I have a dream

Il discorso di Martin Luther King contro la segregazione razziale. Una possibilità ancora da realizzare

di Patrizia Vindigni

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    Martin Luther King

Era il 28 agosto del 1963 quando il reverendo Martin Luther King pronunciò un discorso che sarebbe rimasto nella storia. Le parole da lui pronunciate “I have a dream” sarebbero rimaste scolpite nella mente dei presenti, in molti cuori, seminando il germe di una nuova possibilità di fratellanza tra gli uomini, senza distinzione di razza, di cultura, di religione.
Quel giorno, dopo aver iniziato il suo discorso utilizzando una traccia precedentemente preparata, Martin Luther King, stimolato dall’intervento di Mahalia Jackson, che lo invitò a gran voce a parlare del suo sogno, continuò a braccio, lasciando che, libere, le parole fluissero dal cuore, raggiungendo la gente radunata al Lincoln Memorial per ascoltarlo. E da quel momento fu come posta una pietra miliare nella storia contro il razzismo e la segregazione razziale.
Il colore della pelle costituiva in quegli anni, ancora oggi accade, una discriminante importante per poter accedere in modo egualitario ad opportunità di lavoro, a trattamenti paritari in ogni settore della vita. Le persone erano valutate in primo luogo in base al colore della pelle e in secondo luogo, se ci si arrivava, in base alla capacità e alle caratteristiche di ognuno.
Nel suo discorso e nel suo sogno il reverendo King auspicava un profondo cambiamento per l’America, ma quello stesso sogno, oggi, con quelle stesse parole potrebbe essere esteso al nostro intero pianeta, includendo nella sua realizzazione la possibilità di cancellare ogni forma di razzismo e di divisione tra gli uomini.
Il suo discorso assume un carattere ancora più significativo in questi giorni di violenza e di invito all’odio razziale, di elezioni vicine e di voglia di raccogliere voti “di pancia”.
La gente non ascolta serenamente l’invito all’accoglienza, perché costa fatica, perché gli altri li vorremmo migliori di noi, per poter accettare di accoglierli, di averli nostri vicini di casa, per amarli. Gli altri, non importa di che colore, non sono però migliori di noi. C’è il genio, c’è il gentile, lo studioso, ma ci sono anche ignoranti, rozzi, violenti, spacciatori … esattamente come nella nostra parte di mondo senza distinzione di sesso, razza, religione, cultura.
La nostra parte di mondo che da tempo gode di privilegi, di ricchezza sempre peggio distribuita, in cui circola la droga che è importata da bianchi per essere spacciata da nuovi immigrati, sfruttati dalle mafie di vari latitudini. Un mondo in cui i problemi non possono essere risolti solo dalla contrapposizione tra le genti, con reciproco odio.
Il mondo per cui dovremmo lottare è davvero quello sognato dal reverendo Martin Luther King: “Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima … E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorni in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.
Un discorso ancora oggi intenso, significativo, valido per chiunque, di qualunque colore.