Come il papa buono

L'umanità di Jorge Mario Bergoglio

di Maria Cristina Vecchiarelli

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È morto qualche giorno fa negli USA, dove si era trasferito per curare il morbo di Parkinson che lo affliggeva, il cardinale Jean-Louis Tauran. Anche se il suo nome non dirà niente ai più, il colto e autorevole Tauran, a lungo "ministro degli esteri" dello Stato Vaticano, Presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, era tra le più eminenti personalità del Collegio cardinalizio. Ed era anche divenuto uno degli uomini più fidati dell'attuale papa, il quale nel giugno 2013 l'aveva nominato membro dello IOR e il 20 dicembre 2014 Camerlengo al posto di Tarcisio Bertone, neo pensionato con super attico ristrutturato a spese dell'ospedale Bambin Gesù. Ma soprattutto tanti di noi avranno serbato nella mente senza saperlo un vago ricordo delle sue fattezze per esser egli stato, nella fredda e umida sera del 13 marzo del 2013, colui che, nelle sue vesti di protodiacono, di papa Francesco aveva annunciato al mondo l'elezione.  
Quella sera, insolitamente, mi capitò di trovarmi a Piazza Risorgimento, proprio a ridosso delle mura perimetrali della Città del Vaticano, entrandoci da Via Cola di Rienzo nel momento esatto in cui si levava al cielo la fumata bianca. Ne fui certa, anche se dal punto in cui stavo non era visibile, non tanto per il frastuono ininterrotto di squilli di campane a festa che sarebbe partito di lì a poco, quanto per le inequivocabili manifestazioni di delirio che si animarono d'improvviso sotto i miei occhi. Come a un segnale convenuto una fiumana di gente cominciò a riversarmisi davanti schizzando precipitosa in direzione di piazza San Pietro dalla prospiciente via Ottaviano, scendendo a scapicollo dagli autobus, abbandonando motorini e macchine dove capitava, in un palpabile clima di euforia collettiva.

Lo scatto repentino e simultaneo, sotto la pioggia battente, di centinaia di persone verso la sede della cristianità, in larga parte giovani e famiglie con bambini al seguito, come pecore sbandate imperiosamente chiamate a raccolta, fu una visione affascinante e inaspettata, in totale contrasto con la realtà delle chiese vuote, le messe deserte, le sempre più numerose defezioni dall'ora di religione, il drastico calo numerico dei sottoscrittori dell'otto per mille, e per questo meritevole di riflessione. Se non era dovuta alla devozione, allora doveva essere, la corsa di tutta quella gente, il tentativo di soddisfare uno spasmodico bisogno di recuperare e preservare nella partecipazione a quell'eccezionale circostanza qualche brandello di senso d'identità personale.

Un senso che doveva percepirsi proprio molto fragile e vacillante per scatenare un tale impulso di accorrere a stringersi ad altri individui sconosciuti intorno al primo totem comparso all'orizzonte - che fosse un leader carismatico o il nuovo rappresentante della più potente confessione religiosa dell'Occidente -, per spingere a ricercare il feticcio dell'appartenenza ad una comunità di propri simili per il tempo di una serata, nutrire l'illusione che presiedere ad un avvenimento mondiale potesse arricchire in qualche modo la propria potenza esistenziale.

Era qualcosa che mi sconcertava; e, travolta com'ero dall'energia frenetica che percorreva la piazza, mi indusse a fare quello che non mi sarebbe mai passato per il cervello fino a qualche minuto prima, cioè accendere la radio per informarmi sul designato. Mi sembrava divenuto improvvisamente importante verificare se tanto entusiasmo fosse destinato ad esser mal riposto, visto che davo per scontato che i curiali fossero stati capaci di tener saldo lo scettro del potere elevando stancamente al soglio di Pietro il loro candidato, il grigio ciellino Angelo Scola. Fino a quel momento la cosa mi aveva lasciato del tutto indifferente. Ma l'urgenza spontanea di quella gente mi aveva toccato e mosso alla solidarietà: a quel punto mi ritrovai a fare il tifo per un miracolo, anche se non ci speravo affatto.

