Pippo buono

La bizzarra e gioconda vita di Filippo Neri e della sua confraternita nella Roma della Riforma e Controriforma

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    Guido Reni, San Filippo Neri

Firenze, 21 luglio 1515: nasce il secondogenito della giovane e fragile Lucrezia Mosciano e del suo ben più maturo marito, il notaio Francesco Neri, originario di Castelfranco, un paesino dell’alta Valdarno. Al piccolo vengono imposti due nomi di battesimo: il primo, Filippo, è in onore dell’apostolo. Nulla di strano, perché la famiglia Neri è molto religiosa, e mantiene una profonda devozione verso Girolamo Savonarola, il rigoroso frate domenicano arso sul rogo quasi vent’anni prima, di cui Francesco in gioventù è stato un fedele seguace. Invece il secondo nome, Romolo, risulta straordinariamente programmatico, quasi presagio del destino del futuro “Pippo buono”, che da istintivo protagonista della Controriforma cattolica trascorrerà nella città fondata dal mitologico re pastore la maggior parte del suo più che ragguardevole tempo terreno, legandosi a lei indissolubilmente, venendo teneramente amato dai suoi scanzonati abitanti, e imprimendovi il suo segno indelebile di rifondatore etico ed estetico.

Gli anni dell’infanzia e adolescenza di Filippo sono densi di avvenimenti cruciali, epocali. Nel 1517 vengono affisse le 95 tesi di Lutero sulle porte del duomo di Wittenberg: episodio che all’inizio il papa vigente, Leone X Medici, sottovaluta, derubricando le polemiche insorte tra l’agostiniano ribelle e i domenicani seguaci dell’ortodossia a semplici “beghe tra frati”. Nel 1521 Leone muore e, dopo l’austero pontificato di transizione di Adriano VI, col nome di Clemente VII ascende al soglio Giulio de’ Medici, che di Leone è cugino. Frattanto Firenze vede salire al potere, sotto la tutela del cardinale Passerini da Cortona, quelli che con disprezzo vengono definiti i due “muletti”, Alessandro e Ippolito, due giovani bastardi dei Medici. L’orgoglio dei fiorentini - a cominciare da quelli appartenenti alle famiglie più illustri, come gli Strozzi, il cui capo, Filippo, ha sposato Clarice, l’erede legittima dei Medici - è umiliato, mentre tra il popolo monta di nuovo la ribellione contro gli epigoni di una casata accusata di sfarzo e lascivia: la decadenza della loro gloriosa città diviene complementare allo sfacelo di Roma, prostrata dall'altalenante politica di Clemente VII, trascinato suo malgrado nella lotta fra Carlo V d'Asburgo e Francesco I di Francia per il predominio sull'Italia. L'esitante e sfortunata politica di Clemente coinvolge anche Firenze nel conflitto contro l’imperatore, costringendo la città a prepararsi alla difesa verso la fine del 1527, quando le sue truppe, ingrossate da italiani, spagnoli e feroci lanzichenecchi, luterani al comando del gigantesco condottiero Georg von Frundsberg, che minaccia di strangolare il papa con la pesante catena d'oro che gli pende sul petto, calano alla volta del suo territorio. Poi però, con una decisione che i fiorentini devoti vorranno frutto di intervento divino, l’armata imperiale ha un ripensamento: evita Firenze per puntare diritta e famelica contro Roma, la "nuova Babilonia", il "cadavere putrefatto”, secondo gli appellativi coniati da Lutero.

La notizia del terribile Sacco di Roma, col papa prigioniero in Castel Sant'Angelo, scuote comunque Firenze di un vento di orrore e rivolta. I "muletti”, riparati a Lucca durante la minaccia imperiale, hanno lasciato inerme la cittadinanza che ora profitta per reclamare la libertà e, ritornando ad appoggiarsi in chiave politica alla fede predicata da Savonarola, affrancarsi dalla Signoria dei bastardi medicei con la nomina a gonfaloniere del “piagnone” Niccolò Capponi – “piagnoni” è l’appellativo dei discepoli di Savonarola – il quale a febbraio del 1528 proclama Cristo unico e solo re di Firenze. La successiva liberazione di Clemente VII e la sua riconciliazione con Carlo V non spegne la determinazione dei fiorentini alla lotta: amore della libertà e radicalismo religioso si fondono in un’ostinazione eroica al punto che nemmeno l’accordo tra l’imperatore e il papa, che prevede in primo luogo la ricollocazione dei Medici al potere, né quello della Francia con l’Impero, che priva il popolo fiorentino di ogni aiuto esterno, fanno vacillare la determinazione della città dove fervono lavori di fortificazione e viene costituita la milizia nazionale sognata da Machiavelli. Prostrata dalla fame, dalle vendette e dai tradimenti, la triennale repubblica democratica fiorentina di stampo savonaroliano viene costretta alla resa solo dopo lunghi mesi di assedio, al termine dei quali, il 12 agosto 1530, Alessandro, un altro erede bastardo di Lorenzo il Magnifico, rientra nella città stremata, che vede amplificati il proprio strazio e le proprie miserie dalle repressioni medicee e dalla carestia.

