Una rettifica tardiva ma necessaria

Roma cancella dalle sue strade i nomi dei firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    La copertina del primo numero de "La difesa della razza"

“Razza”, dal francese antico haraz, che significa “allevamento di cavalli”, è un termine usato per indicare un gruppo di una specie animale selezionato artificialmente dall’uomo a scopo, appunto, d’allevamento e addomesticamento. Non inerisce dunque alla zoologia, ma alla zootecnia, e per conseguenza non si basa su alcun fondamento scientifico perché nulla ha a che vedere con la biologia, men che meno con quella della specie umana (un monotipo al cui interno l’attuale variabilità del DNA risulta peraltro talmente più bassa di quella di altre specie animali da aver indotto alcuni genetisti a formulare l'ipotesi di una riduzione della popolazione, probabilmente in seguito a una catastrofe naturale, durante il tardo Pleistocene, a un numero di coppie genitoriali estremamente esiguo - tra 1.000 e 10.000 -, pur di spiegare questa sorta di apparentamento tra tutti gli abitanti del pianeta risultante da un pool genico tanto ristretto).
Ciò nonostante concetti razzisti sembrano radicati fin dall’antichità un po’ in tutte le culture – greco-romana, indiana, araba, cinese – nei confronti degli stranieri: percepiti, prendendo a pretesto alcune specificità fisiche e altre, presunte, caratteriali, diversi, strani, persino repulsivi, e perciò fatti oggetto di pregiudizi di inferiorità. Atteggiamento ancestrale e istintuale, questo sì, invece, dovuto certamente al tratto biologico dell’innata propensione alla darwiniana lotta per la sopravvivenza, a difesa del territorio o per la sopraffazione di un gruppo sociale su un altro.

L’ABC del razzismo contemporaneo è il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, scritto a metà dell’Ottocento da Joseph Arthur de Gobineau. Costui riprese dall’antropologo illuminista Johann Friedrich Blumenbach la suddivisione gerarchica delle razze umane, riducendola a tre sole - gialla, nera e bianca -, ma sviluppandola con l’attribuzione a ciascuna razza di determinate caratteristiche morali e psicologiche innate: razza gialla materialista, mercantile e incapace di esprimere pensieri metafisici; razza nera tutta sensualità portata all’eccesso e modesta capacità intellettiva; razza bianca (o ariana) incarnante le virtù della nobiltà e i valori aristocratici, contraddistinta dal suo amore per la libertà, l’onore e la spiritualità. Sono queste supposte caratteristiche ciò a cui Gobineau si appoggia per suffragare la tesi della superiorità dei bianchi sui gialli e sui neri elaborando una teoria pseudoscientifica secondo cui la razza bianca, originaria dell'India, si sarebbe sovrapposta alle prime popolazioni europee (di razza gialla) per formare il ceppo teutonico destinato a dominare l'Europa nei secoli successivi, venendo poi contaminata dagli inevitabili incroci, per cui gli ariani avrebbero progressivamente assimilato i tratti deteriori delle razze inferiori (il materialismo dei gialli, la sensualità dei neri) in un processo degenerativo da considerarsi irreversibile. Teoria, questa, che ha fornito l’alibi alla creazione dell’ideologia razziale, un mito politico buono per genocidi, pulizie etniche, stragi, soprusi, disuguaglianze e violenze d’ogni genere.
A fine gennaio di quest’anno, in occasione della presentazione del documentario “1938. Quando scoprimmo di non essere più italiani” del giornalista Pietro Suber, sotto ricorrenza della Giornata della Memoria, la sindaca di Roma Virginia Raggi ha annunciato la decisione del Comune di cambiare denominazione alle vie intitolate ad Edoardo Zavattari, Arturo Donaggio e Nicola Pende, immeritevoli d’esser ricordati nella toponomastica cittadina perché firmatari del “Manifesto degli scienziati razzisti” pubblicato giusto ottant’anni fa (prima il 14 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia e poi il 6 agosto successivo sul primo numero del giornale “La difesa della razza”). I tre, rispettivamente ex direttore dell’Istituto di Zoologia della capitale, ex presidente della Società Italiana di Psichiatria e patologo endocrinologo candidato al Premio Nobel, furono tra i sottoscrittori di maggior prestigio del Manifesto, stilato dall’assistente alla cattedra di Antropologia dell’Università di Roma Guido Landra su indicazioni precise di Mussolini, recante le seguenti dieci proposizioni:

