Tra le colonne dell'Ostiense

Un'umanità, tante facce, tante storie di povera gente dignitosa

di Martina Annibaldi

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All’ingresso della Stazione Ostiense, a Roma, c’è una fila di colonne squadrate… le tipiche colonne da stazione ferroviaria. Tra una colonna e l’altra l’intenso via vai dei pendolari della Roma-Lido che, soprattutto sotto Natale, fa somigliare l’ingresso della stazione ad un formicaio in piena attività.
Buste, borse, sporte, sacchi, sciarpe, cappelli. In mezzo a questo fiume di piedi sbucano i sacchi a pelo, i giornali, le coperte di chi, delle colonne squadrate della stazione, ha fatto la propria residenza: i senza tetto della stazione Ostiense, silenziosi, come quelli di Via della Conciliazione o della Stazione Termini. Quando arrivo, la sera di Santo Stefano, qualcuno è ancora avvolto nel proprio sacco a pelo, qualcun altro si aggira curioso tra i banchetti della onlus. C’è un freddo umido che spacca le ossa, faccio fare alla mia sciarpa un altro giro intorno al collo mentre osservo una signora in vestaglia e infradito venire verso di me. Mi chiede tra quanto inizieremo a distribuire la cena e mi racconta che la sera della Vigilia di Natale è riuscita a mangiare la lasagna. “Tra dieci minuti, signora. Il tempo di sistemare le ultime cose e iniziamo a servire la cena”. Mi regala un sorriso con pochi denti e se ne va verso il gruppo in fila davanti al banchetto.
La mia postazione è quella dei panini, le persone vengono dopo aver già mangiato primo o secondo, sono pochi quelli che riescono a finire entrambi. Al banchetto dei panini si cerca di fare scorta, per assicurarsi qualcosa da mangiare almeno per il pranzo del giorno dopo. Da lì osservo la fila disordinata di fronte a me: persone di ogni età, provenienza, colore, aspetto. Quando arriva il loro turno a volte sorridono, altre mi parlano con tono rabbioso, il più delle volte alzano a malapena lo sguardo, mi chiedono sottovoce cosa c’è dentro i panini, come se non fosse un loro diritto avere dei gusti, dei desideri.
Gli abitanti delle colonne della Stazione Ostiense: Franco, Gloria, Ahmed, Carlo e il suo cane dall’aria stanca, Sebastian e la sua birra rimediata chissà dove. Tante facce, tante storie che non conosco. Come si vede il Natale da dentro un sacco a pelo ai piedi di una colonna che odora di urina di cane? Si devono vedere un sacco di scarpe, di piedi che corrono veloci avanti e indietro. E poi buste, tante buste che fluttuano lungo i polpacci dei pendolari. Buste con le coccarde, i nastrini, con le stampe di Babbo Natale; buste ricolme di dolci e di buon vino, di pesce fresco, di lenticchie…ché tanto Capodanno è vicino.
Un baccano improvviso mi distoglie dai miei pensieri; qualcuno sta litigando alla fila dei secondi. Un ragazzetto smagrito sui 19-20 anni si è tolto la giacca e punta spavaldo un ragazzo di colore più alto di lui di almeno quindici centimetri che lo guarda quasi disgustato. “ Ecco che se le danno”, mi fa uno dei volontari. C’è un momento di agitazione tra le persone in fila, finché il ragazzetto, decisamente ubriaco, viene allontanato dalla fila e calmato da un altro volontario.
“Ci scusi, la miseria ci imbruttisce”, dice una voce bassa e profonda alla mia sinistra. Mi volto verso un signore sulla cinquantina, dall’aria distinta. Indossa un lungo cappotto blu, appena liso sul bavero e mi fissa con l’aria di chi sente davvero di avere qualcosa da farsi perdonare. “Ma si figuri”, gli rispondo e mi sento un’idiota. Cerco di recuperare chiedendogli il suo nome. “Ha ragione, non mi sono nemmeno presentato. Mi chiamo Gianni, molto piacere”.
“Sa, una volta c’ero io al suo posto”, prosegue. “Io e la mia compagna lo facevamo quasi tutti gli anni, a Natale. Poi le cose sono andate come sono andate.  Ora il Natale è il giorno in cui provo più vergogna della mia povertà, in mezzo alla gente che passa e che è esattamente uguale a come ero io qualche anno fa”.
Provo a rispondere qualcosa ma Gianni mi blocca con un sorriso. “ Le auguro tanta fortuna, signorina. Ora mi perdoni ma devo tornare a casa, ho lasciato la porta aperta”, mi dice facendomi un occhiolino. “Le auguro tanto fortuna anche io, Signor Gianni”, mentre lo osservo allontanarsi verso la terza colonna quadrata sulla destra.