Il ritorno di Rita

Storie

di Nick Neim

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Capita a volte che, in uno stretto vicolo del vecchio borgo arroccato sul colle quale è il nostro cervello, s’intrufolino inattese figure, comparizioni che disserrano imposte e vetrate d’un cupo palazzo dove polvere e scorie s’erano depositate incontrastate, agitando pipistrelli e fantasmi ch’ivi s’erano insediati, scompigliando la nostra quiete

Novembre. Sono passate da poco le nove quando lascio la macchina al posteggio di largo San Pietro. La mattinata è limpida, con un azzurro nel cielo che il freddo di tramontana rende brillante, l’aria sembra un cristallo ripulito appositamente per la giornata che sembra fragile come un vecchio calice poggiato sul limitare della finestra pronto a precipitare e frangersi. Guardo il campanile dell’orologio che spunta dietro la vecchia chiesa, non è stato mai preciso e il recente intervento di pulizia non ha eliminato quella sua caratteristica, scorre avanti le ore come abbia fretta di giungere alla fine della giornata, segna le noveetrentacinque. Il sole lo colpisce in pieno e il biancore del recente restauro – da grigio e opaco che era stato sino a qualche mese prima – lo fa spiccare in mezzo alla cupezza dei vecchi tetti.  Mi avvio verso il vecchio palazzo della Cancelleria. Devo percorrere cinque-seicento metri e l’aria fresca mi invoglia a tenere un passo veloce, so ormai che in dieci minuti arriverò al vecchio palazzo: parcheggiata la macchina, percorro la strada che fiancheggia le case affacciate alla stretta vallata dove scorre un fiumiciattolo, giungo alla piazzetta della vecchia chiesa, supero il campanile dell’orologio, salgo le scale che dal fondo scalano la collina verso la città nuova e, in una decina di minuti, arrivo al portone del palazzo signorile dove ho allestito la mostra fotografica. Vado spedito. La strada, laggiù in fondo, prima di infilarsi fra due file di case, si allarga un poco a formare una balconata sulla valle e sul fiume che vi scorre con poche acque; proprio lì stanno due signore. Due donne a spasso, penso; si capisce che stanno osservando senza alcuna fretta, come chi vuole gustarsi bene ciò che sta guardando. Sono ben vestite e ognuna ha il telefonino in mano, pronto a scattare foto. Intanto che mi avvicino mi rendo conto che la figura di destra, quella più vicina alla balconata, mi è familiare; la riconosco: è Rita. Nel giro di due giorni è la terza volta che la incontro. Non è che la cosa sia strana, in un quartiere antico, circoscritto, che obbliga quasi a percorsi sempre uguali per spostarsi da un posto all’altro, è facile incontrarsi varie volte, e io quel percorso lo faccio quattro volte al giorno. Eppure nei giorni precedenti non era capitato di incontrarmi con Rita.

  • - Scusi è lei Guido, Guido Pocame?
  • - Sì. Mi dica.
  • Intanto che rispondevo a quella singolare e improvvisa domanda mi alzai da dietro il computer su cui scrivevo e mi avviai verso l’ingresso dove era comparsa la donna e dove si era fermata. Avevo guardato quel viso che, affacciandosi all’uscio della stanza dove era allestita la mostra, aveva fatto la domanda. Un viso corto, un ovale perfetto, occhi piccoli ma vividi e mobili, scuri; no, non conoscevo quella donna, il suo viso non mi ricordava nessuno ma lei dava a capire che mi conosceva.
  • - Non mi riconosci?

Era passata al ‘tu’ con naturalezza e intanto sorrideva con un sorriso che mi ricordò qualcosa, alcunché di lontano e di oscuro nascosto in qualche angolo della mente che non rimescolavo da molto tempo. La guardai bene, appuntai lo sguardo ma non la riconobbi.

  • - Mi dispiace ma non mi ricordo codesto viso.

Risposi, adeguandomi automaticamente al ‘tu’.

  • - E certo, sono trascorsi trent’anni e io in viso sono molto cambiata; e poi sono anche ingrassata di cinque chili.

