Nessuno è bianco, nessuno è nero

Il colore della pelle è un’invenzione

di Laura Ciancio

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Dovresti calarti dentro gli abissi di quegli occhi neri. C’è un viaggio da dimenticare, mani violente da dimenticare, volti sprezzanti da dimenticare, parole umilianti da dimenticare. Dovresti ascoltare quegli occhi disperati, che possiedono un racconto che non riusciranno mai a dire, se non sottovoce. Non c’è colpa nell’attraversare il mare e morire, non c’è colpa ad arrivare vivi fin qui, fra noi. C ’è invece chi addita, chi respinge e chi odia questa “altra” umanità, in nome della propria razza. E anche se sei libico, italiano, austriaco, tedesco, inglese, americano, non sei superiore a nessun altro essere umano sulla faccia della terra.
È un’evidenza quotidiana: il razzismo prende sempre più piede in Italia e in Europa. Una povera ragazza uccisa atrocemente da un nigeriano apre un varco verso la licenza di uccidere tutti i neri, indistintamente.
“La colpa è di chi fa entrare i clandestini”, si dice. Ecco quindi, come immediata risposta, il vendicatore bianco che spara all’impazzata su tutti gli immigrati che sono in strada. Un colpevole, tutti colpevoli. Uno = tutti. Un’equazione inesistente e inconsistente. Vuota come una voragine.
Tanti giovani si dicono fascisti e razzisti, senza conoscerne l’essenza storica e i risvolti drammatici che queste cancrene della nostra società hanno prodotto.
Chi ha il ruolo di educatore dovrebbe far conoscere ai giovani le storie, raccontarle, farle vivere, combattere la disumanizzazione che sta crescendo, che vuole infilare dentro una categoria, come accaduto nella storia passata, un popolo, individuandolo come soggetto da annientare. Invece si alza, come un’onda anomala, la giustificazione al razzismo, si fomenta l’odio verso l’extracomunitario, soprattutto da una parte consistente della politica.
Vorrei non vedere quegli occhi vacui, sfuggenti, che hanno la presunzione di distinguersi, l’arroganza della supremazia, occhi che ordinano, scelgono, classificano, imprimono una sola ragione, quella delle loro menti.
Menti che si avvalgono di predicatori, studiosi ed eruditi, si ammantano di ipocrisia velata, carpiscono, raccolgono seguaci delle loro voci.
Voci che teorizzano, storicizzano, dimostrano, tesi alla mano. Tessono una tela in cui immobilizzare la vittima predestinata delle loro braccia.
Braccia  che annientano l’essere non ritenuto degno delle loro schiere.
Schiere che impongono un marchio, spersonalizzano una vita, con le loro mani.
Mani che catturano, violentano e torturano, traendone godimento nei loro esseri.
Esseri che privano altri esseri della parola. Privano altri esseri del tempo e dello spazio, con i loro corpi.
Corpi che giocano al gatto col topo, sprovvisti di anime, come dei robot.
Robot che tornano a casa soddisfatti, mangiano con le loro famiglie, serviti a tavola dalle loro donne.
Qualsiasi concetto o riflessione associamo alla parola “razza” non può che riportarci ai periodi infelici di qualche decennio fa, che crediamo morti e sepolti nel sottosuolo della progredita Europa.
Oggi qualcuno che non dovrebbe neanche avere la facoltà di parlare, pronuncia tale parola con faciloneria, in maniera provocatoria, come fosse normale, sdoganando senza vergogna un termine aberrante, se seguito dall’aggettivo che identifica la pigmentazione della pelle.
La parola razza evoca l’ineguaglianza e chi ne fa uso spavaldamente non indossa più  gli stivali e l’uniforme delle SS ma un elegante giacca in tweed con cravatta, va a riposarsi nei resort più esclusivi in Kenia o in Madagascar, oppure sfoggia un lucido cranio rasato con croce celtica in evidenza e dà fuoco ai senzatetto, così, per noia.

