Cchi mi sapi bbuonu!

Un aggettivo che resiste ad ogni politesse

di Saro Distefano

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In lingua siciliana si usa dire “sapi buonu” per tutto, e soprattutto per i cibi. “mi sapi buonu stu muluni….” (al presente, ma basterà aggiungere una p al verbo che diventa “sappi” e quindi immediatamente al passato: “mi è parso buono, mi è piaciuto…”). Ne consegue una traduzione, nella dominante lingua italiana, che dovrebbe essere “ha un buon sapore”. Epperò noi siculi, che abbiamo quasi del tutto dimenticato di essere diversi (non migliori, anzi, ma diversi certamente) di quei fratelli che vivono oltre Zancle, al di là del mare pericoloso, e di possedere da almeno mille anni una nostra originale e riconosciuta lingua, e pertanto tendiamo a italianizzarci (e non sono esenti da colpe, anche gravi, celebri intellettuali, artisti, scrittori, sceneggiatori).
Ne deriva che quando un siciliano o una siciliana assaggia qualcosa di buono (che a lui appare tale, in maniera sempre e solo soggettiva, se è vero che a molti siciliani piace tantissimo cibarsi di lumache spurgate e bere un appiccicoso vino mellifluo che chiamano col nome di una città importantissima nella storia dell’Italia tutta, almeno della moderna) gli viene in mente in siciliano (se pensa in siciliano c’è ancora speranza) la perifrasi “mincia chi mi sapi (o “chi mi sta sapiennu”) bbona sta cuddura cco pipidu….” epperò dirà (se costretto dalla circostanza) “mi sa buono questo pane con il peperoncino”.
Così facendo si sarà tradito e messo in ridicolo. Diverrà, agli occhi di chi lo ha ascoltato, un traditore (se chi ascolta è un siciliano doc) o un ridicolo imitatore (se chi ascolta è un emulo del Ministro degli Interni).
Certo, si dirà, esistono momenti e circostanze dove non si può usare la lingua madre (davvero?). Quantomeno a rischio di non farsi capire da chi non ha quella lingua come madre. Ed è vero (e nemmeno posso pretendere che i dirimpettai italiani debbano conoscere la lingua che come la loro è figlia – di primo letto – del latino) ma si è fatta da se, è cresciuta, maturata, raffinata e adesso decaduta (e per “merito” anche loro).
Ecco perché io davanti ad una pietanza (così chiama il cibo il nostro Principe Blangiforti, che da aristocratico seppure isolano è oltre gli schemi e le etichette) che mi attrae alla vista, che mi soddisfa il palato, che mi inebria la nasca (pardon, il naso), penserò “cchi mi sapi bbuonu stu tumazzu cca vastunaca!” ma davanti agli italiani dirò….. boh, non saprei.