Il razzismo (un punto di vista filosofico)

Identità individuale e identità sociale; il razzismo come distorsione del processo di differenziazione

di Ester Procopio

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Cosa accomuna i razzismi di tutte le epoche e di tutti i luoghi? Diversamente giustificato (con la religione, le usanze, tratti fisici come il colore della pelle, la lingua, il ceto sociale, attraverso postulati pseudo scientifici oppure con il possesso di un determinato sapere), il razzismo è una convinzione di superiorità di sé rispetto a un alter, un altro-da-noi. Questa convinzione di superiorità si può manifestare in modi diversi e può addirittura travestirsi sotto i panni del buon senso, può passare inosservata anche alle menti può sottili e trova per accrescersi diversi espedienti.
Il razzismo non è che un risultato di una lotta – trasposta sul piano sociale – tra i due enti che compongono l’atto del relazionarsi, l’io e l’altro: sia il primo che il secondo si sfruttano vicendevolmente non solo per orientare le proprie azioni (si imiteranno, acquisiranno un modello di comportamento comune oppure divergente) ma anche – proprio attraverso la logica binaria dell’identico-opposto – per costruire la propria identità. Cos’è l’uomo, l’io senza l’incontro con l’altro? Sarà “simpatico” perché avrà fatto esperienza di un “antipatico”, “basso” perché sarà venuto a contatto con un “alto”. L’opposizione è un processo mentale fondamentale e fondativo nella costruzione psicologica dell’individuo. L’alieno (parola che deriva dal latino alienus “diverso”), se anche dotato di tre occhi e quattro gambe, in assenza di confronti con una specie biologica diversa, considera sé l’unico e migliore modo in cui la vita possa strutturarsi: non concepirà nemmeno che possano esistere specie con due gambe e due occhi, non avrà nel suo lessico parole per definire il possesso di “due gambe” (un “bipede”). In questo senso, finché l’alieno non entra in contatto con una specie biologica diversa (poniamo la nostra), il suo livello di conoscenza è limitato, limitato dalla sua percezione, non coincide con la realtà oggettiva. L’incontro con l’altro è di conseguenza un’esperienza di conoscenza e di messa in discussione di sé stessi.
Le dinamiche psicologiche interiori si ripercuotono identiche dal livello individuale a quello sociale. Gli esseri umani, dalla notte dei tempi, tendono ad aggregarsi in società (il termine antropologico corretto è “etnia”): ogni gruppo sociale ha proprie credenze, riti, una propria lingua e, nel complesso, una propria cultura. Superato l’ostacolo dell’incontro con l’altro, gli esseri umani possono quindi collaborare e definire non più un’identità individuale ma un’identità di gruppo, un’identità sociale. È interessante a questo proposito la definizione di “etnia” dell’antropologo Fredrik Barth: Barth ritiene, infatti, che i gruppi sociali non si costituiscano tanto sulla base di fattori culturali comuni ma sulla base dell’identificazione di alcune differenze, anche piccole, rispetto ad altri gruppi sociali vicini. In poche parole, il processo che porta alla costruzione dell’identità sociale è lo stesso che porta alla costruzione dell’identità individuale: l’identificazione di differenze rispetto ad un altro-diverso-da-noi, sia questo altro un singolo individuo o un intero gruppo di persone.
Cosa ne consegue? Ne deriva che non necessariamente tra un gruppo sociale e un altro vicino esistono delle differenze macroscopiche, ma che esse sono state in un certo senso identificate e costruite culturalmente, tali da portare i due gruppi sociali a identificarsi come nettamente distinti l’uno dall’altro. Prendiamo il caso di Francia e Italia: hanno più tratti culturali in comune che non, ma francesi e italiani sono entrambi molto patriottici e critici l’uno verso l’altro (i mondiali di calcio ne sono una manifestazione palese). Le differenze culturali possono ampliarsi con i fattori tempo e spazio; i fenomeni di migrazione creano differenze genetiche, un ambiente più freddo o più caldo può provocare differenze visibili come il colore della pelle. 
Quando i rapporti tra gruppi sociali diversi diventano conflittuali, un gruppo sociale percepisce come in pericolo la costruzione della propria identità oppure è interessato da fenomeni di migrazione e dalla conseguente paura di perdita di sé nell’altro o di non riuscire ad attrarre l’altro nel sé (integrazione), oppure quando ci sono in gioco interessi economici o politici (ad esempio se si vuole colonizzare un territorio altrui), può emergere – sotto diverse forme – una necessità di affermazione della propria superiorità. Uso il termine “razzismo” in modo estensivo, volendo includere ogni tipo di atteggiamento discriminante, non solo basato sulla convinzione di appartenenza a una razza superiore, ma genericamente basato su una convinzione di superiorità, condivisa da un gruppo omogeneo di individui.
Non è una forma di razzismo quella che si cela dietro la pratica del “blastare”? “Blastare” significa respingere l’altro in nome della propria superiorità intellettuale, rifiutando il dialogo su un piano di parità. Non è una forma di razzismo quella di chi si vanta di non avere disabili nella propria scuola? Lascio queste domande in sospeso, sperando di essere riuscita ad offrire al lettore qualche spunto di riflessione interessante.