Ille mi par esse deo videtur

La sintomatologia del mal d'amore in Catullo

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    John Reinhard Weguelin, Lesbia, 1878.

 

"Ille mi par esse deo videtur,/ille, si fas est, superare divos/qui sedens adversus identidem te/spectat et audit..." Quante volte saranno risuonati, nel loro mesmerico incalzare frutto del connubio tra la strofe saffica e la lingua latina, questi conturbanti versi di Catullo? Quanti scolari ne avranno scandito, spediti o incerti, la metrica? Quanti artisti e letterati di ogni tempo ne saranno stati sedotti e influenzati?
Due soli carmi, dei centotredici di cui si compone il Liber catulliano giunto fino a noi, sono scritti in metro saffico: uno è questo, il 51, l'altro è quello dell'addio, il rabbioso e mesto carme 11. Sono, fra tutti quelli incentrati, per lo più dolorosamente, sul rapporto amoroso che condizionò la sua breve esistenza e la sua grande poetica, i due che ne scandiscono l'inizio e la fine. Ma per questo in particolare l'autore/protagonista Catullo da Saffo mutua ben più che il solo ritmo, giacché lo compone facendo aemulatio di una famosissima ode della poetessa di Lesbo, convertendola dal greco quasi parola per parola, come se, vivendo ciò che si appresta a scrivere - l'ottundimento dei sensi e il turbine interiore causatigli dall'innamoramento, svelato a se stesso proprio per la gelosia verso il fortunato mortale che gli pare simile ad un dio "perché, seduto innanzi a te, senza scomporsi, ti vede e ti ascolta" - scoprisse di non aver più un filo di voce per raccontarlo proprio a causa di quell'ottundimento e quel turbine; e sentisse di poter e dover allora ricorrere a un'altra voce, una voce tanto sublime, apprezzata, prediletta. Accade così l'imponderabile per cui un mero esercizio di stile, molto praticato nella cerchia dei poeti del tempo, passato al crogiolo dell'urgenza ed autenticità emotiva del suo artefice riesce a eguagliare in bellezza e valore artistico il modello, di cui si fa omaggio eccelso e immortale. E, nel suo essere tanto teneramente e fortemente simbolico sia dell'affinità elettiva tra lui e la donna per cui si è acceso di un così impetuoso sentimento nel far memoria di ciò che da principio l'aveva congiunto a lei - il culto per la lirica greca e in particolare per Saffo -, sia della resa alla sua momentanea e penosa afasia, una resa colma d'esaltazione nel farsi carne e sangue di quei versi amati e certo conosciuti a memoria, palesa di Catullo la mirabile capacità di far suo tutto ciò che tocca, di riviverlo trasformandolo, filtrato dalla sua straordinaria personalità e sensibilità.
Saffo dovette invero occupare un posto caro e importante nella formazione culturale di questo brillante e caustico giovane veronese, di famiglia benestante e legata da amicizia con Cesare (che durante la campagna di Gallia veniva a svernare nella sua casa), giunto presumibilmente a Roma non appena indossata la toga virile, intorno al 65 a.C., per spartirsi equamente tra la serietà di studi di retorica e la spensieratezza di svaghi da bohémienne, s'egli decise di celare sotto lo pseudonimo di Lesbia l'identità della donna che fu la passione e il tormento di tutta la sua vita, nonché l'ispiratrice principale della sua poesia. Apuleio ci informa che il suo vero nome era Clodia; con ogni probabilità era la seconda sorella del tribuno omonimo, sposata al tribuno Cecilio Metello Celere. Più vecchia di Catullo di una decina d'anni, forse era stata da lui già incontrata nella città natia al tempo in cui Cecilio Metello era governatore della Cisalpina. Ma la loro storia nacque e si sviluppò nella capitale, all'interno dell'elite da entrambi frequentata, da quando Catullo, entrando a far parte dell'avanguardia letteraria dei neóteroi o poetae novi, quasi tutti suoi coetanei e conterranei, ebbe accesso alle case degli esponenti politici e intellettuali più in vista, stringendo amicizie importanti e vivendo tra licenziosità e galanterie.