“LE RAZZE UMANE ESISTONO. L'esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti, di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
IL CONCETTO DI RAZZA È CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
LA POPOLAZIONE DELL'ITALIA ATTUALE È NELLA MAGGIORANZA DI ORIGINE ARIANA E LA SUA CIVILTÀ È ARIANA. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
È UNA LEGGENDA L'APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
ESISTE ORMAI UNA PURA "RAZZA ITALIANA". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico–linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
È TEMPO CHE GLI ITALIANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano–nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra–europee, questo vuol dire elevare l'italiano a un ideale di superiore coscienza di sé stesso e di maggiore responsabilità.
È NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE FRA I MEDITERRANEI D'EUROPA (OCCIDENTALI) DA UNA PARTE E GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL'ALTRA. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono a un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra–europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani. ”

Il Manifesto funse da base programmatica per la famigerata serie di provvedimenti che vanno sotto il nome di leggi razziali, i quali colpirono innanzitutto circa trecento colleghi, tra docenti di ruolo, assistenti e ricercatori, dei firmatari – ebrei ma anche, come nel caso di Enrico Fermi, ariani che avevano una moglie ebrea – epurati dalle Università e costretti ad abbandonare la cattedra, quando non ad emigrare negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Palestina, senza contare gli accademici (tra i quali persino Albert Einstein, forzato alle dimissioni dall’Accademia dei Lincei), gli autori di libri di testo messi all’indice e i tanti giovani laureati a cui fu stroncata sul nascere la carriera; duecentosettantanove presidi e professori di scuola media, un centinaio di maestri elementari, duecento liberi docenti, duecento studenti universitari, mille studenti delle medie, quattromilaquattrocento alunni delle elementari, tutti cacciati dalle scuole pubbliche del Regno; e inoltre quattrocento dipendenti pubblici, cinquecento dipendenti di aziende private, centocinquanta militari e duemilacinquecento professionisti, licenziati dal posto di lavoro e lasciati senza alcun sostentamento.
Oltre a ciò, l'applicazione delle leggi e la diffusa propaganda anti-ebraica di quel periodo causarono un'ulteriore e crescente perdita di diritti da parte dei cittadini italiani di origine ebraica, e crearono le condizioni per la diffusione di un generico sentimento antisemita nell'opinione pubblica che facilitò poi le azioni ben più repressive messe in atto alcuni anni dopo dai nazi-fascisti durante la Repubblica Sociale Italiana.
Il razzismo espresso nelle proposizioni del Manifesto ispirò pure durissime sopraffazioni contro altre etnie. I rastrellamenti di zingari, per l’espulsione dal territorio italiano o per la deportazione in Sardegna, Calabria o altre zone disagiate ed isolate del Meridione, presero il via già dalla metà del 1938. L’11 settembre 1940, il capo della polizia, Arturo Bocchini, emanò i primi provvedimenti di internamento, inviati ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma, a cui seguirono i primi arresti e gli imprigionamenti in carcere o in campi di concentramento nel sud Italia e nella Sardegna. Durante il conflitto bellico, nei paesi dei Balcani occupati militarmente, le gerarchie militari fasciste consegnavano agli ustascia croati ed ai nazisti gli zingari che cadevano nelle mani dell’esercito italiano. Altro capitolo nefando si aprì nell’aprile 1941, quando il regno di Jugoslavia fu invaso dalle potenze dell’Asse e l’Italia annesse parte della Slovenia, della Dalmazia, e la zona delle Bocche di Cattaro, con la brutale italianizzazione di queste provincie a cui si dedicò il regio esercito, nell’evidente tentativo di eliminare l’intero patrimonio culturale, linguistico, etnico delle popolazioni croate, slovene e montenegrine, cercando di vincere la tenace resistenza delle genti jugoslave mediante l’istituzione di campi di concentramento, le esecuzioni sommarie, gli incendi di interi villaggi, le razzie e gli stupri uniti a torture e atrocità inimmaginabili, in quello che fu chiamato da alcuni storici “l’Olocausto balcanico”. Ciò costituì l’antefatto e la causa scatenante delle rappresaglie che dopo il 1943, in seguito al vuoto di potere successivo all’armistizio di Cassibile, gli slavi compirono nei riguardi degli italiani, e di cui oggi facciamo memoria, in maniera colpevolmente omissiva ed estrapolata dal contesto per una instaurata egemonia culturale della destra nella narrazione di quegli avvenimenti, nel “Giorno del ricordo” dedicato alle vittime delle foibe e all’esodo degli istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre.
