Il buono del rugby

È uno sport di contatto e a volte ci si fa male. Ma a nessuno viene mai in mente di simulare per ottenere una punizione a favore

di Meno Occhipinti

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C'è del buono nel rugby, e lo troviamo nei valori che stanno dietro allo sport con la palla ovale: lealtà, sacrificio, altruismo, senso di responsabilità e rispetto, per l’avversario e l’arbitro, sono parte indelebile del DNA di ogni rugbista. Chi non li possiede non è un rugbista me soltanto qualcuno che gioca a rugby.

Quando si gioca a rugby, non importa il livello, non importa si sta disputando un incontro amichevole su un campetto spelacchiato di periferia o ci si sta giocando il titolo mondiale, i fischi dell’arbitro non si contestano. Mai. Le sue decisioni si accettano sempre, anche se a volte possono sembrare palesemente sbagliate. Se qualcuno dei giocatori prova anche solo ad accennare a una timida contestazione, la sua squadra verrà penalizzata facendola arretrare di 10 metri. A fine partita, durante il Terzo Tempo, ci sarà modo e tempo per farsi spiegare il perché della sua scelta.

Il rugby, si sa, è uno sport di contatto, a volte ci si fa male. Ma a nessuno viene mai in mente di simulare, di far finta, per ottenere una punizione a favore. Se ti buttano giù, ti rialzi e continui a giocare. Anche se sai di aver subito un fallo ma l’arbitro non se n’è accorto o non lo ha ritenuto tale. Solo chi si fa male sul serio resta a terra. Se simuli saranno i tuoi stessi compagni a rimproverarti e a invitarti, spesso anche in malo modo, a rialzarti e continuare a dare il tuo contributo alla squadra. Una decina di anni fa, durante un incontro di Heinken Cup (la Champions del rugby) un giocatore inglese simulò, con la complicità dello staff della sua squadra, un infortunio con perdita di sangue dalla bocca. Fu scoperto e squalificato per un anno. L’allenatore della squadra, la mente della truffa, fu invece allontanato da ogni attività agonistica per tre anni. Il presidente, per l’onta, si dimise dall’incarico e il medico sociale fu sospeso dall’albo dei medici del Regno Unito. Perché le partite si devono vincere con lealtà e i giocatori dell’altra squadra non sono nemici ma avversari da battere. E se durante la partita il gioco è duro e i colpi, sempre leali, non si risparmiano, al termine della gara ci si ritrova tra amici a bere una birra e a mangiare un piatto di pasta. È lo spirito del Terzo Tempo, il momento in cui emerge più che in ogni altro il rispetto per l’avversario. È il momento in cui non conta più il colore della maglia indossata ma c’è solo il piacere di mangiare un piatto di pasta e bere una birra con chi, fino a mezzora prima, era il tuo avversario. È frequente vedere giocatori di squadre diverse diventare amici e poi mantenere quest’amicizia nel tempo, anche dopo che si sono attaccati gli scarpini al fatidico chiodo.

Anche gli spettatori in tribuna vivono la partita in modo completamente diverso rispetto a quello che vediamo in altri sport. Nel rugby il tifo non divide: negli stadi, a tutti i livelli, anche per gli incontri più importanti, non ci sono settori riservati ai supporters di una o dell’altra squadra. Le partite si guardano fianco a fianco con i tifosi avversari ed è un’abitudine che al triplice fischio, non importa chiunque abbia vinto, si vada a bere una birra insieme.

Il rugby è una scuola di vita e ciò che si acquisisce durante il periodo, breve o lungo che sia, in cui si è giocato viene poi trasferito nella vita di tutti i giorni. Ci sono aziende che, a parità di titoli e di capacità, preferiscono assumere un ex giocatore piuttosto che uno che non abbia mai praticato lo sport con la palla ovale. Perché gli allenatori allenano atleti ma formano uomini.

C'è del buono nel rugby, e lo troviamo nei valori che stanno dietro allo sport con la palla ovale. Purtroppo, però, non è oro tutto ciò che luccica…