Filippo, intanto, è cresciuto, come si suol dire, in grazia e bellezza. Modesto ma innatamente elegante, arguto ma privo della pungente acredine dello spirito fiorentino, propenso in maniera irresistibile all’umorismo più surreale che annienta ogni seriosità e sconvolge schemi e pregiudizi, è di fattezze talmente delicate da parere uscito da un quadro di Botticelli e di carattere felice, mansueto, benevolo, straordinariamente dolce e amorevole verso familiari, amici, estranei, animali; naturalmente versato al sorriso, al buonumore, e tanto incline al paradosso dello scherzo e della burla quanto sensibile agli incanti della natura e dell’arte. Come molti altri bambini frequenta la compagnia della Purificazione della Vergine, dove i fanciulli vengono accostati alla religione in un clima di fervore, semplicità e letizia, per l’unione della preghiera alla spontaneità delle lodi popolari (forma musicale, questa, che gli sarà assai congeniale, ispirandogli quella futura del suo Oratorio). La compagnia si riunisce nel convento domenicano di San Marco, dove ancora aleggia lo spirito del Savonarola che proprio lì aveva vissuto, e dove, per propiziare la contemplazione dei frati, il Beato Angelico ha dipinto sui muri freschi di calce dopo i rifacimenti di Cosimo il Vecchio multicolori, eteree rappresentazioni dei Misteri della vita di Cristo che rasserenano, edificano e allietano gli occhi e l’anima. L’atmosfera ardente, quieta e mistica del convento, insieme a quella accesa di passione civile, etica e ideale della città, tempreranno la pietas di Filippo donandogli un amore forte ed inesauribile per la libertà e una costante devozione alla memoria di Savonarola, la tragica cupezza ideologica del quale però volgerà in una spiritualità intrisa di luminosa tenerezza e di puro e concreto affetto per il suo prossimo.

Intorno al 1533, ancora adolescente, Filippo lascia la sua città natale, dove il clima di vendette e sospetti si è fatto irrespirabile, e dove non tornerà mai più. Affronta un viaggio solitario e avventuroso per andare a stare da un cugino di suo padre, un tal Bartolomeo Romolo Neri trapiantato da tempo a San Germano, l’attuale Cassino. Costui, agiato mercante senza figli, vorrebbe fare di lui il suo erede. Nonostante capisca ben presto che il commercio non fa per lui, Filippo resta lì forse per un anno intero, forse poco meno. E’ ben altro, in quel suo soggiorno, che lo trattiene e lo attrae: varie memorie testimoniano la sua presenza presso l'antica abbazia benedettina di Montecassino e la Montagna Spaccata a Gaeta. Probabilmente anche la suggestione di questi due luoghi di meraviglia naturale e di povertà evangelica lo aiuta a maturare la convinzione di voler rompere radicalmente con la logica del mondo per ricercare unicamente la ricchezza nella radicalità della Chiesa delle origini. Per questo nel 1534, in concomitanza con la malattia incerta e oscillante, replica metaforica dei dubbi e delle esitazioni della sua politica indecisa, ambigua e nefasta, con cui si conclude il tetro papato di Clemente VII, Filippo arriva da pellegrino a Roma. La città gli si mostra ancora profondamente sconciata dalle cicatrici del Sacco di sette anni prima: sofferente, spopolata, diroccata, piena di contraddizioni sociali, morali, religiose.

