«Vivere vuol dire essere partigiani»

Gli indifferenti secondo Antonio Gramsci: altro che non ti curar di lor! [1]

di Ester Procopio

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La parola indifferenza evoca immediatamente, a chi vi si sia già imbattuto per caso o per interesse, il celebre scrittodi Antonio Gramsci Gli indifferenti, forse più conosciuto dal grande pubblico per essere stato il testo del monologo dei comici Luca e Paolo durante Sanremo 2011[2] (cui antepongo volentieri, per intensità, l’interpretazione di Elio Germano a “Piazzapulita” su La7 il 4/07/2013):[3]

«Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che vivere vuol dire essere partigiani. [4] Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio
delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; e ciò su cui non si può contare; e ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto
all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di
piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle
conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere».

Il brano è non solo notevolmente bello e acuto – espressione dell'alta caratura intellettuale di Gramsci, senza dubbio uno dei più grandi pensatori, e prosatori, dell'ultimo secolo – ma è anche profetico di quello che succederà di lì a poco, l'ascesa del fascismo: Gli indifferenti infatti non è una riflessione a posteriori del Gramsci maturo, che negli anni del carcere riflette e coerentemente sviluppa una innovativa quanto lucida visione della storia italiana fino a Mussolini (passando attraverso il Risorgimento, l'influsso di Benedetto Croce e l'esperienza dell'Internazionale comunista) confluita nei Quaderni dal carcere ma è un prodotto giovanile risalente al 1917 – precedente quindi la militanza nel PSI, il Partito Socialista Italiano – e contenuto nella testata a numero unico tutta di suo pugno La città futura, direi un pamphlet, che ha come predecessore illustre proprio quel Caffè che nel ‘700 era stato il primo esempio di giornalismo militante in Italia (a sua volta ispirato dall'esempio inglese dello Spectator) e baluardo dell'illuminismo milanese.

Quasi manifesto di un nuovo illuminismo italiano non più borghese ma proletario, d'ispirazione marxista, Gli indifferenti non si pone come passiva denuncia di uno status quo inamovibile ma è la premessa teorica di una presa di coscienza che deve farsi e fare azione, sostenuta da una sconfinata fiducia nel potere delle parole di risvegliare le coscienze e mutare la mentalità dominante. Gli indifferenti è anche un memorandum morale per Gramsci stesso, l'eredità che lascia al sé del futuro per ricordargli – se mai servisse – di non cedere alla tentazione di paludarsi in una comoda inattività, nella non-azione. Anche la non-azione è responsabilità tanto più violenta perché è abdicazione agli altri; non solo: la non-azione è l'anticamera della dittatura. Infatti, tanti che non decidono equivale a pochi che governano, come la storia ha tristemente confermato più volte.

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[1] Non ti curar di lor, ma guarda e passa è l'alterazione popolare del celebre verso dantesco (Non ragioniam di lorma guarda e passa) dedicato agli indifferenti nel terzo canto dell’Inferno ((Inf. III, 51)

[2] https://www.youtube.com/watch?v=JTkMagfyelI

[3] https://www.youtube.com/watch?v=lqkv9wiHYJ4

[4] Gramsci si sta riferendo al poeta e drammaturgo tedesco Christian Friedrich Hebbel (1813 –1863). Allievo di Schelling, la sua produzione si fa notare soprattutto per le tragedie (Maria Magdalene, 1843; Gyges und sein Ring, 1856). Maria Magdalene è il racconto della crisi interna alla borghesia, imprigionata nei propri pregiudizi morali: di lì a poco avranno inizio i moti rivoluzionari del ’48, di matrice borghese, cui però Hebbel, attestandosi su posizioni conservatrici, mancò di dare il suo sostegno. La citazione è dal Diario di Hebbel, che era stato pubblicato poco prima (nel 1912) dal piccolo editore Carabba con traduzione dell'irredentista Slataper. Un ottimo intervento sull’aforisma ripreso da Gramsci l'ho trovato nel sito della Fondazione Wu Ming in cui leggo anche che «l’aforisma, numero 2613 nell’edizione tedesca B. Behr’s Verlag, Berlino 1905, scritto il 24 ottobre 1842 ad Amburgo, recita “ Leben heißt parteiisch sein”».