Roma patrimonio dell'umanità

L'intimità col passato: una ricchezza che non si può sottrarre, comprare, riservare

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    Nella foto: il Palatino nella nuova illuminazione artistica permanente.​

Ha campeggiato qualche giorno fa sulle prime pagine dei giornali la sconcertante immagine dell'uomo che, per sistemare un addobbo floreale smisurato e invero incongruo per la pregiata e copiosa bellezza dell'ambiente, sta issato senza complimenti a cavalcioni di uno dei due leoni di lustro marmo ai lati dello scalone che conduce agli Appartamenti Storici della Reggia di Caserta. La foto è stata scattata durante i preparativi di uno sfarzoso ricevimento di nozze approntato in una delle sale della Reggia, affittata a facoltosi privati per l'intera serata del 5 gennaio scorso al costo di trentamila euro, ed è stata diffusa sul web dalla deputata piddina Camilla Sgambato, la quale, toccata sul vivo dalla vicenda in quanto casertana, si è trovata in controtendenza rispetto alle posizioni del suo partito e a quelle del ministro dei Beni Culturali, sfogando su FaceBook la sua contrarietà per la pacchianeria dell'avvenimento mondano:
"Lo giuro. Mi sembrava buona l’idea di risorse economiche per il sito, derivanti da una festa che comunque sarebbe avvenuta in orario di chiusura e in sale dove negli anni già ci sono state cene e feste varie. E poi sono tutti d’accordo. Arrivano soldi. Queste feste si fanno di routine e si fanno all’estero. Servono a valorizzare i nostri beni culturali. Perfetto. Poi, però, nel vedere le foto, ho cominciato ad avere qualche dubbio". Indi l'enumerazione, come contandole sulle dita, di tre considerazioni: "Prima considerazione. Un matrimonio da favola o l’ostentazione cafona della ricchezza senza limiti? Centinaia di migliaia di euro spesi prima a Napoli, dove piazza Plebiscito è rimasta bloccata per ore e decine di macchinoni neri lucidi hanno invaso la zona. Poi ancora a Caserta, altro lusso sfrenato, altri addobbi luccicanti che hanno invaso prepotentemente uno scalone che non aveva certo bisogno dei fiori della Tailandia. Credo allora che forse sarebbe stato meglio risparmiare alla Reggia questo ruolo di testimonial nel mondo del kitsch senza ritegno, del lusso sbattuto in faccia al mondo, senza limiti, senza un minimo di sobrietà e di eleganza. Ed in questa fase economica da cui solo ora faticosamente sta uscendo il Paese, un matrimonio tra rampolli di petroliere nostrano e magnate argentino sarebbe stato meglio celebrarlo altrove. Perché la bellezza e la cultura hanno un valore profondamente etico e democratico. E non può passare il messaggio che c’è chi può e chi non può. Non lì. Seconda considerazione. Non avrei voluto mai vedere la foto dell’allestitore che sale sui leoni dello scalone. Come faremo a dire ai bambini che non si fa? Anche questa foto farà il giro del mondo e dubito faremo bella figura. Terzo. Assisteremo negli anni al fallimento di tutti quegli imprenditori che hanno investito in location importanti per cerimonie e che danno lavoro a migliaia di persone, se d’ora in avanti tutti vorranno sposarsi o celebrare i diciotto anni o perché no? La prima comunione nei musei, alla Reggia, a San Leucio, a Carditello e negli altri siti d’arte? Ci avete pensato? Se questo è il prezzo da pagare per avere un po’ di soldi in più per i nostri beni culturali, non so se davvero ne valga la pena."
Tante sono state le critiche piovute dai sostenitori della sua parte politica che la povera Sgambato si è sentita in dovere di rettificare, chiarire, riallinearsi almeno un po'. Così in un post successivo ha innestato una mezza retromarcia tattica tessendo le lodi del ministro Franceschini, artefice di una "straordinaria stagione per il rilancio dei beni culturali" che "ha avuto ricadute incredibilmente positive anche sulla regione Campania", e confermando stima ed apprezzamento per il direttore della Reggia, i cui "notevoli risultati ottenuti", dice, "non sono assolutamente in discussione". Poi però, smesse le blandizie, si è ributtata in avanti insistendo esplicitamente, con forza, su un punto: "Tuttavia, non credo proprio di aver commesso il reato di lesa maestà nel dire che il nostro patrimonio non può essere svenduto sull'altare del profitto, quando questo potrebbe significare rovinare e/o mortificare la bellezza, che è sacra ed appartiene a tutti. Ribadisco un principio semplicissimo: la cultura e la bellezza non possono e non devono perdere la loro fortissima valenza etica e democratica."

