Santu e riccu, figghiu miu

Ognuno ha la sua formula e la sua via. Ne cito qualcuna...

di Ciccio Schembari

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    Alessandro e Diogene

Nella società in cui sono nato, i genitori e gli anziani venivano salutati con sa-bbanarica (vossia mi benedica) e rispondevano santu e riccu fighiu miu! (santo e ricco figlio mio!).
Santità e ricchezza erano l’augurio e il desiderio di tutti e per tutti. Ma dove e come trovarle? Quale via percorrere? Questo era e rimane il problema!
Ognuno ha la sua formula e la sua via. Ne cito qualcuna.
Il re Mida, del mito greco, era convinto di trovarle nell’oro e chiese ed ottenne dal dio Dioniso il dono di trasformare in oro tutto ciò che taccava. Fu felice ma solo per poco. Diventava oro anche il cibo che toccava e non riuscì più a mangiare. Di gran corsa ritornò da Dioniso per farsi togliere questo dono nefasto. Il dio gli disse di immergersi nelle acque del fiume Pattolo, perché le acque avrebbero portato via il suo dono. E così fu. Da allora la leggenda vuole che le acque di quel fiume si arricchirono di sabbie aurifere. Non solo quello ma anche altri per la gioia dei cercatori d’oro.
Il poeta Ignazio Buttitta ci presenta la sua formula in versi.
Ancilu era e non avia ali / nun era santu e miraculi facia, / era l'amuri lu so capitali / e sta ricchizza a tutti la spartia: / Turiddu Carnivali nnuminatu / e comu a Cristu muriu ammazzatu. Da "Lamentu pi la morti di Turidu Carnivali".
Cumpagni, / cu non leggi e non studia / è un saccu vacanti; / è un mutu / un surdu / e nun sapi nenti. // Cumpagni, i dinari non dùnanu meritu: / nu omu pò aviri un fèu, / centu appartamenti, / na miniera d’oru, / un miliardu a banca; / ma si nta menti chianta cipuddi / è un misiràbili e non pussedi nenti // Un omu acquista meritu / e cancia sorti e destinu / si sfascia a porta da menti / e ci fa trasiri u suli / c’asciuca l’umitu da gnuranza. Da "Il poeta in piazza".
La storia ci racconta la vicenda di Diogene e di Alessandro Magno.
Si dice che il filosofo Diogene di Sinope (seconda metà del IV secolo a. C.), uno dei maggiori rappresentanti della scuola cinica, vivesse felice vagando per la Grecia con un mantello, un bastone, una bisaccia per le cibarie ed una botte dentro la quale viveva. Non era facile privarlo della felicità!
Successe che Alessandro Magno (356-323 a. C.), il grande condottiero, avendo sentito parlare di lui e non avendolo mai visto tra i tanti che facevano a gara per incontrarlo, andò a trovarlo. Diogene aveva sistemato la sua botte in una spianata in modo che v'entrasse il sole e stava là, disteso a scaldarsi ad occhi chiusi. Seguito dai suoi ufficiali, Alessandro gli si parò davanti e gli disse: "Io sono Alessandro di Macedonia, Diogene, e ti ammiro molto. Chiedimi qualsiasi cosa e l'avrai." E Diogene rispose con semplicità: "Ti chiederei, Alessandro, di spostarti, perché mi togli il sole." Tutti tacquero sbalorditi: mai nessuno aveva osato rispondere in quel modo ad Alessandro! Ma questo, scuotendo il capo e allontanandosi, mormorò: "Per Zeus, se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene!"
Povero Alessandro Magno che, dopo essere giunto in India, impresa pazzesca all’epoca, si imbatte in un gruppo di filosofi jaini che non prestavano quasi attenzione al grande conquistatore e, avendo chiesto il perché del loro atteggiamento, ricevette la seguente risposta: «Re Alessandro, ogni uomo possiede solo quella parte di terra su cui poggia i propri piedi. Tu sei un uomo come il resto di noi, tranne per il fatto che sei sempre indaffarato e impegnato in nulla di buono, lontano miglia e miglia dalla tua patria, un fastidio per te stesso e per gli altri! . . . Presto sarai morto, e allora possiederai solo la terra sufficiente a seppellirti.» Alessandro reagì con la stessa ammirazione dimostrata a Diogene, benché non apportò alcun mutamento al suo modo di essere. Morì all’età di trentatré anni vittima della eccessiva esuberanza che caratterizzò anche la sua vita privata. Tanto fu breve la sua vita, e tanto, tanto di più fu intensa.

