La divina indifferenza

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

di Maria Cristina Vecchiarelli

    img

     

 

L'indifferenza, biologicamente, non è una buona qualità. La valutazione di un carcinoma mammario è formulata sulla base di tre gradi di aggressività: al grado 1, a cui corrisponde una maggiore differenziazione delle cellule, più simili a quelle sane e ad accrescimento più lento, si associa la prognosi migliore; al grado 3, il più elevato, di scarsa differenziazione cellulare e di accrescimento veloce, la più infausta. Anche la capacità del carcinoma di recidivare o metastatizzare a distanza di anni dalla remissione sembra imputabile ad una forma di indifferenza, in questo caso del sistema immunitario, che non riconoscerebbe le cellule cancerose superstiti dopo l'ablazione del tessuto intaccato dalla malattia e il bombardamento delle terapie come pericolose perché "dormienti" e dunque non si darebbe da fare per eliminarle, lasciandole sparse nell'organismo a ticchettare come bombe innescate pronte a ridestarsi e ad esplodere. Dunque in istologia la differenza può essere positiva e l'indifferenza negativa. Non neutrale, non inoffensiva: anzi, al contrario.

Un'indifferenza di altro tipo si esprime nella reazione iniziale di una persona colpita dal trauma di una diagnosi di cancro. Il primo effetto dello choc è che, semplicemente, costei non prova niente, come se quel che sta accadendo non la riguardasse, non stesse succedendo a lei. Come se si sdoppiasse e si osservasse dal di fuori, e questa scissione le provocasse una momentanea trance emotiva e corporea simile ad uno svenimento. La sensazione più spesso riferita è quella di ritrovarsi d'improvviso all'interno di una palla di cristallo insonorizzata da cui si osserva il medico che muove le labbra senza riuscire non solo ad afferrare i concetti espressi dalle sue parole, ma nemmeno ad udire il suono della sua voce. Sembra quasi che la mente mobiliti tutto l'organismo nel tentativo di respingere la realtà, rifiutandosi di assimilarla, attivando la falsa impressione di star vivendo un sogno. A breve comincerà l'assorbimento della notizia, l'inizio della consapevolezza, e con essa arriverà l'onda montante della paura, lo sgomento, lo scoppio violento di pianto. Ma nei primissimi istanti c'è solo una sorta d'insensibilità per fulmineo black out funzionale delle due parti superiori del cervello, la corteccia e il limbico, che lascia campo libero all'altrettanto rapidissima emersione delle reazioni primordiali del "terzo cervello", il rettile, quello alla base della scala evolutiva, capace di innescare una tanatosi simile a quella messa in atto da certi animali come estremo comportamento difensivo davanti ad un predatore quando è preclusa loro ogni altra via di fuga.

Anche questa risposta fisiologica esagerata, arcaico residuo dinnanzi alla percezione dell'incombente pericolo supremo per un essere umano - la morte -, ha a che fare con l'indifferenza: quella che la società occidentale pervicacemente ostenta nei confronti di questa realtà nel tentativo di annullarla espungendola dal proprio orizzonte d'interesse. Nella nostra civiltà l'evoluzione della scienza medica e l'iper sviluppo tecnologico sono andati di pari passo con la rimozione della coscienza dell'ineluttabilità delle leggi della natura. La nascita e la morte di un individuo, i due passaggi fondamentali e ineludibili della vita, un tempo celebrati da riti collettivi di grande partecipazione emotiva, sono divenuti eventi solitari e spersonalizzati riservati al protagonista e alla ristretta cerchia di operatori sanitari. Non si viene più al mondo, né ci si congeda più da esso, nel letto di casa, avvolti dall'energia psichica di un'intera comunità, accolti dalle esclamazioni di gioia o salutati dal pianto sommesso di tutti i membri della famiglia, bambini compresi, ma nel chiuso silenzio delle pareti asettiche di un ospedale, in mezzo ad efficienti estranei, tra il pungente odore di disinfettante e il suono metallico dei tracciati dei macchinari. Parallelamente le continue scoperte mediche hanno allungato in misura sensibile l'aspettativa di vita delle popolazioni del mondo occidentale, liberandole dalla perniciosità di parecchie malattie un tempo letali e propiziando un nuovo Illuminismo di autosufficienza antropocentrica che ha contribuito ad allontanare, se non a rimuovere, dalla coscienza collettiva il pensiero della morte come parte della vita in quanto sua conclusione inevitabile. Si sta su questa terra ormai completamente proiettati nell'idea di un'immanenza senza termini né confini, senza più necessità del puntello della fede in un ente e un mondo soprannaturali, stolidamente dimentichi della propria impermanenza. Per questo ogni evento che possa minacciare quest'illusione di immortalità e di dominio superomistico sul proprio destino risulta insostenibilmente destabilizzante. Per questo la scoperta di avere un cancro - quell'insieme di patologie numerose e diversissime che resta, nonostante le vittorie ottenute contro di lui in parecchie piccole e grandi battaglie grazie al progresso delle terapie, un avversario ancora non sconfitto - è qualcosa che atterrisce e stravolge l'intero impianto esistenziale.

