Quote nere

La fine della discriminazione razziale nel rugby sudafricano o l’inizio di una nuova discriminazione?

di Meno Occhipinti

    imgChester Williams

     

Ne abbiamo già parlato su queste pagine (Nero su bianco, Aprile 2008; e Invincibile, Luglio 2017): il rugby sudafricano nasce bianco, nel senso che è stato lo sport praticato dalla della minoranza bianca, ma nell’ultimo trentennio, prima Nelson Mandela, poi gli altri politici che si sono succeduti alla guida del Paese, hanno cercato di farlo diventare lo sport dell’intera popolazione.
Ai mondiali del 1995, quelli organizzati proprio dalla nazione arcobaleno, tra gli Springboks l’unico giocatore nero sui 26 convocati era Chester Williams; oggi tra quanti ruotano attorno alla Nazionale i “non bianchi” sono una mezza dozzina.
In questi anni si sono fatti dei passi avanti, è vero, ma non si è arrivati a quella tanto auspicata “parità” che, a detta della politica, per l’importanza che lo sport in generale e il rugby in particolare ricopre nella società sudafricana, porrebbe favorire la reale integrazione razziale.
Per questo il Ministero dello Sport sudafricano ha imposto a tutte le federazioni sportive di arrivare nel giro di qualche anno alla parità tra bianchi e neri.
La federazione rugby, la Saru, si è subito detta disponibile e ha elaborato un piano, lo Strategic Transformation Plan, secondo il quale al mondiale del 2019 che si disputerà in Giappone tra i giocatori che vestiranno la maglia verde/giallo almeno la metà saranno “black” o “colored”.
Ma è giusto giocare in nazionale per meriti di pelle invece che sportivi?
Secondo Oregan Hoskins, il presidente della Saru, non bisogna fermarsi solo alla questione quote. «Entro il 2019 vogliamo introdurre al gioco 150.000 bambini delle scuole primarie, accreditare 1.500 nuovi amministratori e dirigenti, aumentare tra questi ultimi il numero delle donne del 40%. E aumentare la rappresentanza della popolazione di colore nelle nostre selezioni. Oggi la maggior parte dei tifosi e dei giocatori di rugby in Sudafrica sono neri. L’84% dei giocatori Under18 di questo paese sono di colore e li vogliamo parte attiva del gioco anche nell’alto livello».
Spesso ci si ferma alla superficie delle notizie e si fa proprio solo ciò che ci colpisce maggiormente, in questo caso le “quote nere”. Come si è visto, nei fatti, il progetto è ben più ampio e ha un suo perché.
Ma l’altro “perché”, perché uno debba acquisire il diritto di giocare in nazionale in ragione del colore della pelle resta irrisolto.
Da che mondo e mondo, nello sport, salvo rari casi (l’ultimo riguarda un famoso portiere di calcio che per rinnovare il proprio contratto con una società ne ha preteso uno per il fratello), vince il più forte. Se in Sudafrica i 15 più forti rugbisti sono bianchi, perché mai sette o otto di loro dovrebbero cedere il proprio posto a dei colleghi meno bravi solo perché di colore? E perché mai la nazionale Springboks dovrebbe indebolirsi per una richiesta politica?
La risposta probabilmente sta nel concetto di pari opportunità. Non è forse vero che diventare medico è più facile per il figlio del medico che per quello del muratore? Allo stesso modo, non è più facile diventare un campione se fin da bambino ad allenarti ci sono i migliori tecnici e lo puoi fare nelle migliori strutture?
In Sudafrica, purtroppo, le differenze economiche e sociali tra bianchi e neri sono ancora enormi e per questo sono i primi ad avere più possibilità di fare carriera, non solo nello sport.
Quindi questa decisione del governo potrebbe essere letta non come un caso di razzismo all’incontrario contrario ma come forzare le cose per dare, in futuro, un’opportunità alle classi meno abbienti.
Ma una domanda continuiamo a farcela: non si potrebbe ottenere lo stesso risultato favorendo i più deboli partendo dal basso, dalle scuole, in modo che i piccoli di oggi possano arrivare a rappresentare il proprio Paese tra un decennio, evitando in questo modo di compromettere l’odierno livello qualitativo della nazionale Springboks?