imgAppia Antica, Mausoleo di Cecilia Metella, figlia di Cecilio Metello Celere e di Clodia.​


Il termine poetae novi è sprezzantemente ironico, e fu coniato da Cicerone per definire con sufficienza un movimento che segnò una svolta decisiva nella storia della poesia latina. Nel pieno della guerra tra Cesare e Pompeo e della turbolenta transizione dalla repubblica al principato, una generazione di giovani inquieta, animata da uno spirito frondista e ansiosa di evadere dall'urto delle passioni politiche rifugiandosi nel culto di una poesia rinnovata, reagì alla tradizione arcaica espressione del nazionalismo romano rompendo con le trite formule di esaltazione delle gesta patrie per rivolgersi a temi eruditi e allo studio della forma artistica nella rielaborazione di antichi miti minori e nell'imitazione dei modelli alessandrini - Callimaco su tutti - dai quali apprendere la cesellatura del verso e la squisitezza dello stile. In polemica con gli smorti epigoni della poesia epica, questi giovani poeti moderni introiettavano le parole di Callimaco: "Odio il poema ciclico", "un gran libro è un gran malanno", e in segno di rottura col passato opponevano ai lunghi Annales in versi dei frusti imitatori di Ennio carmi brevi di leggende episodiche con accenti realistici, pazientemente limati e affinati nelle preziose cadenze del verso, i cosiddetti carmina docta. I loro componimenti brevi e disimpegnati venivano da loro stessi chiamati nugae, cioè sciocchezze, bagatelle, cosucce: termine che era una sorta di manifesto della loro poetica pretesa, sempre nel solco della polemica contro la prolissità che per loro faceva tutt'uno con l'arcaismo e la rusticità, di vagliare dal mito epico esclusivamente i dettagli degli amori infelici, i soli contesti ritenuti interessanti perché, proiettati su uno sfondo idillico e romantico, permettevano loro di scrutare con occhio spregiudicato la natura umana e far mostra della propria doctrina, ossia la cultura greca e l'apprendimento di un'ars che conferisse alla loro opera venustà e urbanità.
Pur ostentando un totale disimpegno politico, i poetae novi facevano parte a buon diritto della società galante e raffinata della capitale, all'interno della quale gravitavano tutti i personaggi più in vista. In questo modo Catullo si legò d'amicizia con l'oratore Calvo, il poeta Cinna, il console suffetto Alfeno Varo, lo storico Cornelio Nepote, mentre oltre a frequentare le terme faceva orge con gli amici e se la spassava con ragazze prezzolate, fra battute salaci e scherzi di dubbio gusto. Apparteneva allo stesso mondo anche Clodia, colta e spregiudicata, devota della poesia come dei facili amori e degli intrighi. Del sentimento fatale che legò l'esuberante Catullo a lei conosciamo quasi ogni palpito, ogni stato d'animo, ogni episodio emotivamente saliente, grazie alle nugae e agli epigrammi che lui compose e che sono incisi nella memoria collettiva (chi non conosce il carme 85? "Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris./Nescio, sed fieri sentio et excrucior." Chi non ha compiuto la sua educazione sentimentale sulla differenza tra amare e bene velle cantata nel carme 72? "Dicebas quondam solum te nosse Catullum,/Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem./Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,/sed pater ut gnatos diligit et generos./Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,/multo mi tamen es vilior et levior./« Qui potis est ? », inquis. Quod amantem iniuria talis/cogit amare magis, sed bene velle minus."). Sui loro reali rapporti invece permane un fitto mistero. Sappiamo che, a causa delle infedeltà di lei, la loro fu una relazione molto burrascosa, fatta di reciproche ripicche, dispetti, gelosie e molta sofferenza da parte di Catullo, finché, alla morte del marito di Clodia (per cui su di lei gravò anche il sospetto di averlo avvelenato) e del fratello di lui, sopraggiunta all'improvviso durante un viaggio in Oriente, questa non venne bruscamente interrotta dalla partenza del poeta richiamato a Verona, mentre la sua amata restava a Roma a fiancheggiare il fratello demagogo nel suo temerario disegno di presa del potere cittadino.
