Quasi un editoriale

La gelosia è una brutta bestia

di Antonio La Monica

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La gelosia non è un tema che si possa oggi prendere alla leggera. Anche volendolo. E le motivazioni sono numerose, non solo per chi, come chi scrive, è nato e vive in Sicilia, terra di onore e fedeltà come valori assoluti. L’argomento è oggi come non mai maledettamente serio ed impegnativo e va ben oltre la leggerezza di tante commedie degli equivoci così in voga nei Settanta ed anche oltre. Come in un gioco dell’oca riuscito molto male, infatti, sembriamo ritornati indietro ai tempi di Otello o, per restare in ambiti meno letterari, negli anni in cui il delitto d’onore veniva culturalmente accettato.

La gelosia è una brutta bestia, segna il senso del possesso e lo traduce in violenza psicologica, verbale e fisica. Siamo gelosi di una persona che diciamo di amare, ma siamo gelosi delle nostre cose, di ciò che abbiamo costruito, di quelli che crediamo essere i nostri progetti e i nostri pensieri.

Ma mentre tutto ciò accade, viviamo in un tempo in cui la condivisione appare essere declinata ai massimi livelli.

Condividiamo tutto: le gite fuori porta, le foto dei nostri figli al mare, i nostri pensieri più intimi.

Ed è dura per chi vive nel gorgo della gelosia districarsi nel labirinto dei social network, degli amici virtuali e delle chat. Viene da pensare ad una scenetta comica esilarante in cui il siciliano Ficarra doveva difendere la sorella dall’innamorato Picone e finiva con l’arrendersi davanti all’impossibilità di controllare i movimenti ed i contatti di una donna al giorno d’oggi. “Non ce la posso fare, non ce la posso fare”.

Più esilarante ancora, ma questa volta vera, la storia che mi raccontò un funzionario della polizia postale della mia città. Era davvero stupito della storia di gelosia che aveva avuto il compito di analizzare. Moglie e marito erano giunti al divorzio dopo che lei aveva monitorato il computer del marito. Qualcuno potrebbe pensare che la donna avesse scoperto chissà quali discussioni erotiche, chissà quale cronologia a luci rosse. Nulla di tutto questo. Entrambi i coniugi partecipavano ad un gioco di ruolo in cui erano marito e moglie ed avevano un figlio virtuale . Ebbene, pare che il marito facesse prostituire il figlio, sempre nella finzione, al fine di ricaricare il suo conto in banca. Un’offesa che, in un gioco di ruolo virtuale, aveva fatto saltare nella realtà il matrimonio. “Rimpiango i tempi – mi disse il poliziotto – delle corna reali”.

Non so se sia il caso di rimpiangere qualcosa, ma di certo i barbari non sono mai stati così vicini alla nostra mente e ai nostri cuori….