistichio può essere ipermetro o ipometro, fatto relativamente diffuso nella poesia didattica, nella quale c’era una certa tolleranza dell’oscillazione della quantità di sillabe.

A proposito della datazione pare assunto dalla comunità scientifica che la Quaedam Profetia (intitolato da Giuseppe Cusimano Lamento di parte siciliana) risalga agli anni attorno al 1354 o alla prima metà del XIV secolo.6 Non tutti i filologi sono, però concordi: molti degli appunti sollevati da altri studiosi non sono stati, infatti, risolti.

Per il Santangelo7 il componimento risale alla fine del XII secolo (databile attorno al 1195). Una sua allieva, Maria Teresa Marino, data al 1197 attraverso argomentazioni d’ordine storico-linguistico.

Un’altra datazione alternativa a quella del Santangelo è quella di Carmelina Naselli: sulla base di argomentazioni storiche fa risalire la Quaedam Profetia alla fine del XIII secolo (le distruzioni a cui accenna il testo si riferirebbero agli anni immediatamente successivi al Vespro). L’ipotesi della Naselli fu rigettata dal Santangelo denunziando la scarsa conoscenza del dialetto della studiosa.

Alfredo Cavaliere, e con lui Santorre Debenedetti, nel 1936 sulla rivista Archivium romanorum pubblica la Quaedam Profetia e la data, sulla scorta di osservazioni di natura linguistica, al XIV secolo.8


Il contesto storico in cui si suppone sia stata scritta la Quaedam Profetia è quello di una fase cruciale e irreversibile della storia siciliana, la guerra dei Novant’anni (dalla rivolta del Vespro [1282] alla stipula del trattato d’Avignone [1372]). Un lungo conflitto alla fine del quale il Regno, in via definitiva, vide ridimensionato il suo ruolo: da attore su scala europea a un vice-regno in perenne alternanza di dominazioni.

Una guerra devastante fu quella dei Novant’anni, specie nella fase terribile della guerra civile che sconvolse l’isola successivamente alla morte di re Pietro (1342) anni in cui probabilmente fu scritto il componimento.

Verso la fine del XIII secolo il regno appariva lacerato da profondi dissidi tra fazioni che avevano come riferimento alcune famiglie nobiliari “siciliane” e che si erano schierate in due campi contrapposti, le cosiddette fazioni latina e catalana. Con il partito svevo-ghibellino (fazione latina) si erano schierate le famiglie Ventimiglia, Chiaramonte, Palizzi, Lanza e Uberti, mente a quella catalana (legata agli aragonesi) appartenevano gli Alagona (vicini alla corte siciliana) e i Moncada contigui a quella di Barcellona, i Rosso, i Lentini, e i Peralta e i Martino (a partire dagli anni trenta del XIV secolo).

Malgrado i tentativi di fermare la guerra civile (specie con il trattato del 1362) tra le fazioni latina e catalana una vera e duratura pace si avrà solamente con il trattato di Avignone (1372) con il quale si concluse il novantennale periodo di conflitti iniziato con la rivolta antiangioina del Vespro.

Il trattato fu firmato il 20 agosto 1372 da Federico IV d’Aragona e Giovanna d’Angiò, con la mediazione di papa Gregorio XI: Federico fu riconosciuto re di Trinacria (l’isola di Sicilia), Giovanna Regina di Sicilia (la Sicilia continentale, l’attuale Italia meridionale).

Se formalmente il Regno di Trinacria divenne uno stato vassallo della corona angioina (la Sicilia s’impegnò a versare 3000 once annue a Napoli), nella realtà il trattato segnò la separazione definitiva tra Regno di Napoli e Regno di Sicilia, ricomposta sostanzialmente sotto la stessa corona aragonese (Ferdinando di Trastámara) con il compromesso di Caspe (1412). Negli anni a seguire il baricentro dei due regni si sposterà irrimediabilmente sul continente e l’isola di Sicilia si configurerà come un vero e proprio vicereame. Sul piano formale il Regno di Sicilia (l’isola) scomparirà solo nel dicembre del 1816, quando Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli riunì la Sicilia ulteriore e la Sicilia citeriore in un unico stato, il regno delle Due Sicilie, il re assumerà così il titolo di Ferdinando I delle Due Sicilie.

La Quaedam Profetia con voce dolente racconta gli anni terribili della guerra civile, guerra dalla quale l’isola mai più si è risollevata, e rievoca ancora oggi l’amarezza di una frustrazione che ancora agli albori del III millennio pervade la sventurata terra di Sicilia.


 

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Note

1 Questo frammento consta di pochi versi.

2 Si pensi alla compresenza in area francese dei romanzi di Chrétien de Troyes, dell’attività dei trovieri e dei fabliaux.

3 In area siciliana, in definitiva, non si registra quella letteratura che potremmo definire borghese, la produzione e la fruizione lirica risulta sostanzialmente unica e isolata alle classi alte. In questa area, al contrario di quel che accade nel resto d’Europa dove si tende a volgarizzare testi latini, si ha l’inverso testi volgari (ad esempio il Roman de Troie) è latinizzato da Guido delle Colonne (Historia destructionis Troiae).

4 Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, V. C. 22, cc. 167r-168v.

5 L’alessandrino è un verso composto da due emistichi di almeno sei sillabe ciascuno, nei quali la sesta sillaba è accentata.

6 La datazione desunta da Giuseppe Cusimano grazie a riscontri con la “Historia Sicula” (anonimo anche se tradizionalmente attribuito a Michele da Piazza).

7 Salvatore Santangelo (Adrano, Catania, 1878 - Catania 1970) fu professore nelle università di Palermo e Catania; si occupò oltre che di studiromanzi in generale, di Dante e di siciliano antico. I suoi numerosi studi sono raccolti in Saggi critici (1959), Saggi danteschi (1959), Scritti varii di lingua e letteratura siciliana (1960). Fu editore tra l’altro del Dialogu di San Gregoriu, un saggio sulla lingua del Meli e curatore dell’edizione della Scuola poetica siciliana.

8 Altre informazioni sui problemi della datazione sono reperibili su Repertorio storico-critico dei testi in antico siciliano a cura di Ettore Li Gotti (II, Palermo, 1949, pp. 28-35).