Medea gelosa, Medea in lutto

La vicenda di un'avvelenatrice, strega, altra, violenta e disturbante...

di Anna Maria Baiamonte

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    Valentine Cameron Prinsep (1838–1904), Medea the Sorceress (1880)

L’esule, la straniera, la vendicatrice, la ribelle, l’assassina. Outsider. Definita straordinariamente intelligente da Euripide che le dedica la celebre tragedia andata in scena per la prima volta alle Grandi Dionisie ateniesi nel 431 a.e.v., Medea compie l’azione orribile che nessuna donna oserebbe anche solo immaginare: uccide i suoi stessi figli per punire il tradimento dell’uomo con cui li ha avuti, Giasone l’argonauta, privandolo della progenie, di una sua proprietà, una sua estensione. La tragedia accoglie, codifica e restituisce agli spettatori i limiti entro cui si è consentito che si muova l’agire umano, mai al di sopra né al di sotto di quello che gli dèi hanno stabilito per i mortali. Medea l’avvelenatrice, la strega, l’“altra”, violenta e disturbante, si spinge fino ad annientare quella maternità che era il solo ambito in cui potesse ancora esercitare un diritto, consegnandola per sempre alle ombre di una dannazione disperata.

«Medea dalle belle caviglie, domata dall’aurea Afrodite». Così la introduce Esiodo (Teogonia, vv. 961-962) nella testimonianza più antica (VII-VIII sec.); suo padre Aiete (o Eeta) è figlio di Helios, sua madre figlia dell’Oceano. Della sua storia esistevano in Grecia diverse versioni, sempre legate all’impresa degli Argonauti. 

Medea figlia di re, signora dei Colchi, che profetizza con bocca immortale; ha sacrificato tutto per Giasone. Lo vede arrivare un giorno a capo di una spedizione che aveva il compito di trovare il vello d’oro, custodito su un alto albero presso un bosco sacro ad Ares proprio nella “barbara” Colchide, sulla costa orientale del Mar Nero, sorvegliato da un terribile drago; una prova durissima ma necessaria perché Giasone riguadagnasse il suo regno. Colpita immediatamente dall’amore per l’eroico straniero, la principessa, che era dotata di poteri magici, lo aiuta a superare la prova con i suoi incantesimi. Ottenuta la vittoria e conquistato il vello d’oro, Giasone riparte in fretta portando con sé la giovane come una preda; lei lascia per sempre la patria tradita e il padre e nella fuga uccide persino un fratello, senza mai voltarsi indietro, veleggiando insieme all’eroe alla ricerca di una nuova casa. La troveranno nella città di Corinto, dove si svolge la tragedia.

In questo esilio volontario, lontana dalla famiglia e senza amici, Medea compiace il suo sposo in ogni cosa, dandogli due figli. Finché un giorno Creonte, re della città, propone a Giasone un’alleanza politica che non può rifiutare, e che dovrà essere sancita dalle nozze con sua figlia la principessa Glauce (o Creusa) «dalla bionda chioma». A questo punto, secondo le diverse tradizioni, Medea uccide Creonte, sovrano giusto ma colpevole della sua disfatta matrimoniale, ed è costretta a riparare ad Atene dopo che i famigliari del re per vendetta le uccidono i figli; oppure è lei stessa a provocare la morte dei bambini, ma inconsapevolmente, credendo che seppellirli nel tempio di Era avrebbe reso loro l’immortalità. La versione tragica è invece innovativa e originalissima rispetto alle precedenti: Euripide, il suo più degno cantore, sceglie l’infanticidio come soluzione più mostruosa, attribuendo per la prima volta a questa donna, che pure appartiene alla luminosa sfera del Sole, una volontà tutta sua.