Questo 1534 è un anno denso di importanti novità buone e cattive. Si consuma con l'Atto di supremazia di Enrico VIII lo scisma anglicano; viene eletto il Paolo III Farnese, il primo papa che imprimerà una reale svolta riformista; con sei amici Ignazio di Loyola fonda la Compagnia di Gesù. Tutti questi eventi cadono in un periodo estremamente buio per la Chiesa e, di riflesso, per la città che ne è la sede politica e religiosa. E’ un periodo in cui, scriverà Cesare Baronio, lo storiografo cattolico più illustre discepolo di Filippo, autore della monumentale opera degli Annales Ecclesiastici, "il Signore parve addormentato al timone della sua barca”. Le grandi famiglie si spartiscono le cariche ecclesiastiche, i vescovi abbandonano le sedi, il clero avido e ignorante scandalizza i fedeli, disordine e violenza penetrano persino nei monasteri. Ma all’interno di questo turpe miscuglio di sacro e profano si scorgono anche i primi germi del rinnovamento, perseguito col ritorno a un ideale di vita cristiana sentito come esigenza altissima dalla parte minoritaria, ma migliore, della Chiesa anche anteriormente alla denuncia di Lutero: negli ultimi anni del XV secolo personalità carismatiche fanno fiorire nuove formazioni che cercano, sia pure nel rispetto dell’autorità ecclesiastica, di tornare all’adesione agli insegnamenti di Cristo, attuandone la carica di fraternità rivoluzionaria.

Nel 1497 il notaio e umanista Ettore Vernazza ha fondato a Genova la compagnia o Oratorio del Divino Amore, confraternita che intende promuovere e stimolare la fede attraverso la preghiera, la frequentazione dei sacramenti e il fondamentale esercizio della carità. Nel 1514 nella chiesetta di S. Silvestro e Dorotea in Trastevere nasce l'Oratorio del Divino Amore romano, attorno a cui si raccolgono Gaetano da Thiene, Gian Pietro Carafa, prossimo papa col nome di Paolo IV, il segretario e confidente del cardinale De' Medici Giberti, il vescovo umanista Sadoleto. Figure di primo piano della Roma di Leone X, costoro si spendono a S. Giacomo, l’ospedale degli incurabili, per l’assistenza ai malati di sifilide, l'AIDS del tempo; dal seno dell'Oratorio nasce poi il nuovo ordine dei Teatini, così chiamati dall'antico nome di Chieti, vescovato del Carafa. Dopo il Sacco Girolamo Emiliani, nobile veneziano, fonda l'ordine dei Somaschi, dediti alla cura degli appestati e degli orfani; Antonio Maria Zaccaria, nobile cremonese, le congregazione dei Barnabiti e delle Angeliche, primo ordine femminile senza vincoli di clausura chiamato all'apostolato diretto; nel 1533 a Brescia Angela Merici forma il primo nucleo delle future Orsoline, votate alle necessità dell'infanzia. A queste nuove realtà si affiancano le riforme di quelle preesistenti, la più importante delle quali è quella dei francescani ad opera di Matteo da Bascio, fondatore e primo superiore generale dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini.

Per l’inconsapevole umanista Filippo l’incontro con Cristo si fa tutt’uno nell’incontro con Roma, splendida e miserabile, depositaria della memoria monumentale della fede e crocevia di opulenze, dissolutezze, dolori, povertà. In mezzo alla sua umanità variamente bisognosa egli trova immediatamente il suo posto, la sua dimensione. Entrato da pellegrino, diventa subito residente a Piazza Sant’Eustachio, da Galeotto del Caccia, un fiorentino direttore della dogana di terra, come precettore dei suoi due figli, Michele e Ippolito. Vive lì come un eremita, in una cameretta spoglia come una cella, sostentandosi col suo compenso di un rubbio di grano l’anno (poco più di 200 kg) passato direttamente al fornaio del quartiere che gli dà in cambio una pagnotta al giorno, suo unico pasto sbocconcellato talvolta insieme a un po’ di olive. Nel frattempo intraprende gli studi di filosofia presso il vicino ateneo agostiniano, lo stesso che aveva ospitato Lutero al tempo del suo soggiorno romano, e quelli di teologia all’Archiginnasio, poi chiamato Sapienza. La permanenza dai Caccia gli consente una grande libertà che lui sfrutta per la conduzione di un’esistenza ascetica, contemplativa, errabonda, fatta di frequenti digiuni e di notti in bianco passate in preghiera, o in letture al chiaro di luna di testi sacri, in conversazione coi mendicanti sulle scalinate o sotto i portici di qualche chiesa, in lunghe estatiche visite alle amatissime catacombe di San Sebastiano, oppure nell’epico giro delle Sette Chiese, ardua e faticosa circumnavigazione devozionale del più ampio perimetro della città che tocca le quattro basiliche maggiori e le tre minori, con partenza dall’ancora incompiuta San Pietro e arrivo a Santa Maria Maggiore dopo le tappe intermedie di San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo.