Al ritorno nell'Urbe, nel 58, Catullo doveva scoprire un'amarissima realtà, ben peggiore di quella che le lettere degli amici gli avevano prospettato: Clodia aveva un nuovo amante, Marco Celio Rufo, e di lui non voleva più saperne. Probabilmente per tentare di dimenticarla l'anno successivo il poeta partì per la Bitinia al seguito del pretore Gaio Memmo, letterato e amico di letterati, e alla sua coorte di amici. Lì riuscì anche a rendere omaggio alla tomba del fratello, componendo per lui l'epigramma 101, forse il più bell'epitaffio della poesia antica ("Multas per gentes et multa per aequora vectus/advenio has miseras, frater, ad inferias,/ut te postremo donarem munere mortis/et mutam nequiquam alloquerer cinerem./Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum./Heu miser indigne frater adempte mihi,/nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum/tradita sunt tristi munere ad inferias,/accipe fraterno multum manantia fletu,/atque in perpetuum, frater, ave atque vale."), che molti secoli dopo avrebbe ispirato il Foscolo per il suo sonetto In morte del fratello Giovanni.
Passato un altro anno, Catullo fu di nuovo a Roma. E proprio quando ormai credeva di essersi messo il cuore in pace, sapendo la sua Lesbia definitivamente perduta, ecco che un giorno, inaspettatamente, lei venne a ricercarlo per promettergli di nuovo "un amore eterno e senza nubi". La gioia insperata gli impedì di rendersi conto che questo improvviso ritorno di fiamma era dovuto esclusivamente ad una ripicca della donna verso il suo ex amante, Marco Celio Rufo, ed il di lui patrono Cicerone, che l'avevano villanamente dileggiata. Pur scottato dalle precedenti infedeltà, l'ex libertino Catullo si arrese alla sacra ineluttabilità del suo destino di fedeltà sentimentale, e accolse, ricambiandole con la solennità commovente, quasi mistica, di un patto religioso, le nuove promesse di lei, che gli ispirarono altri carmi di struggente, pacata e purissima bellezza (carme 109: "Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem/hunc nostrum inter nos perpetuumque fore./Di magni, facite ut vere promittere possit,/atque id sincere dicate et ex animo,/ut liceat nobis tota perducere vita/aeternum hoc sanctae foedus amicitiae"; carme 87: ""Nulla potest mulier tantum se dicere amatam/vere, quantum a me Lesbia amata mea est./Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta/quanta in amore tuo ex parte reperta mea est").
