Un bambino piange nella notte

Riflessioni

di Patrizia Vindigni

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Un bambino piange nella notte. Sembra un cucciolo impaurito dal buio. L’eco delle sue lacrime risuona nel silenzio mentre la mente si sposta su immagini recenti, di guerra, solitudine, visi smarriti, occhi che guardano verso un orizzonte nascosto. Il pianto cresce in intensità. Attraversa la notte e accompagna la luce di una luna insensibile. Passa nella mente il ricordo di studi di scuola dell’indifferenza dell’universo alle sorti dell’uomo, per poi tornare con i pensieri e con dolore, alla moderna indifferenza tra esseri umani.
Da anni è come se un individualismo feroce avesse preso posto nel cuore degli uomini.
Non suscitano interesse nemmeno i bambini che scavano a mani nude in miniere africane, cercando minerali o pietre destinati a strumenti di un mondo a loro sconosciuto e che li sconosce.
Da un’immagine arriva un piccolo con uno sguardo stanco, le spalle chine, le gambe magre, un bambino troppo esile per il fardello che porta sulle spalle. È un attimo colto in una lunga giornata di lavoro, iniziata con uomini adulti, sotto lo sguardo e le parole di chi lo spinge nella fatica. È sporco di terra, di fango, non ha tempo di pensare al riposo, lo desidera in tutta la giornata, pietra dopo pietra. Cammina tra l’indifferenza del prossimo, non fa pena a nessuno. È ancora lì, adesso, mentre noi lo guardiamo, in uno scatto fotografico.
Giriamo pagina e compare un’altra foto. È un altro bambino che cammina da solo, tra detriti e pietre di case abbattute da bombe che cadono dalla stesso cielo in cui, di notte, splende l’indifferenza.
La bomba, la luna, il cielo, gli uomini che si muovono sotto quella bianca luce. L’attacco è partito di notte. Nel sonno del mondo sono rimasti sepolte giovani vite. I loro nomi restano a noi sconosciuti ma, in fondo, a nessuno interessa davvero sapere, qual è il nome di quel piccolo che avanza,  tra polvere e macerie, con sulla fronte un graffio sanguinante. L’indifferenza ci domina e sembra non volerci più abbandonare mentre, spento il computer, torniamo ad occuparci con la mente e il corpo del nostro quotidiano.
Nel frattempo, in un altro luogo del mondo, al piano di sotto, nel nostro condominio, nella nostra città, un bambino piange disperato, ma noi non lo ascoltiamo, perché, in fondo, non importa che sia il Sud-Sudan, la Siria, un atollo del Pacifico o il nostro vicino di casa, perché semplicemente non ci importa …