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Anthony De Mello in "Messaggio per un’aquila che si crede un pollo" ci fa due esempi.
Voi volete essere felici. Che ne dite di sottoporvi a un piccolo test? Proviamo: ci vorrà un minuto esatto. Potete chiudere gli occhi, mentre lo fate, oppure potete tenerli aperti: non ha importanza. Pensate a qualcuno che amate molto, qualcuno a cui siete vicini, qualcuno che vi è prezioso, e provate a dire a quella persona, nella vostra mente: "Preferisco la felicità a te."
Osservate quel che accade. "Preferisco la felicità a te. Se dovessi scegliere, non avrei dubbi: sceglierei la felicità." Quanti di voi si sono sentiti egoisti, pronunciando questa frase? Molti, a quanto pare. Capite fino a che punto siamo stati sottoposti a un lavaggio del cervello?
Il risultato è che ci costringono a chiederci: "Come hai potuto essere tanto egoista da anteporre la tua felicità a me?" Non vi verrebbe forse da rispondere: "Scusa tanto, ma come puoi tu essere tanto egoista da pretendere che anteponga te alla mia felicità?"
Una donna mi disse una volta che, quando lei era bambina, un suo cugino gesuita aveva organizzato un ritiro nella chiesa gesuita di Milwaukee. Egli apriva ogni incontro con le parole: "La prova dell'amore è il sacrificio; la misura dell'amore è l'altruismo."
Splendido! Le chiesi: "Vorresti che io ti amassi a costo della mia felicità?"
"Sì" rispose lei.
Non è una situazione deliziosa? Non sarebbe meraviglioso?
Lei amerebbe me a costo della sua felicità, e io amerei lei a costo della mia felicità. E così, avremmo due persone infelici, ma viva l'amore!
[…]
Lei, Signora, mi cita il suo caso: lei vive da sola, va in parrocchia, e dedica agli altri parecchie ore del suo tempo. Però ammette anche che in realtà lo fa per egoismo - lei ha bisogno di essere utile – e sa anche che ha bisogno di essere utile in modo tale da sentire di dare un piccolo contributo al mondo. Ma afferma anche che, poiché gli altri hanno bisogno di lei, si tratta di uno scambio bidirezionale.
Lei è quasi illuminata! Dobbiamo tutti imparare da lei. È vero. La Signora dice: "Io do qualcosa, e ricevo qualcosa". Ha ragione. Io vado là per aiutare, do qualcosa, ricevo qualcosa. È splendido. È vero. È reale. Questa non è carità, è interesse personale illuminato.
Gesù disse: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete, e mi avete dato da bere". E loro cosa rispondono? "Quando? Quando l'abbiamo fatto? Non lo sappiamo". Erano inconsapevoli!
Non è interessante? Voi, invece, lo sapete. Voi conoscete quella sensazione di piacere che si prova compiendo atti di carità. Esatto, è così! È esattamente il contrario di qualcuno che dica: "Cosa c'è di tanto speciale in quel che ho fatto? Ho fatto qualcosa, ho ricevuto qualcosa. Non avevo idea di fare del bene. La mia mano sinistra ignorava quel che stava facendo la destra." Sapete, il bene assume il suo valore più alto in quelle occasioni in cui non ci si rende conto che si sta facendo del bene. Non si è mai tanto buoni quanto nelle occasioni in cui non ci si rende conto di essere buoni. Ossia, come direbbe il grande Sufi: "Un santo è tale finché non viene a saperlo."
Il cantautore Fabrizio De Andrè nella "Ballata dell’amore cieco" ci presenta un altro caso.