Si è aperto così un nuovo fronte del dibattito acceso intorno alla mercantilista concezione - egemonica in questi anni di liberismo ossequiente all'etica del profitto del singolo o di ben selezionate oligarchie normalmente a svantaggio della collettività - per cui tutto, anche un bene artistico o culturale, ha un prezzo che si può stabilire e monetizzare, e perciò tutto si può comprare o sfruttare in ragione di un tornaconto economico; visione ispiratrice sia di decisioni legislative (come l'istituzione dell'Archeoparco del Colosseo) che di scelte amministrative o gestionali: Ponte Vecchio affittato con centoventimila euro dalla Ferrari per una cena o le sfilate di moda organizzate a Palazzo Pitti col beneplacito del ministro Franceschini per cui riempire i musei di vestiti degli stilisti è cosa buona e giusta perché aiuta il made in Italy e il brand Italia. Ma è accettabile che un'opera d'arte, un bene culturale, siano valutati con questa logica e sfruttati per generare prioritariamente ricchezza materiale? Non devono, piuttosto, essere rispettati nella loro più alta valenza di patrimonio dell'umanità, cioè nella loro ricchezza intrinseca, una ricchezza ideale e universale, compiuta e autosufficiente in sé, di valore sublimemente non quantificabile, da far amare, conoscere e fruire ai nostri contemporanei secondo criteri più nobili del lucro come fine precipuo, e da tutelare e preservare per i posteri?

Come si sa, l'espressione "patrimonio dell'umanità" da quasi mezzo secolo non è più solo un modo di dire, ma una specifica attribuzione assegnata a ogni sito mondiale che venga riconosciuto dal Comitato per il patrimonio dell'umanità detentore di particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale. Il Comitato è stato istituito con la Convenzione sul patrimonio mondiale adottata dalla Conferenza generale dell'UNESCO il 16 novembre 1972, nel corso della quale si sono anche sviluppati i criteri per l'inclusione dei siti in una lista di "patrimoni dell'umanità" che all'ultimo aggiornamento, effettuato nella riunione del 41° Comitato a Cracovia tra il 2 e il 12 luglio 2017, è risultata composta da un totale di 1073 siti (832 beni culturali, 206 naturali e 35 misti) presenti in 167 stati del mondo. L'Italia, coi suoi cinquantatré, è la nazione a detenerne il maggior numero. La Reggia di Caserta, che è stata definita l'ultima grande realizzazione del Barocco italiano, è uno di questi. Davvero si può farne un uso così disinvolto cedendola in modo esclusivo, sia pure per lo spazio di una sola sera, al migliore offerente?

