Una faccia, una razza

Parafrasando Amici non ci sono amici di Manlio Sgalambro

di Luca Farruggio

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    Luca Farruggio con Manlio Sgalambro

Nel volto dei miei genitori
lo specchio riflette l’aurora tanto antica
del fiorire di Adamo ed Eva.
La pasta alla norma della nonna,
le feste che scandiscono il tempo,
la scuole e la cultura dominante.
Giobbe e la sicurezza prima della disgrazia,
le malattie tipiche delle stagioni,
un figlio in cui rivedi i tuoi istinti caratteriali
e l’eterno scontro di civiltà.
Tracciare la strada per tornare a casa,
restare ancorati alle radici forti di un albero,
l’emozione indescrivibile di un siciliano
che traghetta verso la sua terra,
le chiese barocche della città
e le preghiere tutte terrene
dei ministri del sacro.
Sono qualcuno, sono qualcosa.

E poi il mare che si confonde col cielo
come in una tela di Guccione,
la luna arcana delle sera,
la mente estatica,
Francesco che si spoglia di tutto
e il vento del mattino
che non si sa da dove viene né dove va.
Salire su un albero e provare a catturare un tramonto,
e l’anima sconfinata che qualcuno gettò nel carcere del corpo,
un migrante che narra la sua storia,
leggere Aristotele in arabo,
l’odore mistico dell’incenso
e un canto bizantino che sfonda il tetto delle cattedrali.
Una goccia che fugge dall’oceano,
un uccello che vola verso nuovi continenti
e un pellegrino di passaggio sempre in cammino
perché a nulla vuole appartenere.
Sono pericolosamente libero, o forse mi illudo di esserlo.

Cari lettori, un detto greco dice:
“una faccia, una razza”.
Ma che mi importa dei greci…