La tela del ragno

La prigione dell'indifferenza

di Laura Ciancio

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Erano gli anni settanta e i giovani scendevano nelle piazze perché si sentivano artefici di un cambiamento globale. E non si può dire che ciò non sia stato. Hanno dato impulso a qualcosa di rivoluzionario, fuori da ogni schema. Ma le energie creative e ribelli di quella generazione si sono disperse in migliaia di rivoli e sono state inghiottite nel grande buco nero della società globalizzata che tutto accoglie per distruggerlo, trasformandolo al suo servizio. La passione e le idee hanno lasciato il passo ad una bulimia di cose inutili. Non si dedica più tempo a riflettere per allungare lo sguardo oltre il proprio orizzonte limitato.
Girarsi dall’altra parte per non vedere qualcuno che chiede aiuto, non intervenire sul degrado che ci circonda, non denunciare gli abusi, non protestare quando è giusto farlo, lasciare che vengano innalzati muri, che altri gestiscano “la cosa pubblica” per i loro interessi personali… Le forme di indifferenza si respirano insieme all’aria e ci si fa l’abitudine.
Fatima disegna coi pennarelli un grande cuore rosa e ai lati ci sono lei e la sua mamma. Il cuore è poggiato su un grande prato verde e dentro c’è una casa con la finestra aperta.
Lamin non disegna, sta in un angolo e si torce un lembo della maglietta. Lui ha solo due anni e ha fatto la traversata dalla Libia insieme ad una donna che non è sua madre. Se lo guardi o gli porgi un pennarello si gira dall’altra parte con fare timoroso.
Jamal invece è rabbioso, butta giù dal tavolo tutti i giochi e urla. Suo padre lo sgrida e lo prende per un braccio tirandolo verso la sedia, sua madre non osa intervenire e assiste passivamente.
Salima parla bene l’italiano, disegna il mare agitato con una grande barca piena di persone e poi dice che vuole andare a scuola. Io le regalo una scatola di pennarelli, lei mi dice grazie mille volte e, quando va via,  è dispiaciuta di dover tornare al centro di accoglienza. Solo perché le ho dedicato un po’ di tempo mentre la mamma veniva ascoltata in commissione.
Una delle questioni che mostra il vero volto dell’indifferenza è quella dei migranti. Fino agli anni novanta essi potevano andare via dal loro Paese e arrivare in Europa a cercare lavoro senza che si alzassero cori di odio e di respingimento. Oggi hanno una via obbligata: attraversare il continente africano lungo le piste note, sostare in Libia e salire a bordo di barconi fatiscenti. Le ultime decisioni prese dall’Italia con il beneplacito dell’Unione Europea hanno decretato di fermare gli sbarchi a tutti i costi, accordandosi economicamente con la Libia e lasciando i migranti alla mercé dei soldati e delle prigioni-lager libiche.

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Chi tuona contro l’assalto migratorio sa bene di raccogliere consensi a livello elettorale e infatti così accade sempre, come da previsione. I partiti che gridano all’invasione e fomentano la paura sono stati premiati alle ultime elezioni in Italia e in Europa e questo la dice lunga sulla minaccia percepita da chi vive nel suo piccolo mondo quotidiano di sicurezze.
I migranti che giungono in Libia ma non riescono ad arrivare qui sono un popolo di “desaparecidos”, perché vengono inghiottiti dal deserto e dal mare o ridotti in schiavitù a qualche centinaia di chilometri dalle nostre coste.
Uno sterminio di questa portata non sarebbe mai potuto avvenire fino a qualche decina di anni fa e  sicuramente ci sarebbero state almeno le proteste di piazza.
Oggi qualche flebile voce si alza ogni tanto e si vedono immagini di qualche ONG che salva persone cadute in mare durante la traversata, ma la tragica questione resta appesa lì, non risolta e osservata indifferentemente nel silenzio generalizzato.
La tematica migratoria è solo un esempio tra i tanti che dimostrano il disinteresse verso il quale si sta scivolando. L’assenza di sentimenti, di empatia con l’altro e con la natura, è una forma di morte spirituale, una paralisi dell’anima in cui tutti possiamo inciampare.  
L’indifferenza non ci fa vedere bene né gli eventi né le persone, tantomeno ci guida nella comprensione di essi, scava gallerie profonde per annientare interiorità e sentimento, diventa prigione nei gesti ripetuti, nel mondo conosciuto ed è sempre dettata da paura e da sospetto. E, soprattutto, lascia che tutto accada, a differenza del distacco. Indifferenza e distacco possono sembrare sinonimi ma hanno un’accezione completamente diversa.
Il distacco è parte integrante della filosofia buddista dalla quale ha attinto recentemente la psicologia. E’ lucidità, attenzione, conoscenza. Quando si sceglie di praticare un distacco consapevole  inizia il vero viaggio dentro sé stessi e si accantonano le idealizzazioni che ci si era costruiti, per andare verso nuove possibilità. Il distacco aiuta a liberarsi dalle dipendenze, dai rapporti che fanno male. Si diventa protagonisti e responsabili della propria vita.
A volte è necessario allontanarsi per avere una visione completa del problema o dell’emozione che si sta vivendo. Prendere le distanze è utile per osservare anche i lati nascosti o in ombra, come quando si inizia la stesura di un disegno o si vuole stabilire quali siano i rami di una pianta da potare. Distaccarsi non vuol dire non provare sentimenti, vuol dire non farsi travolgere da essi, non identificarsi con essi ma viverli con maggiore libertà, senza la paura della perdita.
Quante volte ci si è trovati a dover reggere situazioni difficili o a organizzare un’improvvisa emergenza? Non è sicuramente semplice e ci viene richiesto uno sforzo, un impegno maggiore per gestire al meglio la complessità. Il distacco ci fa chiedere se stiamo andando nella direzione giusta, in sintonia con il nostro essere, e ci porta costantemente a domandarci, come scriveva Carlos Castaneda (Gli insegnamenti di Don Juan), se la strada che stiamo percorrendo ha un cuore oppure no. “Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce”.