Rapporti e ricordi

Memoria, medici e malattia

di Vittore Collina

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Come risulta da vocabolari e enciclopedie per malattia si intende l'alterazione di uno stato di organi o di funzioni, ovvero qualsiasi turbamento dell'equilibrio fisico, psichico e morale; in subordine 'malattia' è riferita anche ad un attaccamento abnorme, ripetuto, ossessivo, a cose o attività (es. la malattia del 'gratta e vinci').
Nel mio immaginario la malattia si collega con la figura del dottore in un rapporto che, per me, non è sereno anche perché minato da lontanissimi ricordi e da stereotipi comuni quando ero bambino. La malattia è uno stato di sofferenza e di disagio più o meno forte: è questo che si teme e da temere; il medico aiuta a superarla: ha un ruolo positivo, salvifico. Tuttavia, in modo larvato, permane in me una piccola vena di timore reverenziale; continuo a vivere il rapporto con un filo di paura, dal basso verso un alto autorevole e con una sua severità, provvisto di un vasto e quasi indecifrabile sapere da cui, in  senso lato, dipendono salute e esiti vitali.
Anche per questo io, oggi, sono sconcertato dalla naturalezza con cui i miei nipoti invocano il pronto soccorso per un mal di pancia; o si cerca disperatamente il medico condotto in campagna quando Pierino si è sbucciato un dito.
Quando ero bambino al termine delle mie vacanze sui monti dell'Appennino i segni delle sbucciature e le croste su gambe, braccia, mani non si contavano e salvo qualche disinfettata coll'alcool (e le sgridate perché ero troppo 'vivace') non si parlava di dottori e tanto meno di ospedali, fisicamente lontani e avvolti da una specie di limbo pauroso (negli anni 50 il ricovero in ospedale era equivalente grosso modo allo status di moribondo). 
D'altra parte in famiglia mio padre era orgoglioso della sua buona salute e, già piuttosto anziano, si vantava (a riprova) di esser rimasto a casa dal lavoro per malattia solo un giorno nella sua vita.
Le cose poi sono cambiate: nella cultura civile e negli apparati pubblici. Il sistema sanitario nazionale si è sviluppato, ha allargato le sue competenze, si è dato migliori strutture; è assai più vicino al sentire e alle esigenze dei cittadini;  fornisce un servizio capillare di qualità, soprattutto in certe regioni. Bisogna anche aggiungere che lo 'sport' delle pretese invalidità (risalente al dopoguerra) e delle finte malattie, ahimé, è presente e non sembra facile da sconfiggere …
Tra le tante strade che il discorso sulla sanità può imboccare ce n'è una che non mi sembra tanto battuta, perché dolente (fa tremare l'immagine dello stato sociale), anche se da tempo ha fatto capolino. In sintesi la spesa pubblica per la sanità si collega allo sviluppo della ricerca medica e delle tecnologie messe a punto: il progresso di queste favorisce la prevenzione, le terapie, la salute collettiva ma, allo stesso tempo, aumenta gli oneri cui far fronte. Per tornare a mio padre negli ultimi anni della sua vita le apparecchiature per la TAC erano installate ancora in pochissimi ospedali. Oggi non più, fortunatamente. D'altro canto l'aggiornamento delle strutture e dei laboratori medico-ospedalieri, assieme all'innalzamento della vita media, inevitabilmente comporta la crescita della spesa: fino a che punto sarà possibile questa crescita, fatti salvi la lotta agli abusi, l'eliminazione degli sprechi, la razionalizzazione ... ? E i progressi della ricerca? Non aggiungo un altro versante che si potrebbe aprire, ma che almeno un cenno lo merita, quello delle grandi ditte farmaceutiche che operano su scala mondiale e agiscono trasversalmente rispetto alle politiche degli stati.
Tornando al privato e ai ricordi, se mia madre non mancava di minacciarmi il dottore quando sfidavo il freddo per andare a giocare, rifiutavo l'olio di fegato di merluzzo, o dimenticavo la sciarpa d'inverno, la stessa casa del dottore, in campagna, era tale da colpire il mio immaginario infantile e da ribadire il mio sentire. La ricordo ancora bene. Era una villetta ai margini di un borgo seminato lungo una strada ricurva: distaccata dalle altre case era su una collinetta recintata, irta e ricoperta da una pinetina dalle piante fitte; per salire un viottolo stretto e ritorto, fatto di sassi e di irregolari scalini di legno. Mi sentivo ancor più piccolo salendo e pensando al 'dottore' che stava lassù: essere superiore, capace di aver ragione della mia bronchite, padrone dei nomi difficili delle medicine, serio e distante nell'ascoltare il mio respiro e nell'escludere la polmonite.
Il mio migliore amico al liceo era figlio di medici ed è poi divenuto dottore.
E anche oggi ho un amico dottore.

Ma nella distanza e nei grani di timore che anche oggi mi spuntano dentro in certi casi, non è difficile ritrovare tracce della collinetta che vi ho detto.