“Curare” o “Prendersi cura di…”

Ascoltare il malato per aiutare la guarigione

di Laura Ciancio

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L’hanno depositata lì, in un’ampia anticamera del pronto soccorso di un ospedale romano che svetta sul bordo del raccordo anulare. Le luci al neon del soffitto accentuano il pallore dei pazienti in attesa. Il dolore acuto a tratti si impenna. I suoi familiari sono fuori, non possono entrare. La sala e i corridoi sono affollati di gente sulle barelle. I medici sono pochi e anche gli infermieri. Portano via qualcuno e spariscono dietro porte scorrevoli. E’ nelle loro mani. Ogni tanto arriva un camice bianco o verde, la osserva, le fa un prelievo, poi se ne va. Chiede del medico. Quando è possibile, le dicono. Ore e ore di attesa. La portano a fare alcune analisi e sente gli scossoni dei dislivelli sugli ascensori e vede scorrere soffitti e controsoffitti. La esaminano con vari apparecchi. Si consultano. Ipotizzano ma non capiscono ancora. Poi la parcheggiano nuovamente al pronto soccorso. Dopo circa 24 ore di attesa la portano in un reparto, ma ancora non la operano perché è domenica e quindi se ne parla l’indomani. La notte è lunga e lei non vede l’ora che la portino in sala operatoria. Il lunedì è arrivato e quando si risveglia, intontita e con tanti tubicini attaccati, si dice che è ancora viva, sana proprio non lo può dire, salva però si. Una semplice ma pericolosa appendicite.


Definirsi malati ha spesso una valenza tutta soggettiva. Ci si può sentire tali pur non essendolo, semplicemente per attirare su si sé l’attenzione o, al contrario, ci si ammala davvero e si sente improvvisamente l’urgenza di vivere pienamente la vita, ogni giorno, ogni attimo, desiderando il ritorno alla “normalità”. E, nel momento in cui si supera l’impasse, ogni problema quotidiano si dipana attorno a un bandolo come una matassa aggrovigliata e tutto sembra meno complicato. La malattia mette al centro la propria fragilità e la propria forza al tempo stesso. Si alterna il prevalere dell’una sull’altra e fa comprendere quanto la propria vita sia un dono.

Nel nostro sistema si è andata affermando, per ragioni storiche e culturali, una visione meccanicistica della medicina, con il focus sulla malattia e sull’organo malato. L’uomo è visto come una macchina composta da un insieme di parti. Se una parte non funziona più come dovrebbe, si ripara (se possibile) e si risolve il problema. Per il momento. Sicuramente non bisogna demonizzare la medicina parcellizzata e specialistica, perché ha portato enormi benefici ai pazienti, che hanno ricevuto le cure specifiche più adeguate. Ma non viene presa in considerazione la persona nella sua globalità, non si indaga sull’origine del malfunzionamento. Ci sono un’infinità di aspetti che andrebbero approfonditi per arrivare alle radici del problema. Nella persona agiscono una moltitudine di fattori in costante equilibrio, che a un certo punto possono destabilizzarsi. Componenti genetiche, psicosomatiche, sociali, spirituali, biologiche e chimiche fanno di un essere umano un organismo complesso inserito in un determinato ambiente. E’ questo insieme che andrebbe considerato e in tal modo si avrebbe della persona una visione nella sua interezza, una visione “olistica”. La visione olistica della medicina guarda alla persona e non alla malattia, alla causa e non al sintomo, al sistema e non al singolo organo. Sarebbe interessante poter realizzare un’integrazione tra i metodi di cura occidentali ed altri trattamenti derivanti da culture che hanno affrontato la sofferenza in altri modi, considerando l’uomo nella sua globalità.

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Il ricorso alle medicine complementari e integrate è un fenomeno consolidato in tutto il mondo. Da qualche decina di anni l’agopuntura si è diffusa in Europa ed è già molto popolare negli USA, dove il National Institute o Health ha riconosciuto che “vi sono prove evidenti che il trattamento con l’agopuntura è efficace contro diverse patologie”. E’ una metodica terapeutica che fa parte della medicina tradizionale cinese e in Cina è stata spesso usata sia per curare che per anestetizzare prima degli interventi chirurgici. Qualcuno lancia strali contro di essa e ritiene che il suo successo sia dovuto soltanto all’effetto placebo. Ma anche se ancora non è del tutto dimostrata l’evidenza scientifica, è stata adottata come terapia antalgica in diversi ospedali occidentali e rimane molto apprezzata sia per gli ottimi risultati nella cura della persona sia perché non ha gli effetti collaterali che i farmaci hanno.

