Ascoltare la musica con il walkman

La funzione sociale del vintagista

di Ester Procopio

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    Buffy, protagonista della mia serie tv (ahimè ormai vintage) preferita

«Quando andavo alle superiori (liceo artistico nei primi anni 2000 n.d.r.) mi sono procurata un walkman per ascoltare la musica, perché mi piaceva così, il modo in cui si sentiva era diverso, ma sì, migliore in un certo senso»
Ho raccolto questa testimonianza di vintagismo  [1]da un’amica, durante un viaggio in macchina. L’atteggiamento del vintagista può apparire incomprensibile, a tratti assurdo: privarsi di quanto di più innovativo offra questa generazione in termini tecnologici e altro, perché e con quali vantaggi? Recuperare il passato recente (non troppo antico o - peggio - arcaico, altrimenti si sarebbe storici, archeologi), quello di cui nessuno sembra ricordarsi più nonostante la vicinanza temporale, invece, ha un senso. In verità, ha molto meno senso l’atteggiamento di chi vive solo nel presente, immerso nel flusso continuo e logorante delle notizie, sempre nuove ma anche facilmente vecchie: il tempo del consumo e dell’obsolescenza si è ristretto a tal punto che si può venire tacciati di essere vintage anche quando non si è cambiato la macchina o il cellulare per più di cinque anni, cosa che non molto tempo fa era assolutamente normale.
Il vintagista sa che il passato è importante, è radice, non solo quello studiato tra i banchi di scuola ma soprattutto il proprio e quello dei genitori o nonni: per ripercorrerlo è sufficiente tornare con la mente ai ricordi dell’infanzia, interrogare i parenti; le storie raccontate dalla nonna o dal nonno sono sempre le stesse, ma hanno quel qualcosa di affascinante. La realtà è, sempre, in continuo scorrimento ma i loro discorsi sono come le pagine di un libro che si può leggere e rileggere, assaporando ogni volta i contorni delle lettere: quelle descrizioni, quei visi, quei racconti rivivono e acquistano solidità.
Carpe diem, “cogli il giorno”, diceva Orazio nell’undicesima Ode:
« […] Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile, / il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo»
L’invito di Orazio è suggestivo, parla di non affidarsi a tempi futuri, lontani, improbabili, ma di vivere nell’oggi, nell’adesso. Non è semplice da spiegare, ma credo che il suo invito a cogliere il presente non sia da intendersi come totale oblio sia di ieri che di domani, ma sia – per paradosso - fortemente connesso con il racconto – che diventerà del passato, per forza di cose - scritto o orale come rito attualizzante. D’altronde, lo dice a chiare lettere: “mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile, / il tempo”. Il tempo, il presente è per sua natura inafferrabile, fugge: come afferrarlo, coglierlo se non cristallizzandolo?
Il vintagista non è un semplice nostalgico: il suo relazionarsi con il passato sa di recupero, di perenne attualizzazione, di cristallizzazione. In questo senso la passione per il vintage è uno dei pochi riti dei giorni nostri di recupero e culto del passato: attraverso il lavoro del vintagista personaggi e prodotti del recente passato diventano icone e miti e si eternizzano, acquistando una solidità alquanto preziosa perché ci consegna un’eredità a cui, come collettività, possiamo fare riferimento. 

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[1] Attenzione, questa parola non esiste, è un neologismo - come si suol dire – e per di più derivante da un prestito (ancora un termine specialistico: parola non presente nell’italiano ma importata da altre lingue), nello specifico un anglicismo, vintage, a sua volta derivante dal latino. Per approfondimenti, il consigliatissimo articolo di Francesca Dragotto, Quando la vendemmia sa di retrò (https://tuttopoli.com/2012/01/22/alla-scoperta-della-lingua-36/).