Vorrebbe essere indifferente, il malato di cancro. Darebbe tutto ciò che ha di più caro per poter uscire, anche per poco, da questa sua condizione, poter ripiombare anche solo per pochi istanti ristoratori in quella spensierata ignoranza riguardo la caducità della sua condizione terrena che ha perso per sempre, giacché il suo morbo è qualcosa da cui non ci si può mai dire guariti, è l'imbocco di una strada lunghissima ed obbligata costellata della fatica di cure pesanti ed interventi chirurgici demolitivi e dell'ansia di controlli periodici che durano anni ed anni. Cammina per strada, entra in negozi e uffici, guida l'auto o piglia l'autobus, senza poter mai scacciare del tutto la sensazione di separazione dalla folla dei suoi simili, di isolamento al di là del diaframma trasparente ma invalicabile che è la consapevolezza di essere a scadenza. Come peraltro lo sono anche tutti gli altri, solo che loro possono dimenticarselo, scacciare il pensiero, o far finta di non averlo, e farlo talmente bene da convincersene. Lui no, invece. Lui non potrà mai più. Vivrà il tempo che gli resta senza poter tacitare quel sussurro di sottofondo che, a volte più attutito, a volte meno, gli ricorda che deve morire. Magari sarà un tempo di anni, forse di decenni, ma sarà comunque scandito quotidianamente, irrevocabilmente, da quell'angoscia sottile che ad altri, che forse periranno ben prima di lui, è risparmiata. Magari dal cancro guarirà: ma non potrà mai saperlo perché i mezzi diagnostici non possono dargli questa certezza, non essendo ancora raffinati al punto di cogliere nel suo corpo ogni minuta, impercettibile anomalia cellulare (un'altra differenza), né di pronosticare quale potrà evolvere patologicamente. Avrà solo facoltà di accaparrarsi quanta più vita potrà giorno dopo giorno, perché sarà padrone solo del presente. Come anche i sani, del resto. Ai quali però resta il conforto della stolida innocenza che a lui è stata sottratta da quella diagnosi tanto simile a una sentenza.

Vorrebbe, peraltro, che lo fossero anche gli altri, indifferenti. Vorrebbe non registrare nei loro comportamenti un imbarazzo nuovo, cogliere nei loro sguardi la punta d'angoscia, spia della voglia di scappare lontano che conosce tanto bene per averla anche lui provata, a suo tempo, nei confronti di chi aveva un male simile a quello che oggi gli è toccato. Vorrebbe che non fosse fatto a lui quello che lui ha fatto ad altri, che non ci si ritraesse in sua presenza come se il cancro fosse una malattia contagiosa, che marchia coloro che ne sono affetti col distintivo invisibile di sacrileghi violatori di un tabù da cui dover stare alla larga. Perché, per un retaggio istintivo ed ancestrale che arriva dalla preistoria, quando stare soli o essere in compagnia faceva effettivamente la differenza tra la facoltà di mantenersi in vita e la morte certa, sente un disperato bisogno di normalità che possa fungere da contrappeso alla sua nuova condizione nel riconoscimento del pieno diritto di far parte ancora dell'umana fratellanza anziché di un ghetto di appestati, di segnati dalla sorte.

Vorrebbe, allo stesso tempo, che gli altri non lo fossero, indifferenti. Che, anzi, manifestassero nei suoi confronti un affetto e una sollecitudine speciali, superiori a quelli di prima. Perché l'idea di avere un cancro, e dunque di dover fare i conti senza possibilità di scampo con la sofferenza e la morte, prevista o presunta, lo fa vacillare, regredire, ritornare un bambino spaurito, bisognoso di comprensione, indulgenza, rassicurazione, abbracci, carezze, quasi che il contatto con gli altri esseri umani fosse un salvacondotto di affrancamento dalla malattia, o almeno dalla paura di essa. Perché l'energia che deve profondere per non esser sopraffatto dal suo male, e ancor di più dalla sua paura di esso, è tanta, e va dispiegata incessantemente convogliandola tutta sull'obiettivo, distraendola giocoforza da situazioni in cui la impiegava "prima", quali la pazienza e il buonsenso nei rapporti interpersonali, nelle rogne quotidiane, nei problemi di lavoro o di famiglia. E anche perché come rapidamente si abitua, se è uno di quei fortunati che ci riesce, ad affidarsi ai medici e agli infermieri per le cure, traendo un gran sollievo dalla sensazione di esser avvolto in un bozzolo protettivo, così d'istinto gli viene di replicare quell'attitudine a tutti gli altri ambiti della sua (precaria e fragile, ha ora scoperto) esistenza.

Vorrebbe che gli fosse risparmiata la prospettiva della sua dissoluzione. Perché più del dolore, più del disfacimento corporeo, è quello che lo atterrisce: il nulla eterno. Invidia i felici mortali che credono in un aldilà popolato di angeli e santi, vorrebbe anche lui disperatamente aggrapparsi a quel consolatorio palliativo, ci si applica con tutte le sue forze, ma non ci riesce. La sua idea di trapasso resta purtroppo quella di Adso da Melk nelle pagine finali de Il nome della rosa: "Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l’uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c’è opera né immagine." E' l'idea di annullamento in questa suprema indifferenza che lo annienta, lo lascia senza fiato, gli dà le vertigini. Mentre il mondo andrà avanti senza di lui, imperturbabile, come se lui non fosse mai esistito. Come nell'epitaffio di John Keats, lui sarà uno il cui nome fu scritto nell'acqua.

"Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus." Così termina il libro. E queste parole, scandite migliaia di volte, imparate a memoria, accompagneranno senz'altro gli ultimi pensieri coerenti della donna che ora termina qui le sue riflessioni, affetta da carcinoma mammario triplo negativo, G3, scarsamente differenziato, mentre sprofonderà nel coma indotto dall'anestesia per l'intervento di mastectomia a cui sarà sottoposta dopo la chemioterapia e prima della radioterapia, nella speranza di sottrarre un altro po' di tempo alla divina Indifferenza.