Disse con quel suo sorriso sbilanciato sul lato sinistro. Perché questo ridere a sinistra? Mi chiesi stuzzicato da una vaga sensazione di dimestichezza. Guardai ancora con attenzione quella figura: i capelli, la statura, il capo.

  • - No, mi dispiace, mi deve perdonare ma non la riconosco.

Ero ritornato al ‘lei’ come a voler sottolineare a quella donna che il suo viso e la sua figura non mi stimolavano alcun ricordo. Eppure la mente mi ordinava ‘guardala bene’; appuntavo gli occhi nei suoi e percorrevo la linea del naso e delle guance e degli archi delle sopracciglia alla ricerca di un appiglio, di un neo, di una fossetta che mi ricordassero a chi potesse appartenere quel viso e quella voce; neanche la voce mi ricordava niente come la bocca da cui scaturivano quelle parole che pronunziava con una certa affettazione e priva di ogni inflessione dialettale. Stette ancora qualche istante in attesa giusto il tempo di avvicinarci poi, come avesse trattenuto per troppo tempo il fiato:

  • - Sono Rita. – Disse.  

Pronunziò quelle due parole e stette in sospensione in attesa della mia reazione. Le quattro lettere del nome entrarono nella mente, percorsero in un lampo lo spazio di tempo per giungere agli anni della giovinezza nel tentativo di scovare un viso familiare; lo snidarono e me lo resero presente all’istante. Non trovai alcuna corrispondenza fra i miei ricordi della Rita di trent’anni fa e la donna che avevo davanti. Può capitare, mi dissi. Intanto però, la familiarità con cui la donna si proponeva e la certezza con cui aveva pronunziato il suo nome mi fecero sbarrare gli occhi, la bocca si aprì per pronunziare ‘Rita?’ con una interrogazione di incredulità e di sorpresa.

  • - Sì, sono proprio io.

E intanto che confermava la sua identità si avvicinò e mi abbracciò e mi tenne stretto. Si staccò un attimo, mi guardò dritto negli occhi e ritornò ad abbracciarmi.

  • - Si, sono proprio io. Non avresti mai potuto riconoscermi, sono cambiata parecchio.

Era effettivamente cambiata molto, niente del suo volto me la ricordava, soltanto il sorriso mi aveva avvisato, qualche attimo prima, che poteva essere una persona a me familiare. Intanto mi resi conto che Rita non si staccava da me e non mi restò altro da fare che stringerla anch’io.

  • - Oh, Guido, quanto tempo!

Così dicendo si sciolse dall’abbraccio lasciandomi ancora le braccia appoggiate alle spalle come a non voler interrompere il contatto. Avevo avvertito il suo corpo attraverso i vestiti e questo fatto mi aveva messo in lieve imbarazzo. Non so se Rita se ne accorse ma fu in quel momento che si allontanò di un passo.

  • - È stato un caso, passavo dalle scale per raggiungere la piazzetta della chiesa e ho visto fuori il cartellone della mostra, quando ho letto il nome ho subito pensato che potevi essere tu e sono entrata. Ti ho subito riconosciuto, tu non sei cambiato molto.

Si fermò, forse voleva leggere la emozioni che, pensavo, stessero giocando a rimpiattino sul mio volto e nei miei occhi. Un senso di ritegno mi faceva restio a manifestare quello che stava succedendo dentro di me: un ribollire di pensieri e ricordi che urgevano per presentarsi all’attenzione e alla considerazione. Una domanda su tutte.

  • - Ma tu non eri a Milano? Quando sei ritornata? È da molto che sei qui?

In realtà le domande risultarono tre.

  • - Sono ritornata da cinque giorni e ho intenzione di fermarmi per almeno un paio di mesi. In passato sono venuta rare volte e sempre per pochi giorni tutti dedicati ai parenti, non avevo tempo di cercare le vecchie amicizie.
  • - E tuo marito come sta?

Ecco la domanda che apriva un sentiero pericoloso, almeno per me.

