Il mal di vivere dei giovani

Rimettiamo i figli e il loro lavoro al centro del nostro agire...

di Ciccio Schembari

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In un Paese come il nostro, ricco come mai nella storia, le famiglie vivono, mediamente, in uno stato di discreto benessere, immerse, come sono, in un mare di automobili, motorini, televisioni, computer, cellulari, videogiochi e magari anche seconde e terze case. Di riflesso, i giovani godono di una situazione estremamente favorevole. Vivono in famiglia il più a lungo possibile, curati e protetti ma non controllati né limitati in alcun modo; ricevono un’alimentazione abbondante e variata, possono studiare a lungo ritardando a loro piacimento l’ingresso nel mondo del lavoro, praticano sport, viaggiano ed, infine, hanno rapporti agevolati con l’altro sesso per cui anche da questo punto di vista sono largamente appagati. Sembra la ricetta della felicità!
E invece non è così. In questo nuovo Paese di Bengodi, i giovani rivelano una "sofferenza di vivere" che era pressoché sconosciuta agli adolescenti di 40 o 50 anni fa, che non possedevano quasi nulla, vivevano in un ambiente familiare e sociale povero, autoritario e fortemente impositivo e non avevano certo di fronte a loro grandi prospettive di lavoro e di successo. Eppure quei ragazzi erano pieni di entusiasmo e di voglia di vivere.
Che i giovani di oggi siano, in realtà, più poveri dei giovani di ieri? Più poveri di spirito, di sentimenti forti, di voglia di vivere?
Tra i giovani –  suicidi depressione anoressia bulimia droga – sono in aumento. Se a questa situazione sconfortante aggiungiamo i morti e i feriti per incidenti stradali in auto e in motorino e nelle cosiddette "stragi del sabato sera" ne risulta un quadro impressionante che giustifica l’amara convinzione che i giovani si ammalino, fino a morirne, di "mal di vivere". 
Perché tutto questo?
Ieri, nella "società orizzontale" dei mestieri statici e consolidati, i figli se da una parte erano destinati a seguire le orme del padre, dall'altra acquisivano, attraverso la famiglia e il lavoro, conoscenze tecniche competenze consuetudini usi costumi comportamenti regole: la cultura. Ovvero le coordinate di riferimento per la loro vita e quindi sicurezza. Erano il centro dell'attenzione perché attraverso loro si perpetuavano i mestieri e la vita, si moriva e si rinasceva, si rinnovava, per dirla con i cristiani, il mistero grande della morte e resurrezione di Cristo.
Nella "società verticale" di oggi i figli sono staccati dal lavoro dei genitori, apprendono conoscenze tecniche competenze consuetudini usi costumi comportamenti regole non più dai genitori ma da TV cinema internet compagni scuola e altro ancora, ricevono messaggi e stimoli eterogenei, spesso contraddittori e, cosa ancor più grave, sganciati da qualsiasi riscontro concreto e pratico per cui ogni opinione è consentita e ogni giudizio ammesso con scadimento della capacità di discernimento.
La spoliazione di responsabilità dei genitori è oggettiva. I genitori sono, oggi, i soggetti che meno hanno influenza sui propri figli. Per rendersene conto basta conteggiare il tempo in cui stanno insieme. Tolte le otto ore per il sonno, le otto ore per gli impegni scolastici (tempo scuola, spostamenti e studio), le ore per il tempo libero (attività sportiva, cinema, amici) e quelle davanti alla TV e a internet, resta veramente poco. Poco anche per comunicare. Quali e quante sono, oggi, le occasioni che ha il figlio di camminare nella vita a fianco del padre e imparare da lui a districarsi nelle situazioni e a muoversi tra gli uomini? Certo la sera a casa i genitori, possono trovare e trovano la voglia, il tempo, il modo per rivolgersi ai figli, giocarci, abbracciarli, ascoltarli. Ascoltarli?! Sentirli facendo finta di ascoltarli! Uno parla di un mondo, l'altro di un altro. Uno parla di musica rap, l'altro di musica sinfonica. Quanto è estesa l’area degli interessi comuni? Certo si cerca di stare vicino quanto più possibile ai propri figli, ma ben altra cosa è la trasmissione della cultura e del senso del vivere, ben altra cosa è offrire delle coordinate per un progetto di vita.
Mio nonno e tutta la società in cui era immerso indicarono a mio padre le coordinate per il lavoro, per la costituzione di una famiglia, per la tessitura dei rapporti sociali. Mio padre quelle coordinate e quella società ritrovò.

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In questa società in cui i posti di lavoro ad alta qualificazione sono pochi e già prenotati, quelli medi sempre meno per il dilagare dei sistemi informatici, quelli bassi sempre più dequalificati e sempre più accaparrati dagli immigrati, chi, al posto dei genitori, è in grado di dire ai giovani quando lavoreranno?! dove?! come?! con che sicurezza?! con che grado di connessione con quanto appreso a scuola e all'università?! come e quando potranno farsi una famiglia, in quale città e in quale ambiente?! sarà ancora il caso?! Cosa possiamo comunicare se non incertezza e impotenza!
Ci si interroga, da tanto e in tanti, sui mali della scuola e sugli scarsi e scadenti risultati formativi ed educativi. Non sarò certo io e in questo contesto a tirare dalla tasca la soluzione salvifica, tuttavia guardando al passato, non per riproporre modalità improponibili, ma per recuperarne il senso, traggo due indicazioni su cui ritengo valga la pena lavorare.
Ripensiamo la scuola di oggi, che è per tutti, guardando non tanto alla scuola di ieri che era per pochi e preparava alle professioni quanto invece al senso dell’istruzione e della formazione che avveniva per tutti in campagna, in bottega, in cantiere dove i figli venivano guidati e avviati gradatamente al lavoro e alla vita.
Rimettiamo i figli e il loro lavoro al centro del nostro agire per cui, concluso l'obbligo formativo o gli studi superiori, tutti i giovani vadano a lavorare. Punto: con paga o con sotto paga; alle dipendenze o in proprio; sotto padrone o sotto lo Stato; nel servizio militare o nel servizio civile (meglio); a buttare bombe ai poveri della Terra (assolutamente no!) o a portare loro il "pane".  La certezza che tutti i nostri figli troveranno, da qualche parte, un lavoro dignitoso e che la scuola li sta preparando a questo darà maggiore serenità a noi e a loro.

Forse così potremo riacquistare il senso del nostro vivere e del nostro essere comunità pur all’interno degli spazi aperti della globalizzazione, riappropriarci della responsabilità formativa ed educativa dei figli e arginare se non debellare il loro "mal di vivere".