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Piazza della Chiesa Nuova

Nel 1537 lascia gli studi: la sua intelligenza portentosa e creativa non è fatta per la sistematicità e la sua indole mistica e passionale mal sopporta le briglie di un sapere esclusivamente razionale. Regala tutti i suoi libri a Francesco Sirleto, giovane promettente in gravi difficoltà economiche, il quale, senza mai sciogliersi da un vincolo di profonda devozione e amicizia per il suo benefattore, divenuto cardinale sarà uno dei maggiori attori del Concilio di Trento, e si aggrega alla compagnia di Santa Maria del Popolo e di San Giacomo, affiancandosi nella cura degli ultimi anche ai gesuiti, che frequenta sin dal loro arrivo a Roma, nel 1538, con interesse e ammirazione. Però si aggira anche per la via de’ Banchi, sorta di City dell’epoca, sede delle prosperose banche fiorentine che tengono saldamente in mano l’economia romana, rivolgendosi ai giovani impiegati figli di famiglie ricchissime, brillanti, baldanzosi e arrivisti, col suo sorriso attraente e la sua unica, allegra esortazione: “Quand’è che cominciamo a fare un po’ di bene?”

Il suo primo decennio a Roma Filippo lo passa tutto così, tra soprassalti di furiosa esaltazione spirituale che lo squassano fisicamente e continua ricerca del contatto umano, equamente spartita tra la pratica di cura dei sofferenti e quella di conversione religiosa degli abbienti, mentre comincia a diffondersi la fama di quel giovane predicatore bello e ispirato come Gesù. Il suo ascetismo, che egli, saldamente ancorato alla terra da uno schietto amore per gli uomini in carne ed ossa e da un’istintiva diffidenza verso visioni e visionari, vive peraltro con pudore e ritrosia, tocca parossismi che alimenteranno lungo l'intero arco della sua esistenza racconti di prodigiosità soprannaturali: estasi violente e prolungate che lo struggono fino a fargli implorare “basta, basta”, commozioni dirompenti, calori che lo costringono in giro senza giubba anche in pieno inverno, levitazioni e palpitazioni che fanno sussultare le pareti delle stanze e gli altari delle chiese; apparizioni di angeli, Gesù bambino, Madonna e santi del Vangelo; la sua proverbiale lotta contro il demonio; preveggenze e atti miracolosi, a cominciare dall’episodio della vigilia di Pentecoste del 1544, quando, racconta il suo biografo secentesco Bacci, mentre prega nelle catacombe, “apparve al divoto uomo un globo di fuoco, il quale poi entrò per la bocca nel petto; onde in un subito soprapreso da un così gran fuoco d’amore, che non lo potendo soffrire, si lasciò cadere in terra, e a guisa di uno che va cercando refrigerio, si slacciò dinanzi al petto per temperare in parte quella gran fiamma che vi sentiva: ma stato così per un poco, e refrigeratori alquanto, levatosi in piedi, sentissi ripieno d’insolita allegrezza; ed immediatamente tutto il suo corpo cominciò a sbattersi con moto e tremore grandissimo. Mettendosi poi la mano in petto, si trovò dalla banda del cuore un tumore alla grossezza di un pugno, non vi sentendo dolore, né puntura di sorte alcune, né per allora, né mai”: frangente in cui gli si sarebbe dilatato il cuore, e che trova una qualche corrispondenza nella testimonianza di medici del rinvenimento, alla sua morte, di un grosso rigonfiamento sul suo petto, dovuto alla rottura di due costole superiori, piegate ad arco e mai rinsaldate.

