Così è (se vi pare)

Il culturalmente rilevante, il marchio, gli autori bio (a ognuno così come gli pare)

di Fabio Pinna

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L’indifferenza di chi? Come? Dove? Quando? Esistono migliaia di risposte ma siamo qui con alcune selezionate appositamente per confondervi le idee, per farvi dubitare, ufficialmente per riflettere insieme, qui nello sconfinato campo della letteratura dove tutto è stato già coltivato e ancora lo sarà.
Prendiamo in esame l’indifferenza dei lettori e degli scrittori. Come si manifesta, in che luoghi, in che situazioni emerge? Rispondendo a queste domande proveremo a dare una definizione di “indifferenza del lettore” o “dello scrittore”, tenteremo di capire se è un’invenzione ad hoc per questo articolo, se esiste insomma, e cercheremo di capire se questa definizione in qualche modo riguarda me, te, e gli altri. Le considerazioni ognun le farà per sé se non altrimenti affetto da indifferenza per l’indifferenza.

 

L’indifferenza degli scrittori
Non è quella di cui scrisse Moravia, l’indifferenza indiscriminata verso la società contemporanea (o parte di essa) semplicemente non è possibile in questa epoca storica globalizzata, la chiamerei piuttosto insofferenza. Il filo conduttore di entrambe è lo stesso concetto di decadenza di cui si occupò lo scrittore. La figura dello scrittore deve rendere consapevolezza al lettore di quello che, grazie alla sua sensibilità e percezione allenata, vede, o prevede. Deve sentirsi provato, affranto, scoraggiato,  nell’ascoltare le testimonianze o quando entra attraverso le sue storie nei fallimenti dell’uomo. Non perduto, certamente, e assolutamente non indifferente.
A chi è rivolta l’indifferenza allora? Senza generalizzare, ovviamente sarebbe un’ingenuità, si nota un’indifferenza verso i lettori. Verso i propri lettori? Ovviamente no, per loro si è disposti a fare maratone di autografi. Verso gli altri. Gli scrittori a volte sono egoisti, e sono meno liberi di quello che si possa pensare, queste due cose messe insieme comporta una scrittura dedicata (per scelte di stile, temi, ambientazioni, struttura del testo) esclusivamente al proprio pubblico nonostante esista sottopelle la consapevolezza di poter fare di più, di scrivere qualcosa di culturalmente rilevante. Qui volevo arrivare, al culturalmente rilevante. Qui comincia davvero il Così è (se vi pare) di questo articolo.
I libri sono tutti culturalmente rilevanti? Per essere gentili supponiamo che tutti servano a qualcosa, insomma, Così è (se vi pare) io non obietto. Ma fanno tutti parte di quella che chiamiamo cultura? Prima di rispondere incollate il naso alla vetrina di una libreria e osservate i dieci libri più venduti della settimana, oppure visto che siete al computer fate una rapida ricerca online. Leggete ogni singolo titolo in classifica. Probabilmente avete già un compendiato di risposte identiche. Avrei potuto chiedervi di leggere tutti i bugiardini dei medicinali che avete a casa, in fondo, per giocare un po’ e farvi ottenere un’idea netta tra ciò che è cultura e ciò che è tipografia.
Perché molti scrittori non ambiscono al culturalmente rilevante? Perché sono indifferenti a questo? Perché il libro stesso ha perso il ruolo culturale di un tempo, ovvero un libro oggi non deve essere a tutti i costi un testimone immortale di principi, di valori, di storia, di arte che si prende la responsabilità di tramandare tutto ai posteri. Ormai siamo una società evoluta. Leggiamo poco, conserviamo pochi libri e per qualunque evenienza ci sarà un Google sempre migliore.
Dunque oggi un libro non deve essere necessariamente un buon libro. È importante, ma non è più la ragione della sua esistenza. Perlopiù il libro è diventato un prodotto. Gli editori inventano slogan per proporre i contenuti inutili del libro prodotto che vendono in maniera tale che arrampicarsi sugli specchi insaponati a mani nude in confronto è una passeggiata.
Ve la immaginate la Divina Commedia con su sopra la fascetta gialla “Un viaggio da 12 milioni di copie, ma fai attenzione a dove ti fermi!”? A tutto questo, al merchandising che ruota attorno al libro, tanti autori sono divenuti indifferenti. Sono indifferenti alle aspettative del lettore in senso più ampio, tranne che a quelle del suo lettore e del suo editore. Non si può accontentare tutti, giusto? Non c’è niente di male a scrivere un libro improbabile per tirare avanti, come tutti facciamo alla nostra maniera, lavorando. O forse, aspetta, anche se ti piace scrivere puoi sempre cambiare mestiere. L’ha fatto pure Berlusconi e guarda dov’è arrivato. Insomma, chissà.

 

L’indifferenza dei lettori
Ma sì, anche i lettori sono incuranti, della qualità del libro ad esempio, come dicevo prima. Sia nella forma che nel contenuto. Indifferenti all’importanza della piccola editoria indipendente che è mediamente sinonimo di questa qualità. Si è indifferenti ad esempio quando si tratta di sostenere autori italiani, perlopiù sconosciuti, non quelli sponsorizzati dai premi importanti. Quelle son le vere novità, sono sfide sostenute da persone che lavorano con la passione in una mano e con la probabilità di fallire nell’altra. Editori che hanno un capitale sociale così limitato che la stessa cifra altri editori la usano per finanziare una sola campagna di marketing editoriale. Ora: lo farebbero se non fosse importante? Questi editori e autori meritano indifferenza o una possibilità?
Ci fidiamo di più della grande distribuzione, è vero. Compreremmo una Mercedes anche se avesse il motore di una Opel, tanto è nascosto. Ma il mondo è cambiato ci sono Opel che nel mercato dureranno più di una Mercedes, venderanno di più, saranno più utili. Non è più solo il marchio a fare la differenza.
È come la questione del Bio. Ci sono anche gli autori Bio, lo sapevate? Questa non la sapevate. Siete in libreria ed è come se foste alla Conad davanti ai pelati e a dover scegliere tra i Cirio e degli altri che si chiamano New Pomodoriland. Chi li ha mai sentiti? Come se non bastasse sono bio. Ma saranno veramente bio? Possiamo fidarci? Sconosciuti, diversi, e il tutto due volte. I piccoli editori indipendenti vi offrono questo, gli sconosciuti due volte, i talenti. Gli autori bio. Forse costano qualche euro in più, forse la resa è diversa.
E poi ci siamo disaffezionati, ammettiamolo, ai classici. Spesso. Il mercato contemporaneo è così grande che siamo sommersi, confusi. Vorremmo approfondire Pavese ma poi in prima fila troviamo sempre l’ultimo di Gramellini che ci frega, e via. Bravo anche Gramellini, in fondo. La storia si ripete e ci disaffezioniamo sempre di più. Sentiremo parlare di un qualche classico dai nostri figli quando li studieranno, e forse odieranno, a scuola.
O forse sto esagerando, questa indifferenza che è una forma di insensibilità dipende soltanto dal grado di sensibilità di chi scrive questo articolo o di chi lo legge. Potrebbe non esistere davvero come non esistono le Mercedes con il motore delle Opel. Però se in qualche momento sentiremo di volerci fidare di un libro diverso, di un modo di fare letteratura diversa, anche se non ci appartiene, se per un momento penseremo a quanto sia sfortunato Google a non avere pagine di carta da sfogliare come quelle che abbiamo scelto per noi, e proveremo a dare un nome a tutto questo sapremo per certo che non si chiama indifferenza.