  • - Oh, mio marito! Umberto è morto due anni fa.
  • - Non abbiamo saputo niente nessuno, almeno io non l’ho saputo. Del resto, da quando sei andata via, non ho più avuto tue notizie né da te né dagli amici. All’inizio ho cercato di sapere qualcosa, un tuo indirizzo, un recapito, niente. Alla fine mi sono arreso.

Mi augurai che l’acredine che avvertivo dentro non trasparisse. Quello che andavo dicendo non era esattamente ciò che era successo ma il tempo stravolge le verità e l’improvviso incontro voleva che io dicessi di avere cercato sue notizie dopo la sua partenza. In realtà non l’avevo cercata, anzi, avevo tentato di cancellarla dalla testa e da tutto me stesso.

  • - Senti, sono con la mia amica che dobbiamo visitare la vecchia chiesa qui in piazzetta, tu sino a quando sei aperto?
  • - Di mattina dalle noveetrenta sino all’una, nel pomeriggio dalle treemezza sino alle sette, fino alla fine del mese.
  • - Allora adesso vado con Giuliana che mi aspetta ai piedi della scalinata, nel pomeriggio ritorno da sola, guardo la mostra e ci facciamo una bella chiacchierata. Va bene?
  • - Si, va bene, io qui sono.

Mi tese la mano, mi abbracciò di nuovo, continuando a ripetere ‘verrò, nel pomeriggio verrò’ come a voler imprimere un solco nel suo futuro prossimo che doveva percorre. L’accompagnai al portone, iniziò a scendere la scalinata che porta alla piazzetta, si girò ancora una volta sorridendomi e salutandomi con la mano. Raggiunse la sua amica e scomparvero dietro l’angolo. Ritornai alle mie fotografie. Allora tutti i pensieri nella mia testa, non più tenuti a freno dalla volontà di non far trasparire i sentimenti, sembrarono infestati dal ballo di San Vito e iniziarono un sabba di malinconia, rancore, gioia, rivalsa; era ritornata e mi aveva tenuto le braccia al collo: speranze, delusioni, inquietudini, sconforti, attese, desideri si stavano scatenando affollandomi la testa e il sentimento. Con un moto di stizza nei confronti di me stesso, come un direttore d’orchestra che con un gesto della mano e della bacchetta zittisce decine di voci strumenti e cori, misi a tacere tutti gli strilli interni e iniziai a mettere ordine a tutto quell’assembramento. Era necessario.  
Trent’anni, erano trascorsi esattamente trent’anni e cinque mesi dal giorno che era sparita dalla mia vita, non so da quella di tutti gli altri, dalla mia sicuramente sì. Avevo ventitré anni, lei diciannove, da un paio di anni uscivamo insieme, eravamo i fidanzati del gruppo, ci tenevamo per mano, ci scambiavamo tenerezze e carezze, e quando la sera l’accompagnavo a casa, ci fermavamo nel vicolo cieco proprio sotto l’orologio e lì esploravamo i territori dell’intimità assaporando fino in fondo la dolcezza dell’eccitazione. Ci amavamo. Ero innamorato di Rita, lei, visto il seguito e la fine della nostra giovane relazione, non so. Dall’oggi al domani, nella comitiva, apparve Umberto; era alto, aveva il colore dei capelli biondo scuro e gli occhi di un colore azzurro che sembrava incantesimare le ragazze. E poi era settentrionale e parlava con quell’accento privo delle cupezze del nostro dialetto, con tutte le sillabe ben pronunziate simile ai giornalisti televisivi, dando l’impressione di pretendere l’attenzione di tutti. Rita in un primo momento sembrò non accorgersi di quella parlata, di quegli occhi né dei capelli del settentrionale; ma il pomeriggio che andammo a ballare da Giuseppe e quello sguardo azzurro verde mare si infilò in quello marroncino di Rita, lei ne fu incantesimata, si accorse di Umberto, si dimenticò di me, si agganciò al milanese, se lo prese e lo seguì sino a Milano per sposarselo. Dicevano tutti che c’era riuscita, io pensavo che mi aveva lasciato col culo per terra. E col culo per terra rimasi per quasi un anno non riuscendo a trovare una sostituta che schiacciasse il chiodo piantato da Rita. Per la rabbia presi le foto in cui apparivamo insieme e iniziai a epurarle con le forbicine per le unghie come se il suo viso fosse stato un’unghia rotta da eliminare e sanare. Mi ricordo che non erano molte le foto da rifilare e adesso, d’improvviso mi rivedo con l’ultima foto in mano in cui entrambi guardiamo il mare seduti sulla sabbia di Punta Bianca; era una bella foto, non ebbi il coraggio di rovinarla: che senso avrebbe avuto quella foto con me da solo seduto in faccia al mare? la risparmiai ma la relegai nel fondo di un cassetto fondo.
Continuai la mia vita. Il pensiero di Rita lentamente scomparve dalla mente fino a rintanarsi in qualche angolo buio continuando a dettare un motivo di lagnanza nei confronti delle ragazze, di tutte. Non mi sono sposato per due motivi: primo perché la freddezza e l’insensibilità che mi avevano lasciato l’abbandono e la rottura li avevo trasferiti sulla considerazione con cui guardavo le donne, non sono degne di fiducia; secondo perché di soldi per poter mantenere una famiglia pensavo di averne pochi e poi non sentivo la necessità di un nido familiare. Le donne non mancavano, la macchina fotografica era un ottimo specchietto di richiamo e io ne ho approfittato.
Intanto che questi pensieri mi ruotavano in testa e ricostruivo la mia vicenda con Rita e le conseguenze – mi sembrava – che ne erano discese, giravo per i due saloncini dove erano distribuite le foto guardandole senza vederle, in quella carta stampata vedevo piuttosto quello che andavo srotolando con i ricordi.
La foto, quella foto di me e di lei a Punta Bianca – mi dissi – la devo ritrovare, la devo cercare oggi stesso così, questo pomeriggio, quando viene gliela mostro, voglio vedere che faccia fa. Cosa volevo constatare? Quel pensiero divenne un’urgenza che mi spinse a chiudere prima dell’orario la mostra e precipitarmi a casa per cercarla.

