PPer mercatini andar

Unire l’utile al dilettevole

Per mercatini andar

Unire l’utile al dilettevole

di Laura Ciancio

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Un grammofono a tromba, una macchina da scrivere “Continental” anni trenta, un pesante registratore di cassa primo novecento, poggiati sugli scaffali alti della frutteria di un paesino di campagna, accompagnati da una vecchia foto di famiglia in bianco e nero e da una immagine di padre Pio contornata da un rosario. Al di sotto, le scansie con le cassette di arance, mele, limoni, mandorle e olive, pronte per la vendita al dettaglio. E’ la bottega di Augusto “il siciliano” che ogni settimana trasporta i prodotti della sua terra, alle pendici dell’Etna, fino a Capena, borgo campagnolo del Lazio, e nei diversi mercati ortofrutticoli del circondario. Quegli oggetti vintage, raccattati chissà dove, sono disposti lì ad abbellire l’angolo del garage che sovrasta il bancone della bilancia.

Gli oggetti di una volta, recuperati dalle cantine o comprati nelle fiere e nei mercatini, oggi fanno “tendenza” e i loro costi sono lievitati.

Chi ha viaggiato attraverso il nord Europa sa che in quei Paesi non si è mai buttato via il patrimonio del passato, non solo architettonico e culturale ma anche quello degli oggetti di uso comune e quotidiano. Così, se in Italia potremmo stupirci di vedere una ragazza spingere la sua bici-carretto, alquanto datata e piena zeppa di spesa, nel centro di Copenaghen non si volta nessuno a guardarla. Lì, il recupero e il riuso si pratica da sempre. In Germania i postini girano su vecchie bici con il portapacchi per consegnare la posta. In Europa si vedono camper di trent’anni prima risistemati (ma neanche tanto) che si avventurano pigramente per le strade meno turistiche. I mercatini sono dappertutto e tanti oggetti di una volta sono ancora da usare, non sono solo decorativi. Quando si svuotano le soffitte delle nonne, in Provenza, in Borgogna, in Bretagna, si riversano sulle bancarelle manufatti in alluminio, vecchie lattiere o bricchi, utensili in ferro, chiavi, pomelli, maniglie, attaccapanni e cornici, cavalli a dondolo in legno, valigie e cappellini. Tutto, o quasi, pronto per avere una nuova vita in altri luoghi.

Confusione, brusio, scossoni dei corpi che ingombrano ogni palmo di terreno, mani che cercano, occhi che squadrano, menti che valutano, voci che chiamano, libri usati sparpagliati e buttati lì a casaccio, con dediche e sottolineature, scrivanie, buffet e consolle di modernariato, bicchierini in vetro e servizi da caffè di porcellana finissima, alzatine in vetro per la frutta, minigonne anni settanta e pantaloni a zampa, giubbotti in pelle alla Fonzie e centrotavola ricamati. Il mercato delle pulci lo si ama o lo si odia, per lo stesso motivo. Può essere paradiso o inferno. O ci si infila dentro con tutta l’anima lasciandosi trascinare dall’onda della folla oppure si diserta e si scappa via il più lontano possibile. C’è chi i colori ama vederli in cartolina e nel paesaggio tranquillo e chi preferisce tingersi delle tempere a tinte forti del mercato. Chi vi entra è fondamentalmente un curioso. Uno che è alla ricerca di qualcosa, anche se non sa esattamente cosa. Quasi impossibile tornare a casa senza aver conquistato un pezzo che sembra unico, d’antan. Osservare nel suo insieme la merce datata esposta sui tavoli scaraventa in un tempo già accaduto e muoversi tra le bancarelle è come camminare tra le storie degli altri, quelli che ci hanno preceduto. Gli oggetti hanno il loro vissuto e far rivivere un vassoio di peltro o un vaso portafiori in vetro è ricreare un ponte con il passato, dare continuità alla storia.

In alcuni mercati si tratta ancora, per stabilire il prezzo. Mai andati al Gran Bazar di Istanbul? Per i mercanti la trattativa è più importante dell’acquisto. Può durare anche ore. Ma a loro non interessa, perché il tempo non è importante. Non hanno fretta. Spesso invitano il viaggiatore a bere il tè, in quanto ospite, poi si patteggia sul costo della merce e infine si porta via il narghilè o il tappeto antico. Se invece non si raggiunge un accordo, salutano con rispetto, al pari che se si fosse portato via qualcosa di esoso.

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Parigi, Porte de Clignancourt. Mercato delle pulci di Saint Ouen. Sembra sia il più grande al mondo. Sette ettari di superficie con botteghe e negozietti che spuntano ovunque e dove sono esposti tanti pezzi unici, anche di antiquariato. Tra queste stradine Woody Allen ha girato il film “Midnight in Paris” e non è difficile credere che abbia trovato un’atmosfera molto particolare…

Questo luogo nacque intorno al 1870 quando i robivecchi, buttati fuori dal centro di Parigi, si stabilirono nel paesino di Saint Ouen, che fu raggiunto già nel 1908 dalla metropolitana. Il mercato dei robivecchi attirò l’attenzione e si ampliò con i rigattieri, gli antiquari, i venditori di vestiti. Dalla città cominciarono ad arrivare compratori e oggi è frequentato da collezionisti e antiquari di tutto il mondo.

Scesi dalla metropolitana, ci appare una città diversa, diametralmente opposta a quella incontrata nel centro. Un quartiere dormitorio di lavoratori immigrati, palazzoni decadenti, grandi magazzini economici e un popolo lontano, in tutti i sensi, dai parigini. Prima di arrivare alle porte del mercato di Saint Ouen, odori di spezie e musiche arabe, volti di nordafricani, abitanti non lontano dalle fabbriche dove lavorano come manodopera a basso costo. Qui l’integrazione tanto proclamata non si vede. Anche dopo un’osservazione superficiale si comprende che questo è un ghetto. Un quartiere dove dimorano povertà, emarginazione e rabbia. Per arrivare al mercato camminiamo un quarto d’ora a piedi. E’ un giorno di dicembre del 1997, lontano ancora dagli attentati della jihad. Fa freddo ed è quasi ora di pranzo. Il marché aux puces ci travolge letteralmente e ci perdiamo nei suoi labirinti. La fame ci fa infilare in una trattoria dagli arredi kitsch anni cinquanta e dalle decorazioni natalizie perenni. L’atmosfera è rinvigorita da una brava cantante mora che si esibisce “live“ in canzoni di Edith Piaf e nel repertorio tradizionale francese. Così mangiamo un menù senza arte né parte, su tavolini in condivisione con sconosciuti commensali che parlano animatamente. Il proprietario, decisamente vintage come il locale, è addetto alla cassa e la cantante, non proprio giovanissima, passa col cestino per le offerte dopo averci offerto le sue “chansons”. Ora, a distanza di tanti anni, mi chiedo se da questa bettola, diventata imperdibile per chi va a Parigi, sia passato Renzo Arbore prima di far uscire il suo “Vintage… Ma non li dimostra” o prima di aver arredato la sua fantasiosa e variopinta casa con gli oggetti più strani e improbabili, più divertenti e inutili che ci siano, tutti o quasi rigorosamente da collezione e d’annata, denominati da lui stesso “cianfrusaglies”.