E invece la santa chiesa cattolica apostolica romana doveva dar prova, ancora una volta, di non esser istituzione bimillenaria per caso ma per la sua inesauribile abilità, intestata con modestia all'ispirazione divina, di rimodernarsi e adattarsi ai tempi nuovi, cavalcati se non addirittura precorsi. Dopo un'ora di tortura di Radio Vaticana, tra discorsi di papaboys esaltati e tiritere tutte uguali di tizi che ripetevano "non sono credente, ma non potevo non essere presente ad un evento storico di questa portata", finalmente si udì la voce del cardinale protodiacono, appunto Jean-Louis Tauran, che mediante la consueta formula dell' "habemus papam" raccontava all'orbe terracqueo dell'elezione a sorpresa dell'outsider Jorge Mario Bergoglio, e della sua scelta di imporsi l'inedito nome di Francesco. 

Quelle generalità non familiari a molti, me compresa, avevano spiazzato tutti, incluso - come si capì da una papera nella declamazione del nome latinizzato del nuovo papa - monsignor Tauran. Mi ci volle un po' per far mente locale e rendermi conto che, per ritornare a navigare in sicurezza, il vascello della cristianità aveva optato per un deciso cambio di rotta, puntando sulle acque inesplorate della rottura di un tabù secolare. Sciogliendo l'incantesimo che aveva fino ad allora impedito l'elezione di un gesuita, i cardinali avevano scelto l'unico figlio di Ignazio di Loyola rimasto presente in conclave dopo la morte di Carlo Maria Martini. 

Il vento era cambiato. Si trattava, innegabilmente, di una svolta epocale, in controtendenza anche con la politica del retrogrado Giovanni Paolo II, sotto il cui pontificato la stella polare della Compagnia di Gesù, sin lì colonna dell'evangelizzazione antropocentrica, centro vivo del dibattito culturale e teologico cattolico e del dialogo col mondo laico, si era eclissata in favore dell'inarrestabile ascesa al potere dei veri e propri comitati d'affari dell'Opus Dei a livello mondiale e di Comunione e Liberazione in quello nazionale. 
Da quel giorno son passati più di cinque anni, e il carisma sottile e tutto sommato prudente di questo papa latino americano, sin dall'inizio fatto oggetto di una raffica di critiche da parte di detrattori agguerriti e persino chiacchierato per una sua presunta acquiescenza, o comunque non manifesta belligeranza, nei confronti della dittatura di Videla (quando in realtà trasformò il Colegio Maximo dei gesuiti, di cui era superiore provinciale, in una centrale di soccorso dove, con la scusa degli esercizi spirituali, venivano forniti ai religiosi perseguitati dal regime per la loro vicinanza alla Teologia della liberazione un nascondiglio sicuro e una via clandestina per poter uscire dal paese), ha avuto modo di estrinsecarsi e di conquistargli ampi consensi anche presso i non credenti. I suoi primi atti di aperta rottura pastorale col passato, come ad esempio l'avvio dell'iter per la santificazione di Oscar Romero, la rivoluzione attuata nella curia romana e nello IOR, le sue esternazioni bomba, poi magari in parte ritrattate o bilanciate da pistolotti tradizionalisti degni di un pievano ottocentesco, sull'apertura alla comunione ai divorziati o alla misericordia verso gli omosessuali, che lui chiama "gettare il seme perché la forza si scateni", il rifiuto delle sue prerogative principesche in favore di uno stile di vita estremamente parco e fraternamente condiviso, il suo modo solo apparentemente candido e rustico di parlare, la nettezza delle sue prese di posizione contro il capitalismo, il razzismo, i conflitti, le ingiustizie sociali, l'ipocrisia e le contraddizioni della chiesa, un'ostentata mitezza sotto cui si indovinano forza, ostinazione e consumata scaltrezza, ne hanno fatto una star politica mondiale, molto più amata e ascoltata dagli "altri" che dai "suoi". 

All'inizio fecero scalpore anche i suoi comportamenti a dir poco stravaganti, i suoi gesti lontani anni luce da quelli prescritti dal rigido e glaciale cerimoniale che ha sempre reso inaccessibile il corpo del sovrano pastore della Chiesa cattolica al gregge dei suoi sudditi.

Fece a un certo punto particolare sensazione - più del vezzo di augurare "buonasera!" o "buon pranzo!" a seconda del momento della giornata, o del ghiribizzo di scrivere lettere ai giornali, - la sua passione di telefonare alla gente. L'usanza, nei primi mesi del suo pontificato, prese piede, consolidandosi, finché arrivarono a poter costituire una piccola truppa coloro che allo squillo della suoneria, alzando la cornetta o toccando il cellulare esclamando "pronto?" s'erano sentiti rispondere, con timbro argentino e argentina cadenza: "Pronto, sono Papa Francesco".