Eccola qui, la foto. L’avevo ritrovata in mezzo a tante altre e a qualcuna di quelle ritagliate a suo tempo, non le avevo buttate. È un cartoncino fotografico di piccolo formato, appena dieciperquindici; i colori sono sbiaditi e hanno subito una velatura color seppia che la fa essere quello che in realtà è: una foto di più di trent’anni fa. Io e Rita – qui la riconosco – siamo seduti sulla sabbia vicino al bagnasciuga, entrambi in pantaloncini corti e camicia, la mia mano sinistra è poggiata sulla sua mano destra, ci guardiamo sorridendo di un sorriso che lo scatto fotografico ha reso fisso e immobile. Eravamo andati a Punta Bianca di sicuro assieme agli altri per fare il bagno e di certo avevo chiesto a qualcuno degli amici di scattare con la mia macchina fotografica una foto intanto che stavamo seduti davanti al mare. Ricordo bene quando in camera oscura sviluppai la pellicola e poi la stampai. Il liquido dello sviluppo ci fece emergere dall’emulsione e poi il fissaggio ci stabilizzò nella posa, sorridenti; pensai allora che quella foto sigillasse una promessa di ‘per sempre’. Così non fu.
Intanto che guardo i due giovani che eravamo stati io e Rita seduti sul bagnasciuga, sento come un tepore che lentamente m’invade e mi frughi nelle viscere e vada scovando un antico umore chiuso lì dentro e lasciato a depositarsi, simile a una polvere nell’aria che lentamente e senza alcun rumore si deposita sul pavimento di una stanza chiusa, opacizzando, con una patina grigia, le mattonelle. Scopro che non l’avevo perdonata del tutto, che non era passato l’astio nei suoi confronti. Mi prende una malinconia, simile a velo di tulle, che si frappone fra me e i ricordi di quel periodo. Mi sento svuotato, come quando un palloncino gonfio d’aria, per un qualche buco invisibile lentamente si svuoti. Adesso sto seduto al tavolo con tutte le carte sparse sul ripiano tenendo in mano il cartoncino con me e Rita che sorridiamo. Assecondo l’ondata provocata dal ritrovamento della foto e mi infilo nei ricordi di quel periodo come penetrassi in un intricato bosco di cui un tempo si conoscevano bene i sentieri e gli anfratti e del quale ormai si è persa ogni conoscenza ma non la memoria, un periodo di giovani anni, di pensieri veloci, di forti spinte, di cambiamenti estremi: tutto ci era permesso pensare, poco ci era consentito fare. O forse era il contrario.

