La Razza qui è "A Raja"

La mia lingua è sovente presa di mira dai puristi e dai coglioni...

di Saro Distefano

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    Raja Brachyura

Tra le poche cose (in gioventù erano tantissime) che mi rompono le palle ci sono i siciliani che sfottono gli altri siciliani che parlano in siciliano.
Il sentirsi superiori per il fatto stesso di parlare senza accento, un italiano standard e comprensibile ovunque.
A me piace padroneggiare (come padroneggio, e non tempo confronti) la lingua degli italiani, epperò la mia lingua è quella con la quale sono stato procreato e partorito, allevato e poi cresciuto: il siciliano.
La mia lingua è sovente presa di mira dai puristi e dai coglioni. I primi li comprendo: hanno deciso che – convenzionalmente – l’italiano sia la lingua da utilizzarsi, e transeat (pardon, non è italiano). I secondi coglioni sono e coglioni rimangono: ritengono che il fatto stesso di conoscere il siciliano sia indice di inferiorità culturale, e il parlarlo, poi, chiarissimo sintomo di trogloditismo.
Io penso e parlo in siciliano, e me ne vanto, e infine me ne futto. Certo è che quando capita, e capita, che la parola siciliana sia più corretta di quella italiana, non perdo l’occasione. Il tema di questo numero di Operaincerta me ne fornisce una ghiotta e dotta occasione.
La razza, ovvero il pesce. Noi siculi, per indicare lo stranissimo pesce appiattito che ci punge con le dolorosissime spine sistemate nella coda, diciamo “a raja”. Dove “a” è ovviamente l’articolo. “Raja”, così, alla lettera. E poi scopri che il termine scientifico per dire quello che gli italiani dicono razza è: “rajformes”. Salutamu