Due giorni prima a rilanciare la polemica ci avevano pensato i 70 ex funzionari, universitari, storici dell'arte e archeologi sottoscrittori del "Manifesto per la tutela dei beni culturali", lettera aperta fortemente critica verso la riforma Franceschini.
Tutto il lungo documento - firmato, tra gli altri, dagli accademici dei Lincei Adriano La Regina, Fausto Zevi, Piero Guzzo, ex sovrintendenti all’archeologia di Roma, Napoli e Pompei, e da Andrea Emiliani, ex sovrintendente ai Beni storici e artistici di Bologna e della Romagna, e secondo gli autori espressivo anche del sentimento di molti altri addetti del settore che non possono manifestarlo perché "Il codice etico del ministero dei Beni culturali imbavaglia i colleghi in servizio non consentendo loro di denunciare l’attuale situazione di caos e paralisi creata da una pretesa riorganizzazione a colpi di decreto, o di emendamenti alla legge di bilancio" (colleghi i quali, lasciano intendere, se non avessero questa mordacchia si assocerebbero platealmente al biasimo su eventi come la mostra sul Napoli Calcio con magliette, ricordi e gadget di Maradona al grande Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sull'idea di organizzare gare di canottaggio nella vasca della Reggia di Caserta o sull'investimento di ben 18 milioni di euro nell'arena Colosseo per chissà quali spettacoli gladiatori dopo la farsa grottesca e fallimentare dell'opera rock "Divo Nerone" sul Palatino mentre si lascia agonizzare, senza mezzi né personale, lo strepitoso parco archeologico dell'Appia Antica, o si istituisce un biglietto d'ingresso al Pantheon per poterne curare la manutenzione) è un'articolata disamina delle dannosità insite nella nuova strategia MiBACT espressa nella riforma concepita dal ministro, la quale si riassume nel concetto di scissione della valorizzazione - da intendersi come mera monetizzazione - dalla tutela premiando la prima e svuotando la seconda: “L’errore di fondo è la pretesa di fare soldi con i beni culturali. I soldi si fanno col turismo, che è un indotto di beni storici e paesaggi".
Disamina che riprende punto per punto l’articolo di Vittorio Emiliani del maggio scorso sugli svarioni della riforma del "rottamatore a tutta ruspa": primo su tutti anche qui il peccato originale, cioè la scissione della valorizzazione dalla tutela, "contando di trasformare i musei in (Renzi dixit) "macchine per far soldi" "; e poi, a cascata, la separazione dei medesimi – anche quelli archeologici, di scavo, con casi grotteschi – dal territorio che li ha originati, scindendo pure uffici, archivi, fototeche, biblioteche, con un caos paralizzante; la creazione di nuovi nuovi Poli Museali - spesso in modo confuso e incomprensibile, come nel caso di Ferrara accorpata ad un'egemone Modena - dove gli storici dell’arte superstiti si rifugiano, sguarnendo le Soprintendenze, finite sotto i prefetti per effetto della legge Madia, e guidate in maggioranza da architetti anziché, appunto, da archeologi e storici dell'arte; l'individuazione dei primi venti Musei di eccellenza, per i quali, racconta Emiliani, "si sono banditi non concorsi europei bensì selezioni in base ai curriculum e a un breve colloquio, con stipendi 4-5 volte superiori a quelli correnti. Un solo “interno” del MiBACT viene promosso (Galleria Borghese), gli altri 19 sono tutti “esterni”, alcuni italiani (buoni e meno buoni), altri stranieri (nessuno di alto livello). Con scelte incomprensibili: un etruscologo, dalla bibliografia molto modesta, al Museo greco-romano di Napoli, una medievista a quello tarantino della Magna Grecia, un esperto di marketing alla Reggia di Caserta (bibliografia? Due libri co-firmati sui cimiteri monumentali). Hanno partorito idee brillanti? Mostre su mostre, matrimoni al museo o fra le rovine, feste di laurea, aperitivi, sfilate, cose arcinote che anni fa lo stesso Franceschini aveva definito “piuttosto kitsch”."

Però Franceschini oggi, a tre anni e mezzo dal varo, rivendica i successi di questa sua rivoluzione. Il 6 gennaio in un tweet il MiBACT si vanta: "Il bilancio della riforma dei #museitaliani è eccezionale: in 4 anni +12 mln di visitatori (+31%) e +70 mln di euro di incassi (+53%). Risorse preziose per la tutela che tornano ai musei con un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà." Il cinguettìo viene condiviso sul social dal giornalista dal giornalista Marco Frittella, che ci aggiunge una frecciata: "non ditelo a @tomasomontanari, gli dareste un dolore".

Chi è Tomaso Montanari, e perché Frittella lo chiama in causa? Prima di essere uno dei promotori del "No" al referendum della riforma costituzionale del 4 dicembre 2016 e motore assieme ad Anna Falcone dell'assemblea al Teatro Brancaccio di Roma del 18 giugno 2017 per la costituzione di una sinistra unita contro le politiche liberiste, è un professore ordinario di Storia dell'Arte moderna all'Università Federico II di Napoli, editorialista, blogger, superconsigliere per la cultura tanto per la giunta pentastellata di Roma quanto per quella rossa di Sesto Fiorentino; ed è anche coautore, con Vincenzo Trione, del pamphlet "Contro le mostre" che ha come sottotitolo “Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere. E’ ora di sviluppare anticorpi intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.”

