Là dove si annida il privilegio

In difesa della scuola pubblica

di Ester Procopio

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Parlare di privilegio è diventato un tabù. L’intento principale delle pubblicità sembra essere far credere che chiunque può usufruire di un determinato servizio o prodotto super esclusivo: per uscire dall’anonimato, per entrare a far parte di “quelli che contano” basta acquistare l’ultimo-modello-di o l’ultima-novità-in, andare in vacanza abbastanza spesso, anche pochi giorni nel weekend se possibile, e documentare tutto sui social network con fotografie; tutto il resto è da perdenti, falliti, da terza classe. È sufficiente pagare: non importa se lo fai con i soldi della nonna, lavorando dieci ore al giorno servendo colazioni ai tavoli e senza contratto oppure dividendo le spese d’affitto con altri coinquilini.
È questa la condizione di vita di una generazione precaria, deprivata del futuro e della dignità, ma attaccata coi denti ai propri status symbol e a una reputazione da upper class, costruita con fatica su Instagram e Facebook, fotografando cene al ristorante, spiagge incantate e cocktails dai colori sgargianti: tutti simboli di una ricchezza senza fondamenti, fasulla, rappresentazioni calate dall’alto da chi davvero non deve sudare per conquistarsi un posto nel mondo, e accettate come leggi divine, come se un modo diverso di pensare il mondo non fosse possibile. Ed è così, ancora, che il mondo si divide in ricchi e poveri, soltanto senza più lotta di classe e anzi, la realtà sociale così com’è è stata talmente introiettata da tutti da divenire quasi realtà naturale: i contorni di questa fauna furiosa e competitiva si sono fatti illeggibili, i predatori predano travestiti da agnelli, gli agnelli si sentono leoni, o aspirano a diventarlo. Oppure, questi agnellini senza più una visione della storia, presenti nella storia non più come individui ma soltanto come massa indistinta, si fanno forti con i più deboli, sentendosi scalzati dai loro troni di foglie di cactus da altri, venuti a chiedere un pezzo di pane e un tetto sotto cui sostare. Una metafora per dire che, i veri privilegiati, hanno imparato a mimetizzarsi bene e a indirizzare le frustrazioni collettive sui più deboli, i più emarginati. Le periferie ribollono di rabbia verso altre periferie più periferiche, mentre il potere del centro quasi mai viene messo in discussione: è anzi guardando alle abitudini mentali, alle proprietà, ai simboli del centro come a mete cui aspirare che il potere viene legittimato, esattamente dagli stessi su cui si esercita. Chi compie la scalata sociale forse vive con rimorso i propri privilegi ma li accetta, accettando il sistema, accettando la diseguaglianza come male necessario e inevitabile.
La condizione della classe media, della borghesia media (gli impiegati, i commercianti, gli insegnanti, i cosiddetti “colletti bianchi”) è molto cambiata e si può dire che, per certi versi, là dove in Italia resiste ancora un’industria, il proletario non vive con meno difficoltà di quella che una volta era la middle class.[1] Il divario tra ricchi e poveri è più ampio e non è più solo una questione di professione, né di possesso ma di liquidità economica; se ampia e continua, garantisce facilmente accesso a ciò che può davvero “fare la differenza": conoscenze nell'élite e scuole private. È anche vero il contrario, cioè che conoscenze nell'élite e scuole private sono alla base di un'ampia e continua liquidità economica, aprendo le porte di prestigiosi lavori esteri. È proprio in questo modo che l'élite perpetua se stessa.
Chi dice che le università private sono i luoghi in cui si formano le eccellenze italiane in realtà sta dicendo anche un'altra verità e cioè che la possibilità di accedere a tali formazioni eccellenti è un privilegio per i pochi che possono sostenere i costi delle rette. La scuola privata italiana è anche il maggior crogiuolo di diseguaglianza sociale. È sulla scuola privata che può iniziare un dibattito pubblico per una più equa distribuzione della ricchezza; la riflessione su un futuro in cui la conoscenza non sia un campo da privatizzare ma da spartire, in cui la scuola sia pubblica e il costo delle rette proporzionale a merito e reddito dovrebbe entrare nelle aule di Parlamento e, ancora prima, nelle menti di chi dice di volerla, questa benedetta egalité.

 

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[1] Un articolo molto interessante sul quadro della borghesia italiana oggi, che integra dati Istat e versi di Cortez è sul portale “le legge per tutti": https://www.laleggepertutti.it/173143_perche-in-italia-la-borghesia-non-esiste-piu.