Storie nella Storia

Indifferenza, silenzio e omertà nella Taormina delle Leggi razziali

di Marinella Tumino

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Indifferenza, silenzio, omertà hanno tramato la storia perpetrandosi costantemente nel corso dei secoli. Ad Auschwitz, per esempio, tra il 1939 e il 1945, il silenzio era pesantissimo. Solo in pochi cercavano di spezzarlo, a rischio delle loro vite.
Indifferente molto spesso rimase la gente rispetto a quanto gli ebrei subirono appena promulgate le Leggi razziali, per non parlare dell’omertà di chi conosceva quanto avveniva all’interno dei campi di sterminio ove, appunto, regnava sovrana la “zona grigia”. A proposito di questo tema mi è venuto subito da pensare alla famiglia Kuerschener (la madre Eleonore Lindelfeld e i tre figli Eugene, Arthur e Renèe), i cui corpi riposano nel cimitero monumentale di Taormina. Vi sono stata di recente in visita e sono rimasta colpita dalla tomba, che mi è davvero parsa, un po’ come del resto tutto il cimitero acattolico, vittima dell’incuria e dell’indifferenza.
I Kuerschner erano una famiglia che alloggiava all’Hotel Flora a Taormina. Erano di origine ungherese e si erano trasferiti in Germania dopo la I guerra mondiale, che Arthur aveva combattuto da Capitano sul fronte italiano, acquisendo medaglie e decorazioni. A Berlino, il giovane, ormai cittadino tedesco, aveva rivestito per quindici anni il ruolo di ufficiale nella stazione radiofonica governativa. Poi, con l’arrivo di Hitler al potere e con la campagna razziale, era stato costretto a lasciare la Germania e a ritirarsi in Austria, ottenendo la cittadinanza austriaca. Quando nel 1938 l’Austria venne annessa alla Germania, i Kuerschner furono costretti, per sfuggire alle persecuzioni razziali, a rifugiarsi in Italia, dove Eugene aveva trovato lavoro. Ma anche in Italia le leggi antisemite non diedero loro tregua, infatti il decreto legge del 7 settembre 1938 n. 1 381 prevedeva, appunto, che gli ebrei stranieri abbandonassero il territorio italiano entro il 12 marzo 1939. Eugene Kuerschner era attivo nel mondo del cinema in Germania fino all’avvento di Hitler, e poi in Italia dal 1936. Qui aveva lavorato come produttore o come supervisore in due film. Il primo di essi fu “È tornato carnevale“ del 1936, diretto da Raffaello Matarazzo con, tra gli altri, Armando Falconi e Mario Pisu e con la sceneggiatura di Aldo De Benedetti (che di lì a poco, proprio per ragioni razziali, non poté più lavorare nel cinema) e l’altro ,“Ma non è una cosa seria”, per la regia di Mario Camerini e la sceneggiatura di Ercole Patti, Mario Soldati con, tra gli altri, Vittorio De Sica e Assia Noris. Dunque, a seguito delle leggi razziali, emanate in Italia nel 1938 e dell’entrata in vigore del decreto nazista che obbligava al rientro nel paese d’origine di tutti gli ebrei, la famiglia sarebbe di certo finita deportata in uno dei campi di sterminio dai quali non vi era ritorno.
Così, l’11 marzo del 1939, il mare nei pressi dell’Isola Bella divenne spettatore di un funesto fatto di cronaca: Eleonore e i 3 figli scesero a Mazzarò, noleggiarono una barca a remi e, una volta arrivati al largo, tutti insieme si buttarono in acqua; per evitare di risalire a galla appesantirono gli abiti con pietre. La polizia ha sempre taciuto le effettive ragioni del gesto estremo; ha piuttosto divulgato la notizia secondo cui nella stanza dell’Albergo Flora era stata rinvenuta una lettera in cui i Kuerschner si erano dichiarati stanchi della vita perché soli e senza amici. Ma Arthur aveva spedito a un amico una lettera in cui aveva esposto le ragioni del suicidio. E l’amico aveva scritto: “Forse le acque profonde del mare sapranno accogliere lui e la sua famiglia in un modo migliore e più amichevole di quanto non abbiano saputo farlo i governi degli Stati fino a quel momento”.
Chissà…  
Come dicevo, i loro corpi sono sepolti nella sezione acattolica del cimitero di Taormina e sulla lapide è incisa quest’iscrizione che racconta il drammatico epilogo: «Sotto il roseto noi riposiamo, posti vi fummo quando i giorni tristi correan per noi miseri ebrei. Fummo accolti in quest’isola dorata, lasciammo in patria il nostro avvenire. Tremendo è per la madre sceglier la morte per sé e per i figli. In barca tutti e quattro andammo, poi uno dietro l’altro in acqua ci tuffammo. Quando ci ritrovarono, le corde ancora il corpo ci cingevano».
A distanza di quasi 80 anni da quel tragico evento, la tomba comunica non solo malinconia e tristezza ma soprattutto una sensazione di impotenza e, ancor più, uno smisurato senso di solitudine, solitudine in cui, nell’Europa nazi-fascista, tutti gli Ebrei sono stati orrendamente “ghettizzati”.