Beati loro

Scozia e Italia, due modi di gestire il mondo del rugby: uno vincente e l’altro perdente

di Meno Occhipinti

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Si dice sempre che le case si costruiscono dalle fondamenta. E che più queste sono solide, più salda e forte viene la casa.
Questo enunciato vale anche per quanto riguarda il rugby. E la casa di quello italianano non è proprio così solida. Se consideriamo quello che è sempre stato il nostro fiore all’occhiello, e cioè la Nazionale, le cose non vanno troppo bene.
L’Italrugby ha da poco “vinto” l’ennesimo cucchiaio di legno, il “premio” si dà alla squadra che chiude all’ultimo posto nel Torneo delle Sei Nazioni, e siamo tredicesimo in 19 edizioni, e, notizia ancora più dura da accettare, non batte una delle altre cinque nazioni da ben 17 incontri. L’ultima vittoria era arrivata il 28 febbraio 2015, quando i “nostri” avevano battuto la Scozia al Murrayfield di Edimburgo.
Da allora è buio pesto, mentre per gli scozzesi è iniziata la lenta risalita (in verità iniziata qualche anno prima) che si è conclusa poco più di un mese fa quando la Nazionale con il kilt ha battuto i favoriti bianchi d’Inghilterra, i rivali di sempre e non solo nel rugby.
È difficile dare una spiegazione certa al perché la Scozia è riuscita a risalire la china (e oggi è al 5° posto nel ranking mondiale) mentre l’Italia ha intrapreso il percorso inverso e dal 9° posto adesso si ritrova al 14°.
Un detto siciliano (chissà se esiste qualcosa di simile anche in Scozia) dice che “Senza sordi nun si canta missa”, letteralmente “senza soldi il prete non celebra la messa”, ma che sta a significare che se ci sono i soldi si può raggiungere qualunque obiettivo. Forse la spiegazione, e la differenza tra Italia e Scozia sta tutta lì.
Nella stagione 2013/2014 la Fir, Federazione Italiana Rugby, ha messo a disposizione del rugby di base, cioè i contributi che destinati alle società che svolgono attività giovanile, poco più di 840.000 euro. A dividersi la torta sono state 237 società, per una media di 3.500 euro per ciascuna.
Per dare il senso della misura, le due franchigie Zebre e Benetton, punta dell’iceberg del rugby nazionale, ricevono ogni anno dalla Fir circa 4.000.000 di euro ciascuna, come contributo per partecipare al campionato sovranazionale chiamato Pro14, cui prendono parte squadre scozzesi, irlandesi, gallesi e sudafricane.
Il senso dell’operazione è semplice: si danno molti soldi ai grandi perché facciano da traino all’intero movimento.
In Scozia invece si ragiona in modo opposto.

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Nel 2014 la federazione scozzese ha concluso un accordo di sponsorizzazione con il canale televisivo BT Sport in virtù del quale, dietro il compenso di 25 milioni di euro all’anno per 4 anni, la federazione ha intitolato lo stadio di Murrayfield al nuovo sponsor. Dove sono andati a finire i 100 milioni di euro entrati nelle casse della Scottish Rugby Union?
Ce lo spiega, e lo ha spiegato a tutto il mondo rugbistico al momento della firma con lo sponsor, il grande capo del rugby scozzese, Mark Dodson: «La nostra opinione è che questi soldi debbano venir principalmente spesi per finanziare il rugby di base. Il rugby dei club ha bisogno di soldi. È stato un periodo difficile per loro e useremo questi soldi per rilanciare il rugby di club in Scozia, così come le accademie. Verranno usati anche per far crescere il rugby femminile e, in parte, per i nostri due club professionistici».
Insomma, niente terza franchigia, come più volte proposto dal presidente Gavazzi, né sogni di grandezza: i soldi in Scozia si investono per far crescere i giovani. E i risultati di quella scelta si stanno iniziando a vedere adesso.
Secondo l’enciclopedia Treccani la gelosia è uno “stato emotivo complesso, caratterizzato da manifestazioni di ambivalenza affettiva, verso una persona per cui il soggetto nutre un particolare interesse” mentre l’invidia è un “sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé”.
Credo che tutti i rugbisti italiani non siano gelosi della maniera in cui nel nostro Paese viene gestito lo sport della palla ovale, ma sono certamente invidiosi per come lo hanno gestito nel Paese delle Highlands. Beati loro.