Nel 1547 Filippo si sceglie come confessore e padre spirituale Persiano Rosa, sacerdote buono e semplice molto in sintonia con lui. Intorno ai due si raduna una piccola schiera di fedeli che amano pregare in comune, ritrovarsi per parlare insieme della loro fede in tranquillità, e confessarsi e comunicarsi frequentemente, cosa per i tempi assai insolita. Il 16 agosto 1548 questo gruppetto decide di costituirsi nella confraternita della SS. Trinità, simile nell’impegno della carità e dell’assistenza alle molte altre già formate fin dalla fine del secolo precedente. La sua prima sede effettiva, ottenuta poco prima del 1550, è la chiesa di San Salvatore in Campo. Qui i confratelli si radunano per espletare, tra le varie devozioni, quella delle Quarant’ore, forma di adorazione dell’Eucarestia protratta per il tempo trascorso, secondo tradizione, da Cristo nel sepolcro prima della Resurrezione, divisa in turni di veglia che Filippo si fa tutti, suonando il campanello che scandisce la fine tra un turno e l’altro e predicando nel mezzo. Un giorno vengono a sentirlo parecchi dei cassieri ed argentieri di via de’ Banchi, con l’intenzione di burlarsi dell’umile predicatore di strada che si è “montato la testa” e ora pretende di parlare in nome di Dio accanto all’altare, restando invece, manco a dirlo, colpiti e commossi dalle sue parole. E’ in effetti alquanto insolito, e persino pericoloso, in tempi di sospette eresie e di inquisizioni, che un laico predichi in chiesa, e per di più durante le ore di adorazione. Il fatto che gli venga consentito senza opposizioni dà la misura della fama di santità acquisita dal giovane Neri anche presso i vertici ecclesiastici. Anche lui avrà i suoi problemi con le gerarchie, più avanti, quando il suo seguito sarà divenuto talmente imponente da indurre un paio di pontefici a farlo mettere sotto esame dall’Inquisizione con l’accusa di settarismo, se non di eresia: esami da cui però lui e il suo apostolato usciranno sempre indenni. E in realtà le sue, più che prediche, sono dialoghi di confronto senza pretese, attraverso i quali, come un novello Socrate, Filippo attua la sua personale maieutica, facendo emergere dentro le anime la fiamma della spiritualità cristiana.

Per il Giubileo del 1550 la confraternita della SS. Trinità decide di occuparsi dei pellegrini più soli, sperduti e bisognosi, e cambia perciò nome in confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini. Quando Giulio III Del Monte, succeduto dopo un lunghissimo conclave a Paolo III, apre finalmente, il 24 febbraio, la porta santa di San Pietro, per la prima volta i “romei” hanno chi li attende per ospitarli e guidarli. Alla fine dell’Anno Santo un’altra ispirazione colpisce Filippo: la necessità di ricoverare ed occuparsi dei poveri infermi usciti in condizioni precarie dagli ospedali. A questa terza impresa corrisponde un’ulteriore aggiustamento della denominazione della confraternita, che diventa della SS. Trinità dei Pellegrini e dei Convalescenti. Nel 1555 il nuovo pontefice Paolo IV concede alla confraternita la chiesa di S. Benedetto alla Regola, che da essa prende il nuovo nome, rimasto immutato fin ad oggi. Durante il Giubileo del 1575 la SS. Trinità, supportata in una gara di carità da nobili, cardinali, gentildonne, ospiterà qualcosa come 135.000 pellegrini, e non interromperà fino alla fine del secolo XIX l’attività ospedaliera. Là morirà, nel 1849, il ventenne garibaldino Goffredo Mameli, ricoverato con una gamba amputata dopo il ferimento durante i combattimenti del Gianicolo.

Subito dopo la fine del Giubileo del 1550 Persiano Rosa riesce finalmente a convincere l’ormai trentacinquenne Filippo, recalcitrante per una sorta di reverenziale timore nei confronti della missione sacerdotale, ad entrare a far parte del clero. Dopo il suo assenso tutto si compie rapidamente, e il 23 maggio 1551 egli celebra la prima messa nella chiesetta di S. Tommaso in Parione, a pochi passi di distanza dal luogo dove, decenni dopo, sorgerà la sua Chiesa Nuova.