Ma anche quest'ultima illusione di riconciliazione doveva cadere. Sempre più legata alle sorti politiche del fratello, Clodia aveva fatto della sua casa il punto di ritrovo di tutta la gioventù romana rivoluzionaria, assieme alla quale i due andavano architettando un colpo di stato di cui Catullo, totalmente estraneo ai fatti politici (come ben illustra il carme 93, quello dell'indifferenza verso Cesare: "Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,/nec scire utrum sis albus an ater homo."), non ebbe alcun sentore. Lui in tutti quei traffici vedeva solo la sua donna che lo trascurava per passare le giornate attorniata da un nugolo di ragazzotti con i quali ostentatamente civettava. Nella sua gelosia giunse a credere che lei lo tradisse con ciascuno di costoro: in un un crescendo parossistico di sofferenza, si dannò dapprima nel cercare di cogliere in ogni rivale difetti fisici o di metterne a nudo l'immoralità, poi, irrigidito dal dolore, decise di farla finita con lei e, nella stessa strofe saffica con cui aveva narrato il suo primo incontro, scrisse anche l'addio definitivo, affidato a due sedicenti amici: "(...) Cum suis vivat valeatque moechis,/quos simul complexa tenet trecentos,/nullum amans vere, sed identidem omnium/ilia rumpens;/nec meum respectet, ut ante, amorem,/qui ullius culpa cecidit velut prati/ultimi flos, praetereunte postquam/tactus aratro est"). E' il carme 11, che passando da un inizio alto e distaccato alla dura sferzata di sarcasmo ("Viva e se la spassi coi suoi amanti, che, trecento per volta, si stringe tra le braccia, senza amarne nessuno veramente, ma sfiancando a tutti e trecento le reni") che si dissolve nella catarsi di un pathos idillico ("più non si volga, come un giorno, a cercare il mio amore, che per sua colpa è caduto come un fiore sul ciglio del prato, reciso dopo che sopra è passato l'aratro") chiude la parabola avviata nel carme 51 così com'è cominciata, nella conferma di quanto l'umanità di Catullo, la sua immedesimazione nella sua arte, sostenute dalla forza della sua immaginazione e dalla sincerità delle sue reazioni, abbiano potuto e saputo plasmare con crudezza e immediatezza la ricerca del mero artificio tipica della tecnica ellenistica per metterla al servizio della rappresentazione della reale profondità e straziante alternanza di toni e accenti dei suoi più concreti e genuini sentimenti.
Si spense di lì a poco, probabilmente nel 54, a soli trent'anni, quest'uomo dall'indole non serena e dalla vita interiore indicibilmente ricca, lasciando una traduzione della Chioma di Berenice di Callimaco, alcuni carmina docta, decine di nugae e molti epigrammi in una multiforme gamma stilistica di infinite sfumature espressive, ora patetiche, ora sarcastiche, ora grottesche, ora energicamente affettive, conseguente alla estrema mobilità dei suoi pensieri e dei suoi stati d'animo. A far da cornice ai canti d'amore si trovano così componimenti scherzosi, sapidi, satirici, scurrili, nei quali poeti e scrittori famosi rivivono accanto a personaggi oscuri, dove non vengono risparmiati ad avversari e rivali invettive, scherni e vituperi, ma dove si riversa anche un'incredibile tenerezza verso gli amici, e pure nello sguardo verso la natura - Sirmione e il Lago di Garda, luoghi della sua infanzia, il suo fondo di Tivoli dov'egli si rifugia come sul seno di una persona cara - la mera contemplazione estetica viene superata da un evidente, intimo senso di fraternità con essa.
Stimato dai suoi contemporanei Lucrezio e Cornelio Nepote, l'amico a cui il suo libellus è dedicato, Catullo fu imitato da Properzio, Orazio, e Virgilio; ricordato da Ovidio; emulato da Marziale, Giovenale, Stazio; lodato da Petronio, Plinio il Vecchio, Quintiliano, Tacito, Apuleio, Gellio, San Girolamo, Sant'Agostino, Boezio. Fu amato dal Petrarca come dai poeti del Quattro e Cinquecento; dal Foscolo, che lo rievocò, oltre che nel sonetto In morte del fratello Giovanni , anche nelle Grazie, e ne tradusse La chioma di Berenice; dal Pascoli, che nel Catullocalvos volle esserne in qualche modo il continuatore; persino da Angelo Branduardi, che ai giorni nostri ha messo in musica con esiti notevoli proprio il carme 51. E poi da una schiera sterminata di uomini e donne di ogni tempo che nella sintomatologia del mal d'amore racchiusa nei versi di questo poeta, tra i più originali e inimitabili che l'umanità abbia mai conosciuto, hanno ritrovato, ritrovano e ritroveranno sempre loro stessi.