Non sono razzista ma...

Storie di razzisti per bene

di Martina Annibaldi

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“Non sono razzista ma” è probabilmente una delle frasi che ci siamo sentiti ripetere o che (spero di no!) abbiamo pronunciato di più negli ultimi mesi.
Funziona un po’ come la sorellina “Ti lascio perché ti amo troppo” con la differenza che, almeno la seconda, a parte qualche lacrima e qualche cuore infranto in fin dei conti di danni non ne ha fatti poi così tanti.
“Non sono razzista ma” è lo smacchiatutto del nostro tempo, pulisce via dal nostro cuore e dalla nostra coscienza ogni alone di razzismo, di xenofobia, di chiusura mentale e ci restituisce alla società con la nostra nuova identità di razzisti per bene.

Non sono razzista ma mica possiamo accoglierli tutti.
Non sono razzista ma gli zingari.
Non sono razzista ma questi vengono a rubarci il lavoro.
Non sono razzista, ma l’Islam è anticostituzionale.
Non sono razzista ma vuoi mettere la violenza perpetrata da un nero e quella
perpetrata da un bianco?
Non sono razzista ma i matrimoni gay proprio no.
Non sono razzista ma la cittadinanza ai figli di stranieri.
Non sono razzista ma aiutiamoli a casa loro.
Non sono razzista ma è normale che prima o poi scoppi una bomba sociale.
Non sono razzista ma i migranti economici, i trentacinque euro al giorno, i centri di accoglienza, le moschee.

Si potrebbe andare avanti all’infinito e ognuno di noi ritroverebbe frasi che ha già sentito dire, che sia dal politico o dal vicino di casa.

Durante la serata finale del Festival di Sanremo, PierFrancesco Favino ha interpretato un passo tratto dal monologo “La notte poco prima delle foreste” con cui sta girando i teatri d’Italia ( piccolo consiglio da chi lo ha visto qui a Roma, se potete andate a vederlo).

Circa dodici milioni di telespettatori hanno guardato un magistrale Favino interpretare il ruolo di un immigrato, proveniente da un imprecisato punto dell’Africa, che attraversa la notte cercando un contatto, un punto d’incontro con un altro essere umano in una terra in cui si sente sempre più straniero. La prova attoriale ha ricevuto il plauso di tutti, dalla platea ai giornali che all’indomani hanno dedicato all’attore romano titoli su titoli.

Ecco, dentro a quella grande prova d’arte di Favino c’è una storia, anzi ci sono le storie di tanti di quegli stranieri che rappresentano i nostri “ma”.

Storie che non ci prendiamo nemmeno la briga di ascoltare, di comprendere, storie che liquidiamo dietro a numeri, dimenticandoci che quei numeri potremmo essere noi, diversi da questi nostri fratelli solo perché figli di un’altra terra.

Incapaci di comprendere che la segregazione semina odio, rancore, crea tensione sociale. Incapaci di comprendere che il mondo si muove, che non è chiudendo una rotta che si argina un fenomeno, non è fingendo di non sapere cosa accade dall’altra parte del Mediterraneo dentro i campi libici, mentre piangiamo le vittime della Shoah, che queste donne e questi uomini si salveranno, che il nostro Paese si salverà, che le nostre coscienze si ripuliranno.

Chiusi dentro le nostre case come se fossero feudi, spaventati da un prossimo che scegliamo di non conoscere perché le nostre certezze ci infondono tranquillità, manchiamo l’unico obiettivo che dovrebbe tenerci uniti: quello di provare a costruire un mondo in cui si viva meglio, tutti.

In cui non si debbano più leggere dati vergognosi come quelli forniti dall’ultimo rapporto dell’Oxfam, perché tutti noi facciamo parte di quel restante 99% a cui un misero 1% di straricchi sottrae la possibilità di una vita a volte migliore, nella maggior parte dei casi semplicemente decorosa.

Proviamo a conoscere le storie di questi nostri fratelli, che camminano davvero soli nella notte bagnata, non solo nelle parole risuonate sulle luci scintillanti di un palco.