Quando le più alte esigenze che il nuovo matrimonio reale comporta spingono Giasone a rinunciare a lei, offrendole in cambio del suo allontanamento un mantenimento dignitoso che le assicuri un futuro agiato insieme ai figli, offesa nei diritti del suo letto che ora è occupato da un’altra donna, Medea, sdegnata e superba, non accetta di essere trattata come una concubina qualsiasi. Non vuole il suo aiuto, vuole la sua rovina. Chiusa nelle sue stanze si consuma di lacrime, invoca supplice la coppia divina Zeus ed Era quali testimoni dei giuramenti e delle promesse nuziali, prega l’oscura Ecate, dea lunare d’oltretomba, alla quale s’è votata e che abita i recessi del suo focolare, rifiuta il cibo, non solleva mai lo sguardo, il volto fisso al suolo. Lui l’abbandona ed è tutto perduto, mentre lo svolgimento dei fatti e la successione dei dialoghi oscilla tra due epiloghi possibili, quello di una sottomissione remissiva e suicida e quello, fatale, di un accanimento spietato. Euripide stesso sembra volersi soffermare nelle prime battute su questa sliding door se la vicenda avesse preso una piega diversa, se Medea si fosse risolta ad accettare il suo destino di umiliazione come ci si aspetta da una donna, vittima indifesa e passiva, invece di sfoderare le armi di un’anima così complessa e torturata, come una leonessa inferocita dal pessimo carattere, che osa presentare perfino dei tratti di eroicità tutta maschile: «vorrei imbracciare tre volte lo scudo, piuttosto che partorire una volta sola».

E così Medea progetta e compie ineluttabile la sua vendetta. Prepara un «tenue peplo e una corona d’oro cesellato» che i suoi figli avranno il compito di consegnare alla futura regina Creusa come dono nuziale e riconciliatorio. Ma questi oggetti sono in realtà intrisi di un potentissimo veleno, e quando la giovane sposa porrà sui capelli l’aureo diadema e indosserà il peplo ricamato, saranno per lei ornamento di morte. Muore la promessa sposa, avvolta dalle fiamme, fauci invisibili sprigionate dal filtro magico, muore suo padre Creonte che tenta disperatamente di salvarla mentre le carni già si staccano dalle bianche ossa «come lacrime di pino» e muoiono i due bambini, ignari latori dell’orribile inganno. Giasone ora non ha più nulla ed esce di scena piangendo e invocando gli dèi, mentre Medea si allontana «levandosi in alto, con accanto i cadaveri dei figli, su un carro trainato da draghi alati», dono del Sole.

Non tutti sono d’accordo nell’attribuire a Medea motivazioni di ordine sentimentale dovute a un “banale” conflitto domestico, ovvero nel leggere la sua come la reazione passionale ed estrema di una donna tradita. Le sue parole non esprimerebbero mai, infatti, né gelosia per l’altra donna né amore per Giasone, che lei affronta con il temperamento infuocato di un eroe ferito. Ma, pur non rifiutandola, questa lettura potrebbe risentire di un anacronistico pregiudizio di genere che mal si concilia con la visione del mondo nella Grecia classica dove la materia divina “prende forma” ovunque, nell’ordine delle istituzioni civili come nel corretto (e reciproco) rapporto rituale tra la terra e l’Olimpo: amore e gelosia rientrano infatti nella potentissima sfera di Eros, dio estremamente influente che inganna con il suo indifeso aspetto di bimbo alato, e tutto, nell’opera euripidea, ruoterebbe piuttosto attorno all’autopercezione di questa eroina tragica nel suo triplo ruolo rispetto a Giasone: compagna di letto, signora della casa e madre dei suoi figli.

Cosa le accade dopo essersi involata verso la casa ancestrale del Sole accanto ai cadaveri dei suoi figli? Certo il suo gesto l’ha consegnata al mito, e ora trascorre l’incalcolabile eternità a pensare se ne sia valsa la pena. Callistrato, sofista greco del III-IV sec. e.v., nelle Statuarum descriptiones racconta di aver visto «nella terra dei Macedoni» una statua di Medea talmente bella che sembra dischiudere e rivelare la natura più segreta della sua anima. Nella fredda perfezione del marmo il rabbioso impulso omicida cede via via il posto a una dolente pietà per la sorte dei figli, e tutto in questa raffigurazione – la mano che ancora impugna una spada, l’aspetto trasandato, i capelli scarmigliati, l’abbigliamento a lutto – suscita ormai in chi guarda solo compassione.

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Riferimenti: J. Jones, Medea’s Daughters: Forming and Performing the Woman who Kills, Ohio State University Press, 2003; H. P. Foley, Female Acts in Greek Tragedy, Princeton University Press, 2009; D. Boedeker, Euripides’ Medea and the Vanity of logoi, in “Classical Philology”, 86, 2, 1991, pp. 95-112; K. Kerény, Figlie del Sole, Bollati Boringhieri, 1991; i brani dalla tragedia euripidea sono tratti da D. Del Corno (a cura di), Medea, Ippolito, Oscar Mondadori, 1990, trad. di R. Cantarella, note e commento di M. Cavalli; il passo della Teogonia di Esiodo è tratto dalla trad. di G. Arrighetti, Rizzoli, 1984.