Prossima fermata: Svizzera

Il coraggio di varcare i confini

di Laura Ciancio

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Lo sa bene chi è persona tollerante, solidale, indulgente, paziente, sensibile, gentile. Non sono aggettivi di cui fare mostra in quest’epoca. C’era una volta la parola bontà. Roba da libro Cuore. Ora è un termine desueto. Si dice “buonista”. Dimostrare vicinanza, accostarsi al prossimo, essere accoglienti, solidali, aperti verso un mondo più fragile in difficoltà, viene stigmatizzato come atteggiamento “buonista”, un attributo dispregiativo sui social e sui media, condannato dalla politica aggressiva ora tanto in voga, il “cattivismo”.

Il senso di comunità è in via di estinzione e l’afflato di partecipazione e di sostegno non va al di là del proprio territorio parentale e amicale. Farsi carico dell’altro ha una dimensione sempre più ridotta al nucleo familiare e a volte neppure quella.

Una volta “essere buono” si coniugava con il “porgere l’altra guancia” e consisteva nell’avere un atteggiamento generoso ma passivo. E’ proprio questa ambiguità di fondo che crea confusione. La passività non aiuta a stimolare un miglioramento nella società. Essere buoni, di cuore, implica generosità e soprattutto coraggio. E, quando si combatte per una battaglia giusta, a volte si va contro le regole.

Molto meglio, per chi fa esercizio di potere, che i concetti di uguaglianza e di giustizia, pur essendo basi fondanti dello stato di diritto, siano svuotati e relegati ad una mera espressione di sentimentalismo passivo.

Fortunatamente non è facile estirpare del tutto la volontà di lottare per l’affermazione dei diritti. C’è ancora chi, con determinazione, si mette dalla parte del libero arbitrio, della possibilità di decidere della propria vita e della propria morte.

Marco Cappato, esponente radicale, ha compiuto gesti di disobbedienza civile in diversi Paesi europei e ha lanciato la campagna Eutanasia legale con l’Associazione Luca Coscioni, di cui fa parte. Si è autodenunciato ed è tuttora sotto processo per aiuto al suicidio, avendo accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera a metter fine alle sue sofferenze.

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La vicenda del dj Fabo, alias Fabiano Antoniani, è stata descritta ampiamente dalle reti nazionali e dai giornali, spesso in modo strumentale. Si tratta di un tema assai delicato ma fondamentale che riguarda indistintamente ognuno di noi: la decisione di lasciare alle proprie spalle l’esistenza terrena per la troppa sofferenza fisica che il rimanere al mondo comporterebbe. Per fare questo, Fabiano aveva deciso di andare in una clinica svizzera, essendo diventato dopo un grave incidente, paraplegico, non vedente e totalmente dipendente dai familiari.

Alcune cliniche elvetiche offrono la possibilità di porre fine alle afflizioni corporali di propria iniziativa con l’eutanasia passiva. Fabiano, essendo immobilizzato ma potendo muovere in parte la bocca, ha premuto con questa il pulsante per la somministrazione del farmaco che gli ha consentito di morire. Se non ci fosse riuscito nessuno avrebbe potuto aiutarlo, perché deve essere il malato a compiere l’ultimo gesto.

Marco Cappato ha curato l’organizzazione per poterlo accompagnare al di là del confine. Un ruolo difficile il suo: in Italia vige ancora il codice Rocco per il quale lui rischierebbe una condanna che va dai 5 ai 12 anni, nonostante nella Costituzione venga affermato il principio che nessuno possa essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

Recentemente il Parlamento ha approvato il testamento biologico che dà a ciascuno la possibilità di decidere, nel caso si diventasse nel futuro malati terminali e non in grado di dare disposizioni in merito, se voler dare un termine alla propria esistenza rifiutando l’obbligo del trattamento sanitario: un importante passo in avanti che però non risolve tutta la complessità dei problemi bioetici dei malati gravi.

“Sono tante le persone che si trovano a subire una sofferenza inutile e soprattutto che non vogliono subirla. Non penso che esistano vite degne di essere vissute e vite non degne di essere vissute. Ciascuno lo decide per sé stesso. Ci sono persone in condizioni difficilissime che trovano la spinta e le motivazioni per vivere e ovviamente devono essere aiutate a farlo” (Intervista a M. Cappato a Lucca Libri)

Cappato ha portato alla ribalta il concetto di libertà individuale, ha mostrato come si vive su un letto d’ospedale o di casa propria in sofferenza, nell’indifferenza e nel silenzio generale, ha costretto a interrogarsi sul concetto della dignità individuale e a riflettere sulla parola amore. Ha portato l’attenzione sul senso di lasciar andare chi si ama e dimostrato che le battaglie si fanno semplicemente, con coraggio. Ha dato prova che non servono eroi ma persone che sappiano assumersi responsabilità quando è il momento: si prende la macchina guidando fino in Svizzera, si rischia il carcere con l’autodenuncia, si siede sul banco degli imputati, obbligando lo Stato a ragionare sulle proprie leggi e a riscrivere la storia.