Perché sono così infelice?

Spunti di riflessione sulla perdita della felicità nell’era digitale

di Ester Procopio

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    René Magritte, Not To Be Reproduced, 1937,
    Museum Boijmans Van Beuningen © 2017, Charly Herscovici c/o SABAM

C’è un grido di dolore che attraversa la società intera e preme per farsi ascoltare ed essere comunicato.  Ha bisogno di spazio, aria, voci e orecchie: dovremmo sforzarci tutti di affinare lo spirito e captarne le onde sonore, perché nessuno rimanga inascoltato.  
Noi che siamo a cavallo fra i secoli, che non siamo nati digitali, che ricordiamo il mondo di prima, ricordiamo un mondo fatto, fra l’altro, di socialità. C’erano vincoli familiari ma anche amicali forti. […] Le cose, è evidente, non stanno più così. […] le risposte di socialità sono in drammatica diminuzione. Ci incamminiamo su sentieri di crescente solitudine perché i legami sociali sono diventati deboli. […] Oggi […] la nostra rubrica contiene centinaia di nomi di cui, per la maggior parte, conosciamo poco e nulla eccetto l’ambito funzionale (lavoro in genere) per il quale sono finiti nel nostro elenco. […] C’è più estensione sociale e meno intensione.[1]

Ho reperito questa interessante riflessione sul blog «Hic Rhodus», firmata “Bezzicante”: mi sembra che essa contenga una verità palese dei nostri tempi, ossia la crescente disgregazione del tessuto sociale, con ripercussioni importanti anche a livello politico (basti pensare alla progressivo indebolimento del welfare operato dai recenti governi [2] e dallo spostamento delle sinistre verso il centro – mi limito a tenere come riferimento la realtà italiana, quella che conosco meglio); la disgregazione sociale ha come principale conseguenza l’aumento del senso di solitudine e perciò dei disturbi depressivi (le cause della depressione non sono ancora state chiarite dalla comunità scientifica, ma certamente i fattori ambientali, sociali e psicologici hanno un peso rilevante).[3] Oggigiorno soffrono di depressione:
nel mondo […] 322 milioni di persone, quasi 5 persone su 100 (4,4%). Negative anche le stime per il prossimo futuro: per il 2030 la Società italiana di psichiatria (Sip) stima che la depressione sarà “la prima malattia più invalidante al mondo con altissimi costi sociali e forte impatto economico”[4]
D’altra parte, ciò che io definisco la “virtualizzazione delle relazioni” (lo spostamento della relazione sociale su un piano di virtualità) dà l’apparente impressione di portare al fenomeno inverso, cioè all’aumento dei legami sociali: social network come Linkedin, Facebook o Instagram permettono di entrare in contatto con realtà o persone distanti e ogni contenuto avrebbe potenzialmente la capacità di raggiungere l’intero globo, una volta varcata la soglia della “viralizzazione” (il neologismo rende bene l’idea di un contenuto come un virus, un’epidemia: infatti superata la barriera della propria ristretta cerchia di conoscenti, esso rimbalza di contatto in contatto con una facilità sempre maggiore). È proprio questo meccanismo – nato in simbiosi con la virtualizzazione – ad essere alla base del nuovo fenomeno di bullismo di massa o cyberbullismo, e la lentezza del sistema giuridico o la sua effettiva difficoltà ad adattarsi a questo nuovo ambito rendono la situazione ancora più drammatica. Scrive il papà di Carolina, ragazza suicida a 14 anni, vittima di una violenza filmata e caricata sul web:  
Oggi vivo per le Caroline che non conosco e che purtroppo, lo so, sono da qualche parte nella rete anche adesso mentre scrivo. Vivo per creare anticorpi, per una società migliore.[5]
Quali sono questi anticorpi di cui parla? E soprattutto, qual è il virus che bisogna contrastare?
È innegabile che cyberbullismo, solitudine,  viralizzazione, virtualizzazione siano termini il cui accostamento, oggi, non può lasciare indifferenti e genera più di una perplessità sulla direzione verso cui la società sta andando. Davvero crediamo che sui social esistano buoni e cattivi, che gli hater (gli “odiatori”, coloro che utilizzano i social per seminare odio) siano una categoria di popolazione a parte, isolabile, “guaribile”? Davvero pensiamo che i mezzi digitali non stiano modificando il nostro modo di concepire le relazioni sociali radicalmente e dall’interno? Davvero pensiamo che il mezzo sia neutro? A questo proposito, voglio proporre una riflessione di un disegnatore del fumetto “Julia”, Lorenzo Calza:
Ragazzini inghiotti dal gorgo dei dispositivi, personalità divorate da Narciso e dalla fragilità, alla mercè di aziende senza scrupoli che come risposta a un senso pervasivo di noia (indotto) ti spingono a esibirti in una messinscena standardizzata, la stessa per tutti […]. Non è vero che il mezzo è neutro, e dipende da come lo si usa. Il mezzo ti spinge ad usarlo e ad usarti in quel modo lì.[6]
