Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia

di Carlo Blangiforti

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Per uno che è nato in un isola il mare non è un limite, anzi. Negli occhi di questo ragazzo vedo spazi enormi, oceani di volontà, allegria di avventurieri e non la tristezza di marinai incatenati al molo di un porto insabbiato. Lo vedo nei suoi occhi e, soprattutto, nel palmo della sua mano:

«Cos’è questa cicatrice, ragazzo?»
«Era spaventata, la zingara, quando ha visto che non avevo la linea della fortuna.»
«E allora cos’è questa cicatrice?»
«Ho preso il rasoio di mio padre, l’unica cosa che mi ha lasciato prima di scomparire per sempre, e me la sono fatta io, la linea della fortuna!»

Uomini di fortuna, li chiamano quelli che vanno per mare, quelli che prima o poi scompariranno da qualche parte e non se ne saprà più nulla. Scomparire non vuol dire morire: Solo i vivi non si trovano, solo i vivi.
Il ragazzo ha gli occhi blu come il mare, è fragile come un carapace svuotato di tartaruga e solo come una canna strappata dalla tempesta e abbandonata sugli scogli dell’isola che la salsedine ha coperto e indurito. Ha solo dodici anni, il ragazzo, e sono i suoi anni, nella felicità dell’incoscienza e nell’abisso della solitudine. La madre non c’è più. Io l’ho amata di un amore folle, un amore che me la fatta trascinare via da Gibilterra, in questo scoglio in mezzo all’acqua, tra Africa e Sicilia. Non ha resistito ed è ritornata a Cordoba, lasciandomi il ragazzo. Imħabba tiegħi. In fondo io e il ragazzo siamo uguali: la conosce solo chi non è stato solo, cosa vuol dire esserlo.
Una notte di viaggio. Gli occhi pieni di acqua di mare, o di lacrime, che poi è la stessa cosa.

«Ragazzo, hai freddo?»
«Un po’, Rav!»

Gli porgo un vecchio caban, un pea coat logoro, lo faccio felice. Ha l’espressione di uno che non se ne separerà mai più.

«Grazie, Rav!»

Il postale impiega una notte, tutta la notte per arrivare a Siracusa. È necessario, preferisco occuparmene di persona, io infondo sono solo un maestro di Zohar e Cabbala, per le cerimonie deve venire qualcuno dalla Sicilia, non è che ce ne siano molti di ebrei a Siracusa, a Catania o a Palermo, non più almeno da qualche secolo, ma qui da noi ce ne sono anche meno, una cinquantina e tutti arrivati qui negli ultimi cento anni. Io, d’altronde, sono spagnolo e si sente…

Ognuno è venuto per motivi diversi: chi per spirito d’avventura, chi per lavoro, chi, come me, per amore…

«Su, sveglia, ragazzo!» – Ecco siamo quasi arrivati, dietro le colline sopra Siracusa, si allargano a ventaglio i raggi del sole. La greca, la città dei nostri padri, ridotta quasi a un villaggio, ci appare nella sua bianchezza.

«Rav, manca ancora molto per arrivare a Catania?»
«Alle sei, stasera, parte il treno, ci arriveremo verso le otto. Ce ne sarebbe uno prima, ma voglio approfittarne per vedere un vecchio amico e fare una passeggiata per la città con lui, vedrai ne resterai incantato.»

Il ragazzo chiude gli occhi, sbadiglia, ha sonno, ha fame…

«Appena sbarchiamo ti faccio assaggiare una cosa meravigliosa… si chiama granita, non è ġelat, è molto meglio...»

Il ragazzo sorride sbadigliando, solo i ragazzi sanno fare due cose belle e allegre contemporaneamente. Questo ha il mondo tra le mani, se lo sta costruendo con le sue mani…

«Rav, quando mi dirai cosa siamo venuti a fare a Siracusa?»
«Te l’ho detto devo andare a Catania da Rav Farkas per portargli delle carte e devo chiedergli di venire per il Bar Mitzvah alla Valletta.»

Lo sapevo, non so dire le bugie, e nemmeno le mezze verità. Mi sta guardando? Sì, mi sta guardando ed è perplesso:

«Rav Ezra Toledano, quando mi dirai perché mi hai portato in Sicilia?»

Il tono è perentorio, ma non posso dirglielo. Ne avrebbe terrore, o forse no? In fondo è un ragazzo coraggioso, padrone della sua sorte… Non posso dirglielo, ho promesso a sua madre di proteggerlo da ogni cosa come fosse un pezzo della mia carne, la libbra più preziosa della mia carne: «Io ci vado per affari e tu mi fai compagnia, avresti preferito restare con Ester a pulire la scuola? A correre dietro le papere con Karmenu e Agrippino? Cosa avresti preferito?» – alzo di proposito il tono ché così si distrae e si sentirà in colpa – «Forse non ti piace viaggiare? Guarda che della vista di Ortigia! Ortigia è quell’isola, il cuore di Siracusa, il professor Orsi ci sta aspettando proprio nella piazza principale, è il direttore del museo. Vedrai, ti piacerà! Forse non ti piace che ti ho portato con me? Rispondi, ragazzo!» – ci sono riuscito, la‘azazél, l’ho fatto piangere. Lo proteggo così il ragazzo?

«Rav, non ti arrabbiare, è solo che… va bene così. Ma questa granita è meglio del ġelat del signor Mifsud? Vero? E di che sa?»
«Tieni, asciugati le lacrime… Vedrai è buonissima, c’è al limone, alla mandorla, ai gelsi, forse anche alla pesca e al caffè!»

So trattare con i ragazzi, io, sono un maestro di scuola in fondo. Ma non mi piace dire le bugie, specie al figlio della Niña, della mia Niña de Gibraltar. Siracusa è bella, bellissima. Se la Niña fosse sbarcata qui, anziché alla Valletta, se ne sarebbe innamorata, anzi ne sarebbe rimasta incantata. Incharmata, dicevano gli antichi siciliani di re Martino. E mettere i piedi dopo una notte di sballottio, la rende ancora più bella. Saragoza de Sicilia è stata una grande casa per noi giudei. Casa e prigione per duemila anni. Donna amante e serpe velenosa.

«Rav, a che stai pensando?»
«Pensavo a tua madre, ragazzo. Con lei siamo stati fortunati: tu per non averla conosciuta abbastanza e io per averla conosciuta tantissimo!»

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