Foto, mobili e carretti

le cose che hanno acquistato un valore per ciascuno di noi restano

di Ciccio Schembari

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Vintage: una cosa che ha acquistato valore nel tempo e torna di moda. Le mode vanno e vengono. Ma le cose che hanno acquistato un valore per ciascuno di noi, quelle restano. Anche quando scompaiono, anche quando le abbandoni. Restano. Il tema di questo mese mi ha richiamato tre cose che hanno acquistato valore per me.
I mobili antichi. Erano gli anni cinquanta, avevamo ereditato da mia nonna paterna, morta a novantaquattro anni, un canterano a tre cassetti in noce nostrana. Quasi uguale a quello riportato in foto. Con i piedi più snelli e più slanciati. Più elegante. Forse del settecento. In quegli anni c’era la mania di dare via i mobili vecchi. C’era gente che li comprava. Gente benestante. Gente che aveva la "stravaganza" di comprare mobili vecchi. Noi li davamo via. Uscivamo da un periodo di ristrettezza, di miseria, di fatica. Era cominciata l’epoca nuova dell’abbondanza, dell’agiatezza, della funzionalità, della minor fatica. Avevano inventato la formica. Che bella la formica: bastava passarci un panno umido ed era subito pulita! Quei mobili vecchi, di legno buono, nati dalle mani di esperti ebanisti, veri capolavori, ci ricordavano quel passato. E li davamo via. Con sollievo.
Così io e mia sorella abbiamo dato via il canterano del settecento. Per un "piatto di pastasciutta". Non ricordo la cifra. Ricordo che ci realizzammo un bel nulla. Ricordo la facilità con cui il compratore, un forestiero, tirò fuori i quattrini. Ricordo lo sguardo che mi rivolse: perché vendete, per quattro soldi, un mobile così bello?! Avevo sedici anni e quello sguardo mi restò impresso.
In seguito mi rifeci. Alla grande. Furono in tanti e in tutta Italia a dare via i mobili vecchi. Di legno buono. Costruiti da bravi ebanisti. Così, alla fine degli anni settanta – insegnavo a Bologna – ebbi modo di comprare, per pochi soldi, un canterano a quattro cassetti di castagno, una credenza di olmo e due comodini di noce. Non da antiquari. Da due ordini religiosi che finanziavano le loro attività di beneficenza svuotando gratuitamente le case e rivendendo a buon prezzo i mobili.
Quando ritornai a Ragusa me li portai dietro e, assieme a qualche altro pezzo comprato e a quelli ereditati, costituiscono il mobilio di casa mia, di cui sono contento e orgoglioso. Molto! Perché sono di legno massello, perché  sono belli, perché c’è la maestria antica dell’artigiano. Ma quel canterano a tre cassetti di mia nonna lo rimpiango. Sempre!
La fotografia in bianco e nero. Un mio compagno di scuola e d’università, ch’era rimasto qualche anno indietro e a cui avevo dato un buon aiuto nella preparazione delle prime materie di matematica, mi regalò, per la mia laurea, una macchina fotografica. Una Voigtländer ad ottica fissa. A Venezia, dove ero andato a insegnare, nel fare una foto con l’auto scatto, scivolò nel canale e andò perduta. Ma la nata passione per la fotografia rimase. Così comprai una Canon reflex ad ottica intercambiabile coll’obiettivo in dotazione, il 50 mm. In un autogrill, a Roma, me la rubarono. Intanto la mia conoscenza in campo era cresciuta e ricomprai la Canon con due obiettivi zoom: il 35/80 mm e l’80/200 mm.
Era bello ricercare e curare le inquadrature. Sei colpito da un paesaggio. Decidi di fotografarlo. Lo stai vedendo con una visuale di 180 gradi. La macchina ha una visuale inferiore e l’inquadratura che fai può non essere interessante. Devi renderla interessante, capire meglio cosa ti ha colpito del paesaggio, cosa val la pena raccontare. Devi metterci del tuo. Giochi, scegli, decidi, crei, ci provi gusto.
Era bello giocare con la luce utilizzando in modo opportuno i tre elementi in dotazione: la sensibilità della pellicola; l’apertura del diaframma dell’obiettivo; il tempo di esposizione.
Una sensibilità della pellicola più alta ti dà più possibilità, però ha una grana più grossa. L’effetto può essere voluto e apprezzato, ma non sempre.
A maggiore apertura del diaframma corrisponde un tempo di esposizione più breve. E viceversa. Un’apertura di diaframma grande dà poca profondità di campo per cui l’oggetto messo a fuoco viene nitido e lo sfondo sfuocato. Va bene per i primi piani, per i ritratti: risaltano meglio. Per i visi va meglio l’obiettivo da 80 mm. Per le persone intere, i paesaggi, le strade. . . va meglio il 35 mm e il diaframma poco aperto così viene tutto a fuoco e se il tempo di esposizione è più lungo, non fa niente, tanto il paesaggio è fermo. L’80/200 mm lo usi per avvicinare oggetti non raggiungibili, per isolare un particolare.
Se un lato della strada è illuminato dal sole e l’altro in ombra, come regolare l’esposizione? Se regoli sulla parte in ombra, quella illuminata viene tutta bianca o quasi; se fai viceversa ottieni nitida la parte illuminata e quasi tutta nera l’altra. Anche un volto ha una parte illuminata e l’altra in ombra. Come fare? Giochi, scegli, decidi, crei, ci provi gusto.
Era bello andare in giro con la macchina fotografica carica. Sai che vuoi costruire un racconto con le immagini. Scatti le foto. Gli scatti non sono illimitati. I rullini costano. La stampa costa ancora di più. Allora poni attenzione a ciò che vedi e decidi cosa fotografare e cosa tralasciare. Costruisci il tuo racconto. Giochi, scegli, decidi, crei, ci provi gusto.
Mi appassionai. Comprai un ingranditore e mi feci la camera oscura per sviluppare i rullini e stampare le foto.
Era bello giocare con la luce dentro la camera oscura. Si aprono nuove possibilità. Aggiusti, integri, completi quello che hai fatto nella fase della ripresa. Giochi, scegli, decidi, crei, ci provi gusto e godi nel vedere l’immagine emerge lentamente e comporsi sulla carta bianca.  
Poi si impose il colore. Mi adeguai e abbandonai la camera scura.
Della mia infanzia e fanciullezza ho pochissime foto. Meno di dieci. Dell’adolescenza qualcuna di più. All’epoca erano pochissime le persone che possedevano una macchina fotografica. Con i miei figli mi sono rifatto. Ho raccontato con le foto la loro crescita.
Poi sono uscite le macchine digitali. Totalmente automatiche. Non devi pensare a nulla. Non devi porre attenzione alle luci, alle ombre. Inquadri e scatti. Anche coi telefonini puoi fare foto. Ne puoi scattare all’infinito. Non costano nulla. Oggi tutti fanno foto. In continuazione.
Una sequenza illimitata di foto, non è un racconto. È una riproduzione della vita. Stupida: per riprendere la vita, sospendi la tua vita. Passiva: di tuo non ci metti nulla. Inutile: non la puoi comunicare. Se ci provi, ti tocca sospendere di nuovo la tua vita.
I miei figli, come tanti, si sono messi a scattare foto. Io ho smesso di fotografare. Ho chiuso con una fase della mia vita. Ho svenduto macchina fotografica e ingranditore. Ho cominciato a far l’attore e a raccontare con le parole.