Rita mi sta accanto, quasi si appoggia a me, tiene la foto in mano e intanto la guarda notando particolari.

  • - Mamma mia come siamo giovani qui! quanti anni potevamo avere? Già, io diciannove e tu ventitré. Com’ero magra e com’eri carino tu; qui sei tutto nero e abbronzato.

Da quando era arrivata non aveva smesso di parlare. Nella sua voce notavo appena una lieve inflessione milanese. Parlava così, come se le parole fossero di materia liquida, ci godeva a carezzarle prima di lasciarle uscire. Adesso che l’ascoltavo con calma mi ricordavo di questo suo modo di articolare le parole che per lei rappresentava un’arma di seduzione, si era sempre sforzata di correggere l’inflessione dialettale per uscire dalla grettezza della provincia, e ci era riuscita. Era ambiziosa lei. Tiene la foto in mano, sorride, mi guarda, ritorna a guardare la foto, commenta, mi riguarda e intanto parla, dice di lei, di noi che eravamo giovani, delle amiche, del perché è ritornata, di quando ripartirà e della sua intenzione di tornare per stabilirsi di nuovo qui; a quarantanove anni non se la sente di restare bloccata nelle nebbie e nello smog di Milano. La vitalità del sud ti fa amare la vita – dice – e io amo la vita, il sole, l’aria, il mare, e poi ci sono alcune persone particolari a cui tengo molto. Ma non precisa di chi si tratti. La osservo e intervengo solamente per confermare dati e date o per precisare posti e situazioni. Mi rendo conto che intanto che parla, poggia spesso le sue mani sulle mie o mi tocca il braccio o addirittura si appoggia col fianco con la scusa di farmi osservare un particolare della foto, una volta mi sfiora il viso con dita calde e ben curate.  

Poi d’improvviso si ricorda che deve visitare la mostra, mi prende sottobraccio e vuole essere accompagnata per commentare ogni singola foto. Io spiego e lei osserva con diligenza, ogni tanto un ‘sei sempre stato bravo, tu’; si sofferma, chiede di un particolare, discute su un effetto, dice ‘bravo, bello’, mi stringe il braccio in segno di approvazione. Guardiamo le quarantacinque foto e in tutto quel tempo non si stacca da me, anzi a un certo punto mi sembra che abbia preso possesso del mio braccio e ho l’impressione che non sia intenzionata a lasciarlo. Ecco – penso (sospetto) a un certo punto – si sta offrendo, sta esplorandomi, sta cercando di farmi capire che vuole riprendere l’antica storia da dove l’avevamo interrotta, come se il suo matrimonio e i trent’anni trascorsi fossero soltanto una parentesi aperta con la sua partenza e che è giunto il momento di chiudere con il suo ritorno. Mi ripropone un antico amore come io le avevo riproposto un’antica foto. Adesso stiamo di fronte, la osservo intanto che continua a parlare e lentamente prendo coscienza che non m’importa più niente di lei. Il colore seppiato del cartoncino fotografico ha intaccato l’umore nero che si era depositato in me, ha spazzato il pavimento della mia coscienza da ogni polvere. So che Rita al massimo può rappresentare una scheggia del passato ormai lontana, quasi una macchia di un qualche liquido oleoso che ha lasciato la sua impronta alonata sulla tovaglia di tutti i giorni. Eravamo giovani.