Per esemplare congiuntura, di questo libro Montanari è stato invitato a parlare ad Otto e mezzo, la trasmissione de La 7, proprio il 5 gennaio. Così, mentre il viale d'accesso alla Reggia di Caserta si riempiva dei macchinoni degli ospiti al supergalà di matrimonio, Lilli Gruber dal teleschermo incalzava il professore chiedendogli conto del suo "pessimismo" nei riguardi delle "mostre blockbuster di puro intrattenimento e bassa qualità". Montanari ha risposto sottolineando che in Italia si producono quasi diecimila mostre l'anno, più che in qualunque altro paese occidentale: un paradosso, visto che il nostro Paese è quello che ne avrebbe meno bisogno, dato lo straordinario patrimonio gratuito che ha in dotazione e che dovrebbe essere conosciuto, amato, tutelato, conservato. "Le mostre sono una grande impresa commerciale: in nessun paese d’Europa si fanno dei mostrifici. In genere sono i grandi musei che decidono di fare una mostra quando c’è un motivo, cioè quando c’è qualcosa che si può raccontare solo accostando delle opere d’arte, che sono come degli individui, dei pezzi unici fragilissimi che si dovrebbero spostare solo quando metterli accanto produce un tale aumento di conoscenza da giustificare il fatto che si corre un rischio. E ci dovrebbe essere un ritorno di conoscenza."
"E non dovrebbero produrre anche soldi?" ha chiesto a questo punto esplicitamente la giornalista.
"Direi di no" ha risposto Montanari. "Nelle mostre dovremmo essere non clienti e consumatori ma, una volta tanto, cittadini che apprendono e che anche si dilettano. Se le facciamo assomigliare a un centro commerciale perdiamo più di quanto guadagniamo." E poi, replicando ancora alla sorridente Lilli che non vedeva dove stia il male nell'inseguire successi di facciata e facili guadagni, ha denunciato l'iniquità delle sovvenzioni pubbliche a queste spettacolarizzazioni di poca sostanza : "tanti soldi pubblici – perché queste mostre sono alimentate in gran parte con denaro pubblico, con luoghi pubblici e con opere di collezioni pubbliche ma creano profitto privato. Con tutta questa enorme macchina potremmo, anche creando economia, naturalmente, far conoscere ai cittadini italiani il loro patrimonio culturale, quello stabile, quello che è di tutti, e non solo portarli nel circo degli eventi. La sfida sarebbe far muovere i cittadini, e non le opere. Gli studenti del primo anno dell’università di Napoli, quando chiedo loro se hanno visto un Donatello a Napoli, mi dicono di no. L’hanno visto, i più fortunati, i più ricchi, a Firenze, oppure addirittura a Parigi. A cinque minuti a piedi dalla mia aula universitaria c’è una grande tomba monumentale di Donatello e Michelozzo che si vede gratuitamente. Se io chiedo “chi di voi ha visto la mostra di Van Gogh?” alzano tutti la mano anche se quella mostra costa venti euro che a Napoli non sono pochi, e di Van Gogh dentro non c’è quasi nulla ma c’è solo il profumo commerciale. Allora c’è un grande marketing, c’è un grande fenomeno commerciale, e c’è invece un’eclissi che riguarda quello che è di tutti, che è gratuito, a cui passiamo accanto ogni giorno andando al lavoro, andando a scuola. (…) A Firenze, a Pitti, per esempio, ci sono mostre di autoscatti di Lagerfeld, dei selfie di Lagerfeld, o si mettono in mostra vestiti di Gucci: il ministro Franceschini ha detto che i musei devono contenere i vestiti degli stilisti per aiutare il made in Italy e il brand Italia. Nella Galleria Borghese si son visti accanto al Bernini e al Canova gli abiti di uno stilista. Il male è innanzitutto che si trovano esposte nei musei le stesse cose che si trovano nelle vetrine delle strade che conducono a quel museo. C’è il male del fatto che il museo dovrebbe essere un luogo dove si impara che non siamo sempre stati così."
Con quest’ultima frase è stato come se avesse socchiuso la porta sul significato, autentico e altissimo, dell’esperienza di intimità col passato: "Cioè, noi cerchiamo di fare assomigliare il passato al presente. I musei – i luoghi dove si entra in contatto con il passato – dovrebbero essere i luoghi dove si attinge alla fantasia e all’immaginazione per cambiare questo presente e costruire un futuro diverso dallo stato delle cose. Gramsci diceva che la convinzione più difficile da estirpare è che tutto ciò che esiste sia sempre esistito così, cioè che non ci siano alternative a questo presente. La conoscenza di un passato, di un passato diverso, dimostra che ci sono anche altri modi di vivere. Se noi facciamo assomigliare i nostri musei a dei grandi outlet, a dei grandi showroom della moda, abbiamo l’idea che il passato non sia una finestra dal quale vedere delle cose diverse, ma uno specchio che rinvii la nostra immagine. C’è l’idea che l’arte coincide con il lusso, con il desiderio della griffe. L’arte del passato dovrebbe servire agli italiani del futuro ad affrancarsi da ciò che la pubblicità ti vuole vendere, o ad essere ancora più sudditi di questa pubblicità?" E per concludere si è opposto alla garbata accusa di "estremismo" che un'altra ospite dello studio, la direttrice del Museo dell'Accademia di Firenze Cecilie Hollberg (una delle personalità straniere selezionate secondo le nuove linee guida del MiBACT), gli ha rivolto: "Non sarà che l’estremismo vero è quello del mercato, la religione del nostro tempo, per cui è ovvio che i prodotti commerciali debbano stare ovunque, anche nei musei? Non sarà l’estremismo, quello che pensa che tutto è in vendita e tutto ha un prezzo?"