Un uomo onesto, un uomo probo, / tralalalalla tralallaleru / s'innamorò perdutamente / d'una che non lo amava niente. / Gli disse portami domani, / tralalalalla tralallaleru / gli disse portami domani / il cuore di tua madre per i miei cani. // Lui dalla madre andò e l'uccise, / tralalalalla tralallaleru / dal petto il cuore le strappò / e dal suo amore ritornò. // Non era il cuore, non era il cuore, / tralalalalla tralallaleru / non le bastava quell'orrore, / voleva un'altra prova del suo cieco amore. // Gli disse amor se mi vuoi bene, / tralalalalla tralallaleru / gli disse amor se mi vuoi bene, // tagliati dei polsi le quattro vene. // Le vene ai polsi lui si tagliò, / tralalalalla tralallaleru  / e come il sangue ne sgorgò,  / correndo come un pazzo da lei tornò. // Gli disse lei ridendo forte, / tralalalalla tralallaleru / gli disse lei ridendo forte, / l'ultima tua prova sarà la morte. // E mentre il sangue lento usciva, / e ormai cambiava il suo colore, / la vanità fredda gioiva, / un uomo s'era ucciso per il suo amore. // Fuori soffiava dolce il vento / tralalalalla tralallaleru / ma lei fu presa da sgomento, / quando lo vide morir contento. // Morir contento e innamorato, / quando a lei niente era restato, / non il suo amore, non il suo bene, / ma solo il sangue secco delle sue vene.
La saggezza popolare si esprime con i proverbi.
"U picca m’avasta e u magnu m’assupercia" [il poco mi basta e il molto mi è di più, mi avanza] è il proverbio del buon vivere ed è più pregnante dell’equivalente italiano "Chi si accontenta gode" che può essere interpretato come invito alla rinuncia. Nel proverbio siciliano c’è chiarezza tra il poco e il molto e del confine tra di essi. Il poco è scelta consapevole di stare dentro il confine delle proprie capacità e possibilità e non esclude l’eventualità di allargarlo ma sempre con consapevolezza, ponderatezza e mezzi adeguati. In ciò, infatti, consiste il buon vivere. L’ho sentito dire come risposta da parte di persone assennate a proposte allettanti quanto azzardate o campate in aria. Come dire: infilati tu nei pasticci ché a me u picca m’avasta e u magnu m’assupercia e la notte voglio dormire sonni sereni. Nelle poche parole di questo proverbio è pienamente e correttamente sintetizzata la teoria del Contatto Pieno della psicoterapia della GESTALT che rappresenta la felicità come percorso, fatto di consapevolezza e di messa in campo delle energie adeguate, per raggiungere, al confine, il Contatto Pieno con l’oggetto (persona o cosa) del proprio desiderio. 
Proverbi analoghi: "nun fari u passu ciù luncu ra jamma" [non tentare di fare il passo più lungo della tua stessa gamba].
"I tri putienti: u papa, u re e cu nun pusseri nenti!"[i tre potenti: il papa, il re e chi non possiede niente!] o, in altra versione "I tri putienti: u riccu, u iurici e u poviru" o più precisamente "cu nun avi nenti ri perdiri!" [i tre potenti: il ricco, il giudice e il povero o chi non ha niente da perdere riferito non solo ai beni materiali] porta all’estremo limite il buon vivere per cui il povero, chi non possiede nulla, chi non ha nulla da perdere è come il papa, il re, il ricco, il giudice.
Cari lettori qual’è la vostra formula e la vostra via alla santità e alla ricchezza? Provate a raccontarvela. Magari per iscritto. Non vi porta alla santità e alla ricchezza ma aiuta. Garantito!