Come dice Calza «non è vero che il mezzo è neutro»: il social network (a prescindere dalle sue caratteristiche intrinseche) non dovrebbe essere visto come un semplice strumento la cui influenza su chi esercita lo strumento è nulla; al contrario, esercita una sorta di modificazione del comportamento sociale, inducendo la falsa convinzione di avere molti rapporti e iniettando una sensazione di appagamento. Il risultato è che i rapporti sociali sono sempre più deboli, quantitativamente numerosi ma qualitativamente scarsi; il narcisismo impera, uomini svendono la propria umanità in cambio di una manciata di visualizzazioni, inseguendo un successo e un’approvazione che non hanno né volti né mani ma soltanto combinazioni binarie. Non è a repentaglio soltanto la capacità di stabilire relazioni forti e spesse, ma anche la nostra stessa umanità. Riporto una testimonianza che ho voluto condividere su LinkedIn e attorno alla quale si è acceso un vivace dibattito:
[…] ognuno  ha avuto amicizie al liceo (anche superficiali) poi perse per strada. Una di queste mi raggiunge proprio stasera dopo anni di silenzio e lo fa nella mia posta di Facebook, un mio spazio privato, così: "ciao Ester, mi servono tante visualizzazioni" e un link a uno di quegli articoli divisi per punti su questioni irrilevanti che solo l'industria del consumo sa produrre. L'articolo mi scorre addosso come acqua su roccia. Le faccio notare che avrebbe almeno potuto chiedermi come sto. Inizia una querelle durante la quale lei ammette candidamente di avermi mandato un messaggio automatico e di non aver "oggettivamente considerato la persona"; ma c'è di più: non appagata di trattarmi come un numero si giustifica dicendo che "il mondo del lavoro è questo" e che lei ne fa parte, ma bisogna essere pragmatici. […] quanto è insopportabile innalzare il lavoro a vessillo per calpestare la delicatezza e la sensibilità che i rapporti umani esigerebbero? Questo ingranaggio è malvagio, rende macchina me e rende macchina te.
Il sostegno ricevuto dopo aver pubblicato questa riflessione (Serena, ad esempio, mi risponde “Ester, non ti conosco, ma io ho la tua stessa sensazione […]. Sono giunta alla conclusione che più amici hai su Facebook, meno veri amici hai”) mi ha fatto sentire un po’ meno sola nella mia percezione d’un vuoto, d’una fragilità sociale che sembra allargarsi, senza che nessuno alzi una voce di protesta e osi opporsi.
Il problema, lo riconosco, ha radici persino più ampie e complesse:  riguarda la perdita di coordinate nella società moderna,  cioè di quelle istituzioni e tradizioni, norme e principii che, fino a non molti decenni fa, riuscivano a definire la vita di questa o quella comunità, a regolarne i rapporti con l’esterno, a far sentire i suoi membri  “realizzati” per il solo fatto di appartenervi; oggi, invece, le persone vivono immerse in una percezione di anonimità e nebulosità tale che il concetto di realizzazione si è andato identificando con quello di distinzione. Il successo personale è la distinzione, è la fuoriuscita dall’anonimato, è la visibilità.[7] Nessuno resta mai veramente appagato nell’intraprendere questa ricerca, in primo luogo perché riguardando tutti non può che non riguardare (quasi) nessuno, in secondo luogo perché la visibilità in sé stessa è transitoria.  
I social network rispondono bene a questo generale bisogno di visibilità, esistono in funzione del narcisismo collettivo: pochissimi riescono a sottrarsi a questa logica. Questo è il virus. I tentativi di contrastare il cyberbullismo o la virtualizzazione delle relazioni caso per caso risulteranno, per forza di cose, vani: l’antidoto significa agire direttamente sul virus e ciò non può che avere luogo direttamente nell’educazione della prima infanzia e adolescenza. La scuola e la famiglia si trovano a dover far fronte a nuove sfide e sulla base di queste dovrebbero saper modulare i propri insegnamenti: educazione alla transitorietà del successo, educazione all’uso dei mezzi digitali, sviluppo del senso critico sono a mio avviso obiettivi imprescindibili. 

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Note:
[1] Bezzicante, I legami sociali deboli e la scomparsa del futuro, su (1/02/2016). Citato dal sito web www.ilsaltodirodi.com.

[2] Riduzione dei contributi statali agli Enti locali (L. 191/ 2009 o “legge finanziaria per il 2010”), riduzione della spesa pensionistica pubblica (D.L. 201/ 2011 o “Salva Italia”), abolizione dell’articolo 18 (L.183/2014 o Jobs Act) sono solo alcuni esempi.

[3] Per un approfondimento rimando alla relativa pagina di Wikipedia.

[4] Da un articolo di Informasalus.itdel 7 aprile 2017. Ne parlava anche Repubblica in data 17 ottobre 2014.
[5] La mia fonte è la pagina Facebook “I pensieri di Paola e Reby” (postato il 30 settembre alle 07:53).
[6] La riflessione si può trovare sul suo profilo Facebook (postata il 27 ottobre alle 17:06).
[7] Per qualunque approfondimento su questo tema rimando al lavoro di Zygmunt Bauman, Liquid life, Polity Press, Cambrige, 2005. Un’altra lettura che consiglio, e che in parte esula dagli argomenti toccati in questo articolo, è Meditazioni sulla felicità di Pietro Verri.