Appena ordinato sacerdote Filippo va a vivere con Persiano Rosa nel convento di San Girolamo, alla fine di Via Monserrato, negli immediati pressi di Piazza Farnese. Lì il suo mentore dimora in una piccola comunità di sacerdoti secolari, cioè non appartenenti a una congregazione, vincolati solo dal voto di castità. Per le esigenze del nuovo presbitero, a cui l’innato e persistente senso di libertà induce ripugnanza di appartenere a un qualsiasi ordine religioso che regolamenti la sua vita di assoluta dedizione a Dio, un posto così, senza obblighi di vita comunitaria nemmeno in occasione dei pasti, è talmente perfetto da spingerlo a restarci per trentadue anni, e allontanarsene quando ormai non può più farne a meno con rimpianto. Quell’ambiente sereno, che riflette la pace del suo animo dopo l'esito della sua scelta, viene ben presto invaso dai tanti che attira a sé. La sua decisione di dedicarsi fin dal principio del suo mandato sacerdotale anima e corpo ad amministrare il sacramento della confessione produce infatti in breve tempo file talmente lunghe davanti al suo confessionale che i penitenti cominciano a cercarlo all'alba o a notte inoltrata anche nelle due stanzette dove abita. La sua manifesta, festosa tenerezza, quella sorta di sua straordinaria chiaroveggenza capace di imporsi su ogni vergogna o imbarazzo, il suo modo burlesco di rassicurare gli assistiti contro le tentazioni del demonio, che vengono esortati a mandare “da quella bestia di Filippo” o “da quel porco di Filippaccio” dove avrà quel che merita, la sua moderazione nell'impartire penitenze, attirano le anime in pena come il miele attira le mosche. Anime che Filippo non si contenta di assolvere, ma di cui si prende cura totalmente, accogliendole nella sua cameretta dove, seduto sul letto, parla fraternamente con loro di fede, della vanità delle cose del mondo, della bellezza della virtù. In questi incontri di meditazione e preghiera, spontaneamente, ha la sua genesi e il suo sviluppo, dapprima impercettibile e poi irresistibile, l’aggregazione dell’Oratorio, autentica, geniale creazione pastorale priva di ogni strategia, fondata solo sulla sincera passione che Filippo, uomo dell’incontro per antonomasia, prova per ogni persona a cui si avvicina. La crescente affluenza di partecipanti porterà dapprima a riempire la seconda cameretta e più tardi ad occupare uno stanzone sopra la navata destra della chiesa che funge da granaio, finché a un certo punto, divenuti i frequentatori moltissimi, dal granaio bisognerà scendere nella chiesa. Nella riunione pomeridiana più affollata si fa il “ragionamento sul libro” partendo dallo spunto di un testo devoto per una forma dialogica di catechesi. Tra i testi più usati ci sono i Cantici spirituali di Jacopone da Todi, le vite dei beati, le lettere inviate dai gesuiti all’India ai loro confratelli. Al termine si cantano le laudi in volgare nella tradizione fiorentina di San Marco. Oltre al “ragionamento”, questo dialogo familiare di domande e risposte chiuso da una spiegazione e un’esortazione fraterna di Filippo, ci sono le uscite di gruppo per le strade di Roma, le visite a qualche chiesa; nei giorni festivi, dopo la Messa, l’assistenza agli infermi e ai miserabili, la questua per i poveri a viso scoperto. E poi le riunioni di preghiera serale, la penitenza della disciplina comune. Nella bella stagione dopo i vespri, se il tempo lo permette, si prolunga l’Oratorio all’aperto: fra le rovine delle terme di Diocleziano, nelle vigne dei Mattei, oggi Villa Celimontana, e dei Crescenzi si fa merenda e, mentre Filippo prega o legge, i giovani giocano nella luce del tramonto romano.

Dal giovedì grasso del 1552 prende il via l’usanza del “carnevale cristiano”, la risposta che Filippo e i suoi danno ai disordini e agli eccessi di quei giorni. Si tratta del solito giro delle Sette Chiese, compiuto però in gruppo, lietamente, tra canti e litanie, come una scampagnata fuori di porta, dapprima in un sol giorno e poi, coll’aumento esponenziale dei fedeli, che arriveranno a contarsi in varie migliaia, in due. La melodia caratteristica della processione è il famoso Canto delle vanità: sedici strofe su note semplici e ripetute dove si afferma coralmente la biblica vanitas vanitatum, che nonostante il tema tutto è meno che un canto drammatico e cupo, ma anzi, ha una sua gioiosa vena di follia ed esaltazione come in ogni autentico trionfo carnevalesco:
“Vanità di vanità/ogni cosa è vanità/tutto il mondo e ciò che ha,/ogni cosa è vanità./Se del mondo i favor suoi/t’alzeran fin dove vuoi/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./Se regnassi ben mill’anni/sano, lieto e senz’affanni/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./ Se tu avessi d’ogni intorno/mille servi, notte e giorno,/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./Se tu avessi più soldati/che non ebbe Serse armati/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./Se tu avessi ogni linguaggio/e tenuto fossi saggio/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./ Se starai con tutti gli agi/nelle ville e ne’ palagi/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./E se in feste, giochi e canti/passi i giorni tutti quanti,/alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./Sazia pur tutte tue voglie/sano, allegro e senza doglie./Alla morte che sarà?/Ogni cosa è vanità./Dunque a Dio rivolgi il cuore,/dona a Lui tutto il tuo amore:/questo mai ti mancherà,/tutto il resto è vanità.”