Oggi parlare di razza e razzismo è demodè, meglio parlare di suprematismo. Suprematismo bianco, è stato coniato così, proprio per dissimulare la parola razzismo.
L’evidenza di un comportamento razzista non basta a comprendere l’espansione del fenomeno. Ciò che viene alla superficie, permea già l’humus nel quale si sta affondando: “io non sono razzista però…”, “aiutiamoli a casa loro”, “i musulmani ci portano il terrorismo in casa”, “arrivano qui e lo Stato li mantiene, dà loro casa e gli Italiani stanno per strada”, “i migranti ci rubano il lavoro”, “hanno anche il telefonino”. Ognuna di queste frasi si potrebbe smontare con poche e puntuali argomentazioni. Ma non è questo il punto. Il punto è che più aumenta la differenza tra indigenza e ricchezza e si allarga a macchia d’olio il movimento di uomini e donne verso mondi più ricchi, maggiore è la chiusura a riccio di quei mondi che hanno paura di perdere i loro privilegi. Eppure sono proprio questi ultimi a sfruttare tutte le risorse economiche provenienti dai Paesi dei popoli “altri”. Su queste presunte “invasioni” che tali non sono, visti i numeri decisamente inferiori che si registrano in Europa rispetto a migrazioni in altri continenti, si lucra tantissimo. Più che con le droghe. E si lucra legalmente, sotto l’egida delle Autorità che sono ben contente di togliersi la rogna di dover gestire vitto e alloggio di chi traversa il mar Mediterraneo e arriva in terra italica..
Si potrebbe parlare degli affari milionari che gli imprenditori di svariati centri di accoglienza fanno, dando ‘ospitalità’ ai migranti, riciclando vecchi alberghi o capannoni ormai in disuso e prendendo cifre astronomiche dallo Stato per la gestione di tutto l’apparato. Ma questo argomento non è in discussione, non fa audience.
Sulla pelle di chi è in miseria c’è stato sempre chi si è arricchito a dismisura. In Libia sono i trafficanti, gli eserciti mercenari, le tribù, i politicanti che sbandierano la loro supremazia. Chi si crede superiore ad altri esercita il proprio potere sui loro corpi, mortifica le loro menti. Perché dopo una tortura subita nei lager di Misurata o di Sabrata, chi ne esce vivo, donna o uomo che sia, si sente una nullità, ha vergogna della propria esistenza. Proprio come gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio avevano vergogna di narrare le loro storie, venute alla luce solo dopo anni. E poi ascoltare vicende così tragiche riempie di sensi di colpa coloro che non le hanno vissute, meglio sorvolare, non dare loro importanza.
Le crisi economiche e le disuguaglianze hanno sempre la loro soluzione. Individuare Il diverso e umiliarlo fino a strappargli la dignità. L’antisemitismo ne è stato un esempio. Basta trovare un capro espiatorio e far germogliare altri razzismi: il libico contro il nero, il nero contro il nero, l’isis contro l’occidentale, il turco contro il curdo, l’americano contro il messicano, l’europeo contro il migrante. Un pezzetto di potere fa miracoli. Anche i governi sanno fare i miracoli. Come bravi prestigiatori davanti ad un pubblico narcotizzato.
La barca si è rovesciata poco distante dalla costa libica, non ci sono superstiti.
Il gommone è stato intercettato dalla motovedetta libica che ha riportato indietro tutti i fuggitivi.
Il video girato mostra alcuni giovani neri battuti e torturati nei lager libici.           
Il video girato mostra alcuni migranti venduti all’asta come schiavi in terra di Libia.
Quest’anno gli sbarchi sono diminuiti.
“il problema è stato risolto”, sarà seppellito sotto una manciata di sabbia nel Sahara o in invisibili fosse comuni a qualche chilometro da Tripoli.
Oppure sparirà tra le onde.