img Foto di G. Leone


Viaggiare col carretto. Sono nato quando si viaggiava col carretto. Sono cresciuto imparando tutto quello che c’era da imparare in merito: attaccare la cavalla al carretto, saperlo caricare, dare, attraverso le redini, gli appoggi giusti alla cavalla nelle salite e nelle discese. Non erano competenze da poco. Le ho imparate sin da ragazzo, gradualmente, fino alla "patente" ovvero al pieno e autonomo affidamento, da parte di mio padre, della guida nel viaggio dalla campagna a Ragusa e viceversa. Anche col carretto carico di frasche o di paglia, che era una montagna, e per salirci sopra bisognava poggiare il piede sulla parte posteriore del dorso della cavalla.
I carretti sono ormai scomparsi. Viaggiare con l’automobile offre vantaggi e comodità incomparabili rispetto al viaggiare col carretto. Anche se viaggiare a velocità sostenuta, chiuso dentro un’automobile, ti crea stress, ti isola dagli altri. Gli altri, di fatto, sono fattori di rischio e di pericolo e sviluppi nervosismo e aggressività. Forse non si ritornerà mai più a viaggiare col carretto e però quel tempo lungo del viaggio era una buona occasione per stare con te stesso, per dialogare con la cavalla, con quanto ti stava attorno e con le persone che incontravi e che salutavi e con cui, magari, ti fermavi a parlare.
Sarà quel che sarà! Tuttavia quella fila lunga di carretti che il sabato pomeriggio riempiva la strada che da campagna porta alla città è rimasta, dentro di me, con un valore inestimabile.