Nel successo dell'Oratorio deve rilevare il ruolo fondamentale della musica. Una nutrita schiera di rappresentanti di quell'arte si legano all'esperienza oratoriana ponendovi a servizio le loro doti: così, cantando e suonando i loro strumenti, trasformano spontanee manifestazioni di fede in veri e propri concerti. Frequenteranno fervorosamente l'Oratorio compositori di rilievo come il fiorentino Giovanni Animuccia, a cui si devono molteplici laudi appositamente composte e poi raccolte in tre volumi, e i musicisti spagnoli Francesco Soto, cantore della cappella pontificia che nel 1571 entrerà nella prima comunità filippina di San Giovanni dei Fiorentini, e Tommaso Ludovico da Vittoria, cappellano di San Girolamo fino al 1585. Legatissima a Filippo da viva riconoscenza per diverse guarigioni operate per sua intercessione è l’intera famiglia Arnerio: Maurizio, virtuoso di trombone e i suoi tre figli tutti musicisti; Massimo, cantore del papa e suo genero Sebastiano, il quale, assieme a Gaspare Brissio, musico di cornetta, e al trombettiere Fabio de Amatis, altri discepoli dell'Oratorio, forma la guarnigione musicale di Castel Sant’Angelo quasi al completo. Il cantore papale Orazio Griffi, che frequenta l’Oratorio per quarantacinque anni, nella prefazione a una raccolta di composizioni scrive: “Beato Filippo… per raggiungere gli scopi voluti dal tuo zelo e per attirare i peccatori mercé una dolce ricreazioni dei santi esercizi dell’Oratorio, tu ricorrevi alla musica e facevi eseguire canti sacri in coro: così la gente veniva trascinata dai canti e dai sermoni al bene della propria anima. Taluni frequentavano l’Oratorio soltanto per la musica, ma poi si fecero via via più plasmabili e sensibili alle esortazioni spirituali e finivano per convertirsi a Dio con grande fervore.”

Le schiette e travolgenti esperienze di condivisione fraterna dell'Oratorio attirano persone di ogni ceto sociale (non solo laici: perfino gli austeri domenicani della Minerva affidano a padre Neri più volte i novizi perché vadano con lui in qualche luogo ameno a passare una piacevole giornata venendo ammaestrati nelle cose di fede con la sua dolcezza), tra cui molti giovani di belle speranze provenienti dalle numerose corti romane, parecchi dei quali avranno poi ruoli di primo piano nella Chiesa della riforma tridentina. Tra costoro spicca uno dei discepoli prediletti, assieme a Cesare Baronio: Francesco Tarugi, cugino di terzo grado di Giulio III e suo cameriere d’onore, pronipote di Angelo Poliziano, figlio di un erudito uomo di legge, senatore e conte romano. Ma subito appresso, a dimostrazione dell’imparzialità dell’amore di Filippo Neri non solo per gli esseri umani di ogni lignaggio senza alcuna distinzione, ma per tutte le creature, bisogna menzionare anche Capriccio, il cane del cardinale di Santa Fiora, che, avendo una volta seguito per caso un prete che rientra a San Girolamo, appena assaggiate le festevoli carezze di Filippo non vuole più abbandonarlo, mantenendo per quattordici anni una devozione assoluta per lui e con lui dividendo la camera spoglia. Pare che il cardinale, celiando ma non troppo, commenterà, tra il piccato e il rassegnato, “non gli basta portarmi via gli uomini, ora si è messo a portarmi via anche i cani”.

Nel 1562 Filippo è invitato dai suoi concittadini a reggere la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Dopo varie esitazioni e la provvida guarigione da uno dei gravi malanni che costelleranno la sua lunga vita, nel 1564 accetta, suo malgrado, riservandosi però di continuare ad abitare in San Girolamo. Chi mandare allora ad installarsi nella parrocchia per aiutarlo a curare l’impegnativo ministero assunto? Filippo pensa subito ai suoi più cari figli spirituali: Cesare Baronio, Alessandro Fedeli e Giovanni Francesco Bordini sono i primi a cui chiede di diventare sacerdoti. Nasce così, nel più autentico spirito filippino, cioè senza alcuna precisa programmazione, la prima comunità di preti secolari legata a Filippo Neri. L’affiatato gruppo porta avanti fruttuosamente il ministero nella chiesa dei Fiorentini e nel contempo resta unito al Neri nella quotidiana esperienza dell’Oratorio in San Girolamo. Tra le due chiese è così tutto un andare e venire: e tutte le volte che Filippo va a dir messa e a confessare a San Giovanni, o che i cappellani vanno a San Girolamo, Capriccio accompagna scodinzolando euforico questi trasferimenti in un bizzarro e giulivo corteo di preti e cane.