Poi, un paio di giorni dopo, ha risposto pure a Frittella.
“Rispondo con molto piacere all’esemplare giornalista Marco Frittella, che ritwitta questo cinguettio del Mibact (...). E lo tranquillizzo: caro Frittella, grazie del pensiero. Ma, davvero, ho avuto dolori peggiori. Per esempio mi addolora che tanti giornalisti italiani preferiscano servire come ufficio stampa del potere invece che provare ad esercitare un minimo di senso critico.
Nel caso specifico di fronte alla grancassa di Dario Franceschini un quarto potere degno di questo nome potrebbe farsi come minimo tre domande.
La prima, per chi amasse ancora un po’ il giornalismo di inchiesta: come sono raccolti questi dati? Quanto sono attendibili quelli, per esempio, delle domeniche gratuite? Quanto sono verificabili i dati differenziali di siti senza uno storico di accessi degli anni precedenti? Quanto ci si può fidare dei concessionari titolari delle biglietterie. Assicuro che le sorprese non mancherebbero.
La seconda, per un giornalismo culturale ancora degno di questo nome. Qual è il senso di questo trionfalismo in un Paese che non riesce ancora a tirar su le macerie del patrimonio culturale del cratere del sisma dell’Italia centrale? Nel Paese in cui una città come Napoli ha oltre duecento chiese monumentali chiuse? Nel Paese con un’enorme fuga di cervelli di archeologi e storici dell’arte e in cui il Mibact ricorre su larga scala allo schiavismo mascherato da volontariato? Nel Paese in cui quegli stessi musei sono scatole vuote, incapaci di fare ricerca e di produrre conoscenza. Non sarebbe forse il caso di allargare la focale e rimettere in contesto l’autoelogio di Franceschini?
E poi la terza. La più semplice, la più centrale. Ammettiamo che tutti i dati siano veri e che siano degni di tanta lode: siamo però sicuri che il destinatario degli elogi dovrebbe essere colui che oggi chiama così fragorosamente gli applausi?
E cioè: qual è il nesso tra il record dei musei e la riforma dei musei? I dati presenti sulla pagina delle statistche Mibact certificano ciò che tutti gli addetti al lavoro sanno: il trend dei visitatori dei musei italiani è in crescita costante dal 2000 ad oggi, senza interruzioni e senza impennate. E nessuno dei visitatori attuali va al Colosseo o agli Uffizi perché c’è stata la riforma Franceschini. Se avessero avuto un ufficio stampa altrettanto buono, anche Sandro Bondi o Giancarlo Galan avrebbero potuto rivendicare la loro fetta di incremento (del tutto indipendente dal loro discutibile operato, ovviamente). La controprova? Lo stesso trend di aumento riguarda i Musei Vaticani: sui quali non credo che la riforma Franceschini possa granché (Deo gratias). Sarebbe possibile (e interessante) ricostruire la storia degli accordi sindacali che hanno permesso di prolungare gli orari di apertura dei vari monumenti e musei: gli unici interventi dei vari ministri che abbiano davvero inciso su numeri altrimenti dettati dai flussi internazionali del turismo. A proposito dei quali, forse sarebbe il caso di domandarsi se la crisi del turismo in Francia, Spagna e Nordafrica legata al terrorismo internazionale e il conseguente boom del turismo italiano non abbiano contato appena più della riforma Franceschini nell’aumentare gli ingressi degli ultimi mesi nei musei italiani.
Ma mi rendo conto che un giornalismo che si facesse e facesse tutte queste domande rischierebbe di dare un dolore al ministro Franceschini. È forse per questo che si leggono davvero pochissime analisi critiche (…). Molto meglio ritwittare i cinguettii del signor ministro, e prendersela con quei pochi gufi disfattisti che proprio non vogliono capire che viviamo sotto il migliore dei governi possibili.”