Il vecchio appartamento del primo piano affaccia su piazza Navona. Pazienti attendono nel salone sfogliando distrattamente le riviste stropicciate. All’entrata, su una grande bacheca, si avvisa il personale sanitario sui prossimi corsi di formazione. Le pareti sono ingombre di grandi immagini incorniciate, raffiguranti l’essere umano e le linee dei meridiani. Qualcuno le ha consigliato di andare lì. Non riesce più a dormire, la notte. L’anziano dottore non c’è, ha avuto un impegno improvviso. Quando viene chiamata, entra in una stanza luminosa dove un giovane medico sorridente, con i capelli arruffati e lo sguardo benevolo, la accoglie. Le fa tante domande, che di solito i medici di sua conoscenza non fanno. Lei è poco più che ventenne e ha perso all’improvviso la madre da pochi giorni. Si sente svuotata, frastornata e oppressa da immotivati sensi di colpa. Il medico la lascia parlare e approfondisce alcuni aspetti del racconto di lei. Dopo un lungo colloquio e un pianto liberatorio, le chiede se sia disposta a fare l’agopuntura. Alla risposta affermativa, inserisce gli aghi, spegne la luce e se ne va. E’ la prima volta e non sarà l’ultima. Esce dallo studio e attraversa la piazza con le ali ai piedi e la mente leggera. Quel macigno che la sovrastava si è magicamente dissolto.

In tanti momenti della propria esistenza si ha la necessità di un aiuto per uscire da un momento complicato e penoso. Non tutti però hanno questa possibilità. C’è chi fugge da situazioni familiari terribili, povertà e fame e soprattutto dalla violenza. L’essere malato è conseguenza di quanto ha vissuto in precedenza.

Ismail è entrato da poco ed è davanti al suo esaminatore per la richiesta di asilo. E’ giovanissimo, da poco maggiorenne. Viene dall’Africa sub sahariana ed è molto intimorito. Si siede e riesce a dire poche parole. La preoccupazione e la paura lo avvolgono completamente e gli impediscono di comunicare col mondo esterno. Intorno a lui percepisce un muro di acciaio dove le parole che arrivano rimbombano senza alcun significato. A nulla valgono le rassicurazioni di chi è lì per ascoltare la sua storia e cerca di interagire con lui tramite l’interprete. Comincia a tremare e ad affannarsi e non riesce a smettere. Ismail, partito dal Mali, è arrivato in Libia che era un bambino e chissà che fardello si portava addosso per arrivare fin là. I suoi torturatori gli hanno tagliato un dito perché non aveva soldi da dare loro. Ha avuto una malattia emorragica agli occhi che non si sa da cosa sia stata causata. I suoi occhi sono sperduti, da cervo braccato. Le mani e le braccia si irrigidiscono. Viene chiamato il soccorso che arriva con un’ambulanza e lo porta via, accompagnato dall’interprete. All’ospedale gli danno dei farmaci per calmarlo, lo tengono in osservazione e poi viene riportato al centro di accoglienza dove al momento risiede. Ismail ha visto l’orrore, come chiunque passi dalla Libia come profugo. Cercava solo una vita migliore, ma il suo sogno è stato spezzato e si sente senza futuro.

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La sofferenza e la solitudine sono i fili conduttori della malattia: di fronte al male ci si sente smarriti, spaventati, disorientati. Le implicazioni oggettive e soggettive associate ad esso dipendono dalla cultura, dall’ambiente sociale nel quale si vive, dai fatti che lo determinano. La malattia non coinvolge il malato solo a livello biologico ma è anche un’alterazione a livello psicologico. Per questo, oltre alla cura e alle modalità terapeutiche efficaci, sono necessari sostegno emozionale, incoraggiamento, premura. Per raggiungere l’obiettivo del “prendersi cura di” occorre professionalità, empatia e capacità di ascolto. Curare avendo cura, intendere la persona come unità di corpo e anima, aiutare a stare bene e a sentirsi bene.

La salute viene creata e vissuta dagli individui nella sfera della loro quotidianità, là dove si gioca, si impara, si lavora, si ama. La salute nasce dalla cura di sé stessi e degli altri, dalla possibilità di poter prendere decisioni autonome e di poter controllare la propria condizione di vita, come pure dal fatto che la società in cui si vive consenta di creare le condizioni necessarie a garantire la salute a tutti i suoi cittadini” (Carta di Ottawa, 1986).