Quasi un editoriale

Uno, cento, mille "Einstein"

di Antonio La Monica

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    Albert Einstein

Talvolta è bello credere a storie non vere. Una delle più celebri riguarda il grande genio che risponde al nome di Albert Einstein. Si racconta che l’illustre matematico, fermato all’aeroporto per i controlli di routine, alla domanda “a quale razza appartiene?”, abbia risposto, “alla razza umana”.
La storia non è vera, ma è bella. Molto bella. Soprattutto ha un grande valore, perché messa in bocca ad un uomo di origini ebraiche in anni in cui appartenere a queste origini poteva essere estremamente rischioso in Europa. Una volta tanto, una bufala alla quale fa piacere e fa bene credere.
Quello che importa, tuttavia, è capire che le distinzioni legate ai luoghi di nascita, al patrimonio genetico, possono e devono essere importanti, ma per lo più per la scienza, per gli studi antropologici, culturali.
Non certo per la politica che, su questo tema, negli anni passati e anche adesso, offre sempre un atteggiamento da fare rivoltare lo stomaco.
È fin troppo evidente che un uomo di razza australoide abbia delle nette differenze rispetto a quello europoide. Ma è altrettanto evidente che ciò non possa costituire ragioni di merito, di colpa o di privilegio.
Sono state davvero troppe le atrocità commesse in nome della razza. Stermini, persecuzioni, ghettizzazioni.
Quella degli ebrei, legata alle leggi razziali promulgate in Italia ed in Germania dai regimi nazi fascisti è solo una piccola parte di una serie di abomini compiuti dall’uomo in ogni tempo e in ogni luogo.
“Il razzista – ricordava l’attore e regista Moni Ovadia nel corso di un suo intervento pubblico – è un coglione che arriva con alcuni millenni di ritardo”. Pensare che una diversa concentrazione di melanina sulla pelle, una differente forma degli occhi, o altro particolare genetico possa rappresentare motivo di discriminazione o di giudizio è palesemente fuori tempo. Fuori dalla storia. Ingiusto e ingiustificabile.
Proviamo a ripeterlo per scongiurare fantasmi che ancora non si sono dissolti nel cuore e nella mente di tante persone.
La speranza è che ci siano tanti altri “Einstein” che, interrogati sulla propria razza, sappiano rispondere di appartenere a quella “umana”. Per farlo non occorre essere dei geni. E che questa volta non sia solo una bufala…