Credo che chiunque di noi viva in una città d’arte, o nei pressi di un sito archeologico – cioè, in Italia, milioni di persone – e abbia una pur minima connessione sentimentale col territorio dove ha le sue radici e ha posato tanti suoi passi non possa che trovarsi d’accordo con l’appassionata difesa del patrimonio culturale dall’ingordigia ottusa di chi lo vede solo come la gallina dalle uova d’oro portata avanti da Tomaso Montanari, Camilla Sgambati e dai settanta firmatari del Manifesto per la tutela dei beni culturali; che non possa che sentirsi orgogliosamente custode di un tesoro inestimabile che appartiene a tutti gli abitanti della terra ma con cui lui ha il privilegio della prossimità e della familiarità.

Non riesco a fare a meno, tutte le volte che mi sposto attraverso il centro della mia città, di alzare gli occhi per lustrarmeli con quello che mi vedo intorno, anche se è la milionesima volta che lo faccio. Non riesco a sottrarmi, quando in auto mi accingo a svoltare per Via Claudia, al solito rito infantile di chiuderli per qualche istante per poi riaprirli e trovarmi davanti a tradimento l’immensità del Colosseo. Quando i miei figli erano bambini, oltre a trascinarli in giro per i musei, i monumenti e le mostre più importanti, ogni volta che potevo li portavo a Via Vittorino da Feltre perché da un minuscolo poggiolo d’angolo potessero contemplare insieme a me la maestosa mole dell’Anfiteatro e respirassero la mia stessa emozione mentre dicevo loro: sapete, c’è gente che per vedere ‘sto spettacolo si fa centinaia e migliaia di chilometri, e noi invece ce l’abbiamo a dieci minuti di macchina, siatene grati e non dimenticatevelo mai. Ora i miei figli sono adulti e quei momenti di comunione quasi fiabesca tra noi sono perduti, assieme a molto altro, per me, ma il ricordo me lo tengo stretto, e lo rivivo ogni volta che svoltando su Via Claudia chiudo per un istante gli occhi e quando li riapro trovo il Colosseo sempre lì, ad aspettarmi.

La sera del 5 gennaio, mentre la Reggia di Caserta veniva trasformata nel castello del boss delle cerimonie, io prendevo il coraggio a due mani e uscivo dalla stanza dove ero stata costretta a rintanarmi per settimane. Avevo letto della nuova illuminazione artistica permanente che ACEA aveva inaugurato al Palatino, avevo visto qualche foto, ed era bastato quello a sciogliere la stregoneria che mi aveva fino a quel momento tenuto imprigionata nella debolezza, nello sconforto, nella mancanza di motivazioni per tirare avanti in un momento molto difficile della mia vita.
Così mi sono coperta bene, sono uscita di casa, ho attraversato in macchina Roma, prima il tratto urbano moderno, ordinario, simile per impersonalità metropolitana a tutte le altre città del mondo, e poi quello antico, arcano, emergente dal buio come dal fondo del tempo, fino a giungere nella vallata del Circo Massimo, accanto al Velabro, davanti al Palatino, lì dove tutto, migliaia di anni fa, è cominciato. Ho parcheggiato l’auto trattenendo il fiato, piena di meraviglia e di gratitudine per quelle pietre fidate che avevano attraversato i secoli per arrivare fino a me, come a volermi assicurare che se pure avevo perso tutto non avrei mai perso loro; ed è stato in quel preciso istante, stordita da quel tuffo violento, repentino, impressionante, in un passato tanto lontano eppure giunto a toccare la mia contemporaneità, in quell’attimo in cui al buio, nel silenzio, nella deserta vastità che ci circondava, ci fronteggiavamo, io e il Palatino, che illuminato in quel modo sembrava palpitare, respirare, e si riverberava in me come io in lui, ed era tutto per me, solo per me, come era tutto per tutti, che ho capito quel che davvero significa, essere patrimonio dell’umanità.