Non è che componesse numeri a caso, quest'uomo volitivo, estroverso, con la faccia buffa da attore di commedie slapstick (circolò a lungo un meme in cui si mette in evidenza la sua somiglianza con Stan Laurel), palesemente consapevole e compiaciuto di esser considerato "pixillated" alla stregua dei protagonisti dei film di Frank Capra. Lui chiamava persone che si trovavano in situazioni particolari, difficili o drammatiche, di cui era venuto a conoscenza per il loro esser di pubblico dominio, oppure perché gli erano state riferite nel corso di udienze e incontri vari con la folla sempre assiepata al suo passaggio.

Le vagliava, le chiamava, e si confrontava con loro da pari a pari, come essere umano spogliato della immodesta magnificenza di veneranda icona del divino.

Facendo questo pareva spingere alle estreme conseguenze la scelta dirompente di Giovanni XXIII, il papa buono, primo pontefice ad uscire dalla reggia Vaticana per andare negli ospedali, nei quartieri, nelle carceri, a scendere dalla sedia gestatoria e camminare in mezzo alla gente. Il quale in una bella notte di metà ottobre, alla fine della giornata campale di apertura del Concilio Vaticano II, sfinito e già prossimo alla morte, di malavoglia sospinto dal segretario particolare alla finestra ad ammirare lo spettacolo della moltitudine di luci protese verso di lui dalle mani della marea di fedeli che colmava Piazza San Pietro e un tratto di Via della Conciliazione senza dar segni di voler defluire, si affacciò, vide quella sterminata massa di popolo, poi vide la luna, si emozionò, improvvisò, e si cavò dal cuore una benedizione lirica, poetica, con questa frase incastonata in mezzo: "Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa."

Cinquantun anni dopo quella notte, ai primi di ottobre del 2013, usciva sui giornali la storia di papa Francesco che aveva chiamato la mamma di un alpino morto undici mesi prima in Afghanistan.

Ero in un periodo delicato, in cui ero particolarmente sensibile a certe notizie, e la cronaca di questa mi si stampò nell'anima. 

"Quella volta che la incontrò in piazza San Pietro le disse : "Lasciami il numero che poi ti telefono". E sabato l'ha chiamata: papa Francesco ha telefonato alla madre di Tiziano Chierotti, l'alpino di Arma di Taggia (Imperia) ucciso in Afghanistan 11 mesi fa. 

Gianna Chierotti era appena tornata dal cimitero e, racconta, "avevo avuto un crollo" quando è squillato il telefono. "Sono Papa Francesco" le ha detto Bergoglio.

"Abbiamo parlato di Tiziano - ha detto la madre - e mi ha detto cose che voglio tenere nel cuore. Mi ha trasferito tanta serenità. Quando gli ho detto che stavo male, lui mi ha risposto: "Esistono le intuizioni". Lui ne ha avuto una, mi ha chiamato quando più ne avevo bisogno".

"All'udienza generale - ricorda la mamma dell'alpino - gli avevo lasciato l'album con le foto e le frasi che Tiziano ci scriveva. Non credevo che il papa le avesse custodite fino ad oggi. Ho avuto la sensazione di non avere un papa dall'altra parte del telefono ma un papà. Quell'uomo ha un dono grande ed è un grande papa, un papa straordinario"."

Io leggevo e le parole mi segnavano, una dopo l'altra.

"Lasciami il numero che poi ti telefono." E quella gli lasciava il numero. E lui le telefonava. E quella stava male, glielo diceva. E lui le replicava: "esistono le intuizioni."

Mi colpì perché erano cose di cui in quel periodo soprattutto facevo esperienza anch'io: di cosa significasse ricevere una chiamata, una banalissima chiamata, al momento giusto. Di cosa significasse farne una a qualcuno a cui serviva. Senza nemmeno saperlo, farla, quella telefonata: pensarci, a quella persona.

Mi colpì, perciò, questo papa Francesco, come mi colpiva la voce affaticata e accorata di papa Giovanni alla finestra, mentre dialogava con migliaia di persone come se fossero solo in due, lui e la gente, divenuta una colossale, unica individualità, in un corteggiamento amoroso esclusivo e intimo, che strappava emozioni dal petto a tutte e due le parti: alla gente, ma anche al papa, in quel rispecchiamento occhi negli occhi che è il segno di ogni autentica umana relazione.

“Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una sola, ma riassume tutte le voci del mondo; e qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera… Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo… La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell'incontro..."

Perché è di questo, infine, che il mondo è affamato: non di fede in un'esistenza superiore, ma di fiducia nella comune umanità, e nelle potenzialità che essa porta con sé: prima fra tutte, la capacità di amarci scambievolmente, e di legittimare così, gli uni gli altri, la nostra esistenza.

Ma tutto ciò dispiega i suoi effetti solo nella gratuità del movimento verso l'altro. Solo se è purificato da ogni desiderio di contropartita, se è un gesto che non contempla le conseguenze di se stesso. Se viene compiuto senza aspettative, senza tentativi di controllo o manipolazione, solo gustando la bellezza del momento dell'incontro, del contatto tra le anime, in un effimero che diventa eternità.

Ma nel contempo non nasce per assoluto disinteresse nell'autosufficienza di un essere immerso in un divino distacco da Primo Motore Immobile. Al contrario, sboccia dalle umane esigenze di un mortale tra i mortali. Com'era Angelo Roncalli, com'è Jorge Mario Bergoglio, alle prese con la mostruosa solitudine di cui ha scritto toccanti parole papa Montini, Paolo VI: «Il mio isolamento è completo e terribile. Di qui lo sconcerto, la vertigine. Mi sento come una statua su un piedistallo: ecco come vivo ora», per sconfiggere la quale c'è bisogno estremo di sentirsi legati agli altri uomini. Di riaffermare la propria somiglianza, la propria affinità spirituale con altre creature. Giovanni declamava da un balcone, Francesco telefona, ma tutti e due, così facendo, non stavano, o stanno, più genericamente amando l'umanità: stavano, o stanno, amando quei loro simili, quelli e non altri.

Un bel film di Giuseppe Piccioni, "Fuori dal mondo", contiene due momenti clou: quello a inizio film, quando Silvio Orlando chiede alla suora Margherita Buy "perché mi ha aiutato?" e quella risponde "perché lei aveva bisogno di aiuto" e lui allora la incalza "ma se ci fosse stato un altro al posto mio lei sarebbe venuta lo stesso?" e lei replica astrattamente "sì, certo!"; e quello a fine film, quando di nuovo Orlando le chiede: "se ci fosse stato un altro al posto mio tu l'avresti aiutato lo stesso?" e quella, che ha avuto tutto il tempo del film per guardarsi dentro, stavolta risponde un sincero, concreto, onesto "no".

In quel diniego è racchiuso il senso di ogni legame, lungo tutta la vita o mezz'ora, che è sempre un legame d'amore: il riconoscimento dell'altro. E di sé. Senza il quale si cessa di vivere. Si respira, ci si muove, ma internamente si è morti.

Ecco, papa Francesco sembra possedere l'umiltà, direi quasi la tenera furbizia, di riconoscere, come uomo, di aver bisogno dell'amore degli uomini per poter vivere. E la gioiosa astuzia di saperselo accaparrare, quell'amore, in uno scambio alla pari, dove la madre dell'alpino sembra la parte debole, quella bisognosa, che ne esce arricchita e riconfortata. Ma dove invece la cosa, per dirla con Carlo Verdone, è senz'altro molto, molto reciproca. Ed è questo il vero segreto della sua credibilità, dell'ascendente che esercita su milioni di persone.

Ed è per questo che il dolore da lui manifestato per la morte di monsignor Tauran, "un uomo afferrato da Cristo", con la letizia sempre stampata sul volto nonostante le difficoltà della malattia, costruttore di ponti di pace e fratellanza tra individui di diverse culture e religioni, che nell'ultimo viaggio in Arabia Saudita aveva pronunciato queste toccanti parole: "Di fronte alla crisi culturale che ha trasformato il mondo e al venir meno dei punti di riferimento, incontrarsi, parlarsi, conoscersi, costruire qualcosa assieme è un invito all’incontro con l’altro, che significa anche scoprire noi stessi" risulta senz'altro concreto e sincero: è il dolore di chi ha perso, prima ancora che un preziosissimo collaboratore, un'anima affine - e anche, semplicemente, l'affetto di un reale, autentico amico.