Non esser visti per vedere

La "gelosia", un elemento architettonico che sa di mistero e Mediterraneo

di Saro Distefano

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    La "gelosia" di Palazzo Arezzo di Donnafugata a Ragusa Ibla (2010)

     

Secondo gli storici, almeno quelli che ho letto io nei saggi recuperabili su Internet in formato Pdf (e sono ormai la gran parte), sono molti i termini utilizzati tuttora nella edilizia, nella architettura e nell’arte occidentale, soprattutto europea, che derivano da antichi termini di origine mediorientale.
Tra i tanti a me piace ricordare “persiana”, l’ingegnoso sistema mobile applicato a porte e finestre che sovente è chiamato anche “veneziana” (e non sembri strano, posto che per secoli la città di Venezia era la unica porta europea aperta verso l’Oriente). Evidente la sua origine. Che poi quel sistema di alette che si aprono e chiudono tutte insieme provenga effettivamente dalla antica Persia, oggi Iran, non lo sapremo mai con certezza.
Quanto sappiamo è però una cosa altrettanto se non più interessante: un sistema complesso di alette, ovvero di “persiane”, che formano una sorta di stanzetta al posto o ad integrazione di un balcone esterno alla casa, cambia di nome e diventa “gelosia”.
La caratteristica principale è nota: stando dentro la gelosia, ovvero dentro casa ma già coi piedi sul balcone esterno, io posso facilmente guardare fuori senza però essere a mia volta visto, come sarei invece se solo stessi sul balcone, senza gelosia.
Nella mia città ne esistono, mentre scrivo, solo due o tre. Ma una di esse è celeberrima, immortalata in decine di film, nello sceneggiato televisivo Montalbano, e negli occhi di migliaia e migliaia di turisti che visitano più o meno velocemente la splendida Ibla.
È la “gelosia” di Palazzo Arezzo di Donnafugata, enorme magione costruita al centro del corso che da Piazza Duomo porta in Piazza Pola: il centro del centro del centro storico.
Quel balconcino, recentemente verniciato di un verde pallido molto elegante, è una fortissima fonte di attrazione per chiunque passi da quella strada. È stato costruito non si sa quando ma, certamente, da almeno un secolo e mezzo. E a starci dentro (ho avuto il privilegio di poterlo fare, ospite dei gentilissimi padroni di casa) è una sensazione invero molto singolare: guardi fuori, segui i movimenti, le dinamiche, le camminate, le grida e i volti tra quanti – e in certi momenti della giornata e in certe stagioni dell’anno sono tantissimi – passano di sotto. E nessuno, ma proprio nessuno di quelli potrà vederti, potrà nemmeno sapere che tu stai dietro quelle alette lignee che si chiamano “gelosia”.
A chiamarla gelosia non si è sbagliato chi – quando? – volle così definirla. E a Malta, la nostra dirimpettaia Repubblica dove parlano inglese, guidano a sinistra, fanno business e i cognomi sono, per il 90 per cento, di Scoglitti e di Pozzallo, di questi balconi modificati se ne possono trovare centinaia, soprattutto nel centro storico di La Valletta e di Mdina.
Certo, i romantici, davanti quelle alette di legno verniciato, sapendo quale è il loro nome, vanno col pensiero a sguardi appassionati, a passioni nascoste, impedite, vietate.
A me invece, che romantico non sono, quelle alette fanno venire in mente quelle identiche, ma metalliche, che si trovano infisse nelle finestre delle carceri. Proprio così. La unica differenza è nella inclinazione. Quelli delle “gelosie” sono orientate dall’alto al basso, producendo l’effetto che sappiamo. Quelle del carcere sono orientate dal basso verso l’altro: il detenuto non potrà mai vedere in basso, la strada, i prati, le persone. Potrà guardare solo in alto, verso il cielo. E pensare alla sua pena.