Seguono alcuni anni duri, in cui il suo operato finisce sotto osservazione per la diffidenza di Pio V Ghisleri. Le incomprensioni tra i filippini e l'inflessibile papa domenicano sono così pesanti da far venire a un certo punto al Neri venire la tentazione di accogliere l'invito del suo grande e potente amico, il cardinale Carlo Borromeo, di trasferirsi a Milano per ritrovare un po' di pace. Ad aggravare la situazione ci sono le preoccupazioni per la salute dei suoi figli, in particolare per le precarie condizioni fisiche di Cesare Baronio, e alcune incompatibilità insorgenti fra l'esperienza dell'Oratorio e il servizio pastorale alla Chiesa dei Fiorentini, Soprattutto in merito all'ultima questione Filippo sente che è giunto il momento di cercare un luogo indipendente in cui poter condurre in tutta libertà il suo apostolato. E, passata la tempesta, l'occasione propizia arriva il 15 luglio 1575, giorno in cui il nuovo pontefice Gregorio XIII Boncompagni, che con Filippo ha invece grande confidenza tanto da ritenerlo il suo consigliere di fiducia, nella bolla Copiosus in misericordia riconosce nel cenacolo sacerdotale filippino una Congregazione di preti e chierici da chiamarsi "dell'Oratorio" e le assegna la piccola chiesa di Santa Maria in Vallicella.

Sita nell'area di grande rilievo storico del Tarentum, la chiesetta trae il nome dal modesto avvallamento su cui si sarebbe esteso l'antico edificio sacro, forse risalente al pontificato di Gregorio Magno, ed è arricchita dalla prsenza di una venerata icona della Vergine. Ma la situazione complessiva dell'edificio, per metà interrato, ridotto quasi a un rudere, è disastrosa. Si decide, secondo il costume del tempo, di abbattere la chiesa e ricostruirla. Il cantiere viene aperto a meno di un mese dalla bolla pontificia di assegnazione, e l'intervento di rasatura al suolo della vecchia area absidale viene condotto con tale solerzia che già il 17 settembre il cardinale Alessandro De' Medici, arcivescovo di Firenze e futuro papa, può presiedere la cerimonia di posa della prima pietra. Filippo segue passo passo i lavori: fa allargare il perimetro dell'edificio rispetto alla pianta una volta, e poi un'altra, finché non emerge un'antica muraglia romana, sulla quale, con grande risparmio economico, verranno issati il fianco sinistro e parte del prospetto di quella che verrà chiamata "Chiesa Nuova". Dice che ha fatto un patto con la Madonna di non morire finché la chiesa non sarà coperta.

Sessant'anni separano il Filippo giovane, povero e solitario che entra a Roma nel 1534, dal "Pippo buono" che all'alba del 26 maggio 1595 muore nella sua Chiesa Nuova coperta ma ancora in costruzione, circondato dal commosso affetto dei suoi figli e dell'intera cittadinanza. Sessant'anni in cui si è attuato il passaggio dal Rinascimento al Barocco, che particolarmente nell'opera del Caravaggio tanto sarà debitore alla straordinaria intuizione umanistica filippina, e tanto caratterizzerà la città eterna rifiorita. Sessant'anni in cui Roma è divenuta cosmopolita, internazionale, e che, anche grazie alla gaudiosa, incisiva presenza di quest'uomo giulivo e bizzarro tra le sue mura, ha cambiato volto. Filippo Neri l'ha scelta, vissuta, prediletta e curata come la sua terra di missione, "le sue Indie", secondo il motto che è andato sempre ripetendo ai suoi discepoli: "Attendete a Roma,ché chi fa il bene a Roma, fa bene a tutti e per tutto il mondo!" E nella città, per tutta risposta, il 12 marzo 1622, giorno della canonizzazione di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa D'Avila, Isidoro e Filippo, corre di bocca in bocca la voce che il papa ha canonizzato "quattro spagnoli e un santo". Le sue spoglie restano nella Chiesa Nuova, il suo spirito resta nella città per sempre.