Tra foto e moto

Il vintage è una moda e non si può spiegare

di Saro Distefano

    img

     

Mi appassiona molto la moda del vintage in due settori. Distanti, ma non troppo, tra di loro. Le macchine fotografiche e le motociclette.

Quando, e ormai saranno quasi vent’anni, iniziarono ad essere disponibili in commercio le camere digitali (la mia prima, una Olympus, aveva un sensore di 3,2 megapixel, un quarto di quanto oggi può vantare uno scalcinato telefonino cinese…) venne immediatamente percepito, dagli addetti ai lavori e dagli appassionati, che un mondo volgeva alla fine, e un mondo tutto nuovo si affacciava velocemente.
Da allora la tecnologia ha viaggiato a velocità impensabili, ed oggi tutti, e proprio tutti, scattano fotografie. S’intende digitali. Oltre ai selfie, oltre ai piatti di pasta fotografati per essere visti su Facebook, oltre alle feste di compleanno con gli obiettivi appannati, è digitale anche la foto di copertina di National Geographic.
E però. Però non sono pochi i miei amici e conoscenti che appena si scatta col cellulare (ma vale lo stesso anche per la favolosa Leica, se digitale) sbottano di brutto e cominciano a criticare (quando trattasi di persone di senso) e a coglionare (quando trattasi di, appunto…) contro il digitale e a favore dell’analogico.
Le motivazioni sono tante, e, dal mio punto di vista, nessuna valida, se non la (inutile) aurea romantica del cambiare rullino e attendere poi la sorpresa dello sviluppo.
La unica persona, fortemente critica verso la fotografia digitale, e al cui ragionamento mi sento di dover dare ragione, è mia madre.
Lei non ha mai fotografato in vita sua. Non conosce la differenza tra digitale e analogico. Ma se, e lo grida ai suoi figli e a suo nipote, non riesce più a vedere una foto, è certamente colpa della rivoluzione digitale. Il suo è ragionamento semplicissimo: quando c’erano i rullini si facevano poche foto ed erano in pochi a farle. Quelle poche foto si guardavano, spesso si ammiravano, e poi si conservavano in appositi album che, a distanza di cinquanta anni, si possono andare a sfogliare e rivedere, quindi, quelle foto, anche se sovente ingiallite.
Da quando si scattano tantissime, ma proprio tantissime foto e sono in tantissimi a farlo, le foto si possono vedere solo nei tre pollici dello schermo dello smartphone e in quello da quindici del computer. Mia madre non possiede né l’uno né l’altro, e pertanto non vede nessuna foto, se non quando suo nipote, mosso a passione, ne mostra col cellulare una sequenza di trenta in dieci secondi, ché mia madre non ha nemmeno fatto in tempo a inforcare gli occhiali “ppa vicinanza”.

img

Ancora di più mi impressiona questa recente moda, per una volta partita dall’Europa e non more solito dagli USA, che esalta una operazione invero singolare: mettere sul mercato (e venderne migliaia di esemplari, molti di più di quanto si possa immaginare) motociclette modernissime e antichissime. S’intende nello stesso esemplare: ovvero la stessa moto è antica nell’aspetto (si privilegia, di questi tempi, lo stile della fine anni ’50 inizio anni ’60) ma modernissima nella tecnologia (a parte le ruote a raggi, sono moderni i freni, i copertoni, l’alimentazione, gli scarichi).
Di suo parrebbe un assurdo. E però, spiegano gli appassionati, in tal maniera si può viaggiare e divertirsi (è utile ricordare che, a differenza delle automobili, le motociclette sono mezzi di trasporto “futili”, oggi si acquistano per diletto) con moto sicure, ecologiche, scattanti e stabili, e però con l’aspetto bello delle moto antiche, evidentemente (almeno per gli appassionati) più belle di quelle contemporanee. È la moda, non si può spiegare.