Sailing vs Race

Gli inglesi e la vocazione alla sfida

di Saro Distefano

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Non mi piacciano moltissimo, ma debbo riconoscere che per certe cose gli amici inglesi hanno un qualcosa in più, un tocco geniale.
Sovente accade negli aforismi. Ed uno di questi mi piace particolarmente. Io lo ricordo così: “One boat is cruise, two boats is race”. Facile da tradurre letteralmente: “una barca è crociera, due barche sono regata”.
Il significato dovrebbe essere: quando si naviga (loro dicono “sailing”, che vuol dire veleggiare, andare in barca a vela, ma si estende a tutta la navigazione in mare) con una barca si fa una crociera; quando spunta una seconda barca la crociera diventa una regata, una gara cioè, loro dicono “race”.
Io mi ci rivedo, in toto. E credo che per molti sia così. E non si tratta solo di spirito agonistico, di voglia di supremazia, di sublimazione più o meno inconscia di una atavica necessità di rivaleggiare tra maschi per la dominazione sulle femmine del clan e perpetuare così il proprio corredo genetico, o per il controllo del territorio nell’antica savana africana che ci vide per la prima volta su due piedi.
Credo che molto più semplicemente si tratti del piacere delle sfida, che prevede anche la sconfitta (la norma, nel mio caso, in una lunghissima carriera sportiva ormai ridotta – causa vecchiaia – in frequenza e intensità). Insomma, la sintesi e il succo vero dello sport (come dicono loro, ma in effetti anche noi da almeno mezzo secolo diciamo alla stessa maniera e non più “giuoco”), al netto da tutte le sovrastrutture degli ultimi ottanta anni di professionismo, sempre più esasperato.
Ovvero gareggiare, sempre e dovunque ci sia la possibilità. Appunto race, per l’idioma che è di casa dove le case sono col tetto di erba e i muri di paglia e legno.
Tutti noi sappiamo che nelle gare vince chi è stato più bravo: ha saltato più in alto, o più in lungo, ha lanciato più lontano il peso o il giavellotto, ha messo la palla dentro un cesto anche solo una volta più dell’avversario, ha sollevato più chili. Volendolo, negli anni dell’adolescenza ancora priva di elettronica, anche chi sputava o pisciava più lontano. Chi è più bravo vince.
Vale anche per le gare di velocità: vince chi arriva primo, prima degli altri. Colla bicicletta, con la macchina di Formula Uno, con il bob a due a tre a quattro a sei, assolo, e con le proprie gambe.
Nelle gare con le gambe è tutto molto, molto semplice: vince chi arriva prima, chi è stato più veloce: sui sessanta metri e sui quarantadue chilometri e 195 metri.
È per tale motivo che apprezzo moltissimo ma comprendo fino a un certo punto la “camminata sportiva”. Ovvero:; io cammino insieme ad altri velocemente, il più velocemente possibile. Ma se cammino molto velocemente diventa corsa. E non vale. Allora come si fa? Il problema è stato risolto a monte: nella camminata sportiva non esiste la gara. Si cammina per il piacere di farlo e se l’amico cammina più velocemente degli altri (ma non arriva a correre) non avrà vinto, sarà semplicemente arrivato prima. E si è perso il concetto di race. Viva gli inglesi.