Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - 3

di Carlo Blangiforti

    img

    Data pubblicazione: 14 settembre 2018

Corto non si scompone più di tanto nel vedermi trascinare questo carrettino che cigola indecorosamente sul selciato bianchissimo della piazza, non prova nemmeno a raggiungermi per aiutarmi. Anzi è quasi infastidito. Sta vincendo, vince monete e bottoni di madreperla, il suo sorriso che si deforma quasi a diventare un ghigno mentre lancia i soldi in aria mi ricorda sua madre e a ben guardare anche quel marinaio inglese, suo padre. È veramente svelto di mano, proprio come dice il suo nome. Lo chiamo ma lui non pare voglia darmi retta, scherza con i suoi nuovi amici, insegna loro tutte le parole più sconce che conosce, confida nel fatto che i negozianti della piazzetta non conoscono il maltese né tanto meno l’argot andaluso della Niña. È svelto anche di lingua questo mezzosangue. Oggi la sua linea della fortuna pare dargli ragione. Insisto, lo chiamo con tutta la dolcezza che la stanchezza e il grande peso che trasporto mi consente.
«Corto, non farmi gridare vieni subito qui!»
Si accomiata a malincuore dai suoi compagni di gioco. Tutti contenti lo salutano sventolando in aria quei pezzi di stoffa lerci che si ostinano a chiamare fazzoletti, gridano a squarcia­gola Hudu f’sormok. No, non posso non ridere, questo ragazzo è un vero mascalzone.
«Quanto hai vinto, delinquente?»
«Questi!»
Tira fuori di tasca il fazzoletto e tutto orgoglioso lo apre per mostrarmi quel piccolo tesoro colorato: bottoni, pezzi di vetro levigati dalle onde calde del porto e alcune monetine di rame.
«Rav Toledano, non è forse brutto questo re? Guarda che baffoni che ha, sembra un tricheco...»
«E tu, tu che ne sai dei trichechi?»
«A parte il rasoio l’unica cosa che mio padre ci ha lasciati è stato un libro illustrato degli animali del polo… Vero, che gli somiglia?»
Prendo tra le dita la moneta da un centesimo, abbasso gli occhiali e provo a guardarla con la massima attenzione, non vorrei deludere questo ragazzo. Ha ragione, non solo pare un tricheco, ma ha lo sguardo porcino, un maiale, un grasso maiale mezzo savoiardo e mezzo asburgico.
«Un tricheco… e secondo me è anche cattivo e farà pure una brutta fine questo re qui...»
«Rav, secondo me ha solo la faccia stupida di uno stupido tricheco… Mia madre mi ha detto che mio padre è stato un cacciatore di trichechi, sai, di trichechi e di balene. Mia madre mi ha detto che li ammazzava a mani nude… i trichechi.»
Sorrido. È un bravo ragazzo Corto, si compiace della crudeltà degli altri perché non è capace di esercitarne una tutto da solo.
«Su, come ti avevo promesso andiamo a mangiare una bella granita. Hai già pensato a che gusto la vuoi?»
«Come la fanno? La fanno alla pesca?»
«Credo di no. Io ti consiglio quella al limone, o alla mandorla oppure ai gelsi neri, che dici?»
«I gelsi, i gelsi… mi piacciono i gelsi...»
Si ferma di colpo e mi fissa, guarda prima il carrettino, il sacco di iuta, e poi la mia faccia, pare conti le rughe della mia fronte, o le gocce di sudore che la fanno brillare alla luce del sole.
«Cosa c’è lì dentro?»
«Una cosa, niente di importante, ma in compenso molto pesante. Ha-Shem ha voluto punirmi con una mente eccessivamente leggera e doveri troppo gravosi.»
Non sembra convinto il mio giovane amico. Risistema il suo gruzzolo nel fazzoletto e se lo infila lesto in tasca.
«Rav, non ti preoccupare, credo di aver capito perché hai voluto venissi con te in Sicilia.»
La mia espressione pare sia più eloquente delle mie poche parole. Il ragazzo riprende con quel tono di voce canzonatorio al quale mai mi abituerò.
«Sei vecchio, hai bisogno di uno come me per portare a spasso questa cosa
«Ma dov’è?»
«Cosa?»
«Dov’è il tuo amico?»
«Il professor Orsi? Ci raggiungerà al Caffè Adua, qui all’angolo, aveva da lavorare e ne aveva ancora per un quarto d’ora… lo aspettiamo seduti al tavolo.»

 

[Continua]