Gli intellettuali che appoggiarono la politica razziale del fascismo nel dopoguerra non pagarono pegno. In un interessante saggio dal titolo “L’accademia razzista” Giovanni Sedita indaga sull’epurazione mancata dei firmatari del Manifesto della razza. Già nel 1946, a conflitto appena concluso, alla Sapienza era stato reintegrato Edoardo Zavattari assieme ad un altro sottoscrittore, il demografo Franco Savorgnan. Ci furono vivaci proteste da parte degli studenti di medicina dell’ateneo romano nel dicembre 1948 per il ritorno sulla cattedra di patologia di Nicola Pende. La stessa scena si sarebbe ripetuta nel gennaio successivo per un altro esponente del mondo scientifico legatosi al fascismo, il fisiologo Sabato Visco, ex capo dell’ufficio razza al ministero della Cultura popolare.
Sedita ricostruisce i tre gradi di giudizio attraverso cui passarono questi quattro cattedratici per arrivare al reintegro. Per Arturo Donaggio non c’era modo di procedere perché era morto; e in quanto a Guido Landra, il vero estensore del Manifesto, era uscito dall’accademia assieme ad altri, risultando perciò non più perseguibile. Dopo l’epurazione di 23 professori, tra cui Pende, Visco, Savorgnan e Zavattari, decisa nel giugno 1944 dal colonnello americano Charles Poletti, il governo provvisorio italiano si fece carico della questione con un testo meno duro di quello alleato. Una prima sentenza nel dicembre 1944 respinse le accuse del commissario Mauro Scoccimarro e accolse la linea difensiva degli imputati. Pende schierava in sua difesa anche testimoni ebrei come il rabbino capo di Roma, Israel Zolli; Visco aveva esibito addirittura una “certificazione di combattente per la libertà”. Per tutti e quattro gli imputati era stata accettata la versione del dottor Marcello Ricci, ex assistente di Zavattari, il quale era riuscito a dimostrare che nessuno degli accusati aveva firmato il manifesto. Nel secondo grado di giudizio le cose per loro si fecero più difficili, giacché il nuovo commissario Ruggiero Grieco citò un articolo di Nicola Pende pubblicato nell’ottobre 1938 da “Vita universitaria”, ricco di affermazioni razziste, oltre a una sua conferenza a Taranto nel 31 maggio 1940 in cui difendeva “le leggi antisemitiche”. Tuttavia queste non furono considerate prove di razzismo ma soltanto di testimonianza di adesione all’ideologia fascista, il che determinò per Pende soltanto la comminazione di una sospensione di sei mesi dal servizio. Il terzo grado si svolse in sede politica, dopo un nuovo decreto emesso “per rimediare alle iniquità sino allora commesse”, nel Consiglio dei ministri del 20 gennaio 1946. Le posizioni in discussione erano soprattutto quelle di Pende e Visco. Alla fine 8 ministri su 12 votarono contro il loro reinserimento (tra gli innocentisti Alcide De Gasperi e Mario Scelba, favorevoli alla messa a riposo Manlio Brosio, Emilio Lussu, Palmiro Togliatti). A nulla servì la testimonianza di Giuseppe Nathan, capo delle comunità israelitiche, il quale ribadiva il gesto “eroico” di Pende verso “23 israeliti”. Ma, come spesso accade in Italia, ecco il colpo di scena: dopo la “messa a riposo” firmata da De Gasperi e da Enrico De Nicola, il Consiglio di Stato nel giugno 1947 accolse i ricorsi degli accusati a causa di un vizio di forma. Fu così che la politica razziale del regime risultò senza razzisti.
Per questo il gesto deliberato dal Consiglio capitolino a distanza di ottant’anni da quelle proposizioni scellerate ha il sapore risarcitorio del ripristino della giustizia e della verità storica e serve a rimarcare i valori su cui si fonda la Repubblica italiana. “Roma è una città orgogliosamente antifascista” ha detto, in maniera niente affatto scontata, la sindaca. “Dobbiamo cancellare queste cicatrici che rappresentano una vergogna per il nostro paese”.
Un gesto minimo, solo simbolico, ma - si è scoperto poi dalle inquietanti cronache della tentata strage di Macerata, dal plauso e dal sostegno ricevuti dall’attentatore da parte dell’opinione pubblica e da esponenti politici che cavalcano l’onda xenofoba e si richiamano apertamente a simboli e concetti razzisti e fascisti, e dalla reazione esitante, pavida e superficiale delle Istituzioni per miseri tentativi di preservazione di consenso elettorale in vista del voto ormai prossimo - quanto mai, in questo teso e cupo momento, opportuno e necessario.