Lotta per il potere

Conflitto mortale tra due fratelli

di Ciccio Schembari

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    Giovanni Silvagni, Eteocle e Polinice

Le due tragedie, "Le Fenicie" di Euripide e "Sette contro Tebe" di Eschilo, in rappresentazione quest’anno al Teatro Greco di Siracusa, raccontano che Edipo, appresa la verità di avere, inconsapevolmente, ucciso il padre e sposato la madre Giocasta da cui ha avuto quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene, si acceca. I figli, Eteocle e Polinice, lo nascondono e il padre, offeso e adirato, li maledice: «in lotta per il potere vi darete la morte a vicenda». Eteocle e Polinice per sfuggire alla maledizione decidono di alternarsi nel governo di Tebe, ma, dopo il primo periodo, si accende il conflitto in quanto Eteocle non cede il potere a Polinice e lo caccia via dalla città. Polinice riesce a costituire un esercito e, armato, marcia contro la sua stessa città e la sua stessa gente. I due fratelli, nonostante la mediazione della madre Giocasta, sono incapaci di trovare una soluzione creativa che andasse bene ad entrambi e portasse alla convivenza fraterna e pacifica. Questa incapacità sfocia nel duello mortale per entrambi avverando la maledizione di Edipo. La lettura delle due tragedie e la visione della loro rappresentazione mi hanno richiamato il conflitto attuale, in questa città globale quale è il mondo di oggi, tra i due popoli fratelli dell’Africa e dell’Europa, nonché l’incapacità, oggi come ieri, di trovare una soluzione fraterna e pacifica. C’è un dialogo, ne "Le Fenicie", che sembra scritto proprio per raccontare la situazione attuale, lo ripropongo con la speranza e con l’augurio che la storia non s’abbia a ripetere.

Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell'arte della guerra.

Isaia 2,4

Si cunta e ssi-rratacunta che c’erano due fratelli. Uno era nato e viveva in Africa e l’altro in Europa. Come fu, come non fu, fatto sta che l’africano era combinato malamente: mangiare poco e magari niente, tribolazioni invece assai e di ogni tipo. L’europeo invece stava bene: man-giava tre volte al giorno e magari quattro, piaceri assai e di ogni tipo e le tribolazioni giusto quelle che la vita non può fare a meno di presentare.
Un giorno l’africano, che di nome faceva Polinice, intraprese un viaggio periglioso e andò a trovare il fratello europeo che di nome faceva Eteocle.
POLINICE: Eteocle, fratello mio, sono venuto per ricordarti che anch’io sono figlio della nostra Madre Terra e anch’io ho diritto a stare bene come te. Per secoli sei venuto in Africa a depredare, hai preso tutto quello che hai voluto: oro, diamanti, legno, petrolio, coltan, metano e c’è stato anche quando ci hai portato via i nostri giovani, li catturavi come bestie, li hai fatti schiavi e ti sei arricchito col loro lavoro.
Ora io sono qua per rivendicare la mia parte di benessere. Non vengo per vendicarmi, no. Non voglio che tu soffra le pene che ho sofferto e che sto soffrendo io, voglio solo star bene come stai tu.
ETEOCLE: Le cose non stanno come dici tu. Se tutti avessero avuto lo stesso progresso, tutti avrebbero gli stessi beni e la stessa agiatezza. Ma così non è. Io ho l’intelligenza, la scienza, la tecnologia, le armi, il potere e perciò mi godo gli agi che tutto questo mi dà e non ho intenzione alcuna di dividerli con chicchessia. Sarei stupido a rinunciare al molto per accontentarmi del poco.
E non credere di mettermi paura con i miserabili che mandi con i barconi e con i pazzi esaltati che seminano bombe e terrorismo nel nome di Allah. Schiaccerò loro la testa come serpenti. Perciò non coltivare pensieri strani e stattene quieto dove sei.
MADRE TERRA (Giocasta): Eteocle, figlio mio, perché tutta quest’ambizione di accumulare potere e ricchezze? Hai accumulato beni che non puoi neanche consumare e ancora ne cerchi e non ti accorgi che ti tolgono la serenità, ti travagliano la vita e ti avvelenano l’aria, il corpo e l’anima. Sei schiavo della tua incontrollabile bramosia.
La fratellanza e la giustizia danno invece pace e serenità e fanno vivere felici.
E tu Polinice, figlio mio, questa tua venuta è pura follia. Hai speso tutti i risparmi tuoi e della tua famiglia per un viaggio terribile: sei stato fatto schiavo, sfruttato e violentato e c’è chi ci ha perso la vita. Hai lasciato il paese dove sei nato e cresciuto, i tuoi affetti, le tue tradizioni, il cielo che baciavi, la terra che toccavi e che ti cantava nelle mani. Per cosa? Per cercare erba non nata! Ora sei qua costretto all’elemosina, sputato come un cane, venduto all’asta e ti chiamano terrone, zingaro, piedi fitusi mentre i tuoi figli, tua madre e le tue sorelle contano i giorni con gli occhi bagnati.

 

img Una scena di "Sette contro Tebe"


Figli miei: giudizio e responsabilità. Trovate un accordo, con giudizio e responsabilità.
CORO: Tu Ares dio della guerra e voi dei della terra, che fate tanto patire. Voi che siete i padroni del mondo. Voi che potete tutto. Voi che decidete cosa, come e dove produrre e distribuire i beni di consumo. Voi che producete armi per miliardi e miliardi. Voi che scatenate guerre facendo scannare tanti poveri innocenti. Voi che avete accumulato immenso potere e immani ricchezze, ognuno di voi ha più ricchezze di milioni e milioni di persone messe assieme e non siete ancora sazi. Voi sapete che le risorse della Madre Terra sono limitate, eppure cercate ancora ricchezze e, per averle, seminate guerre, bombe, fame, sete, sofferenze, pianto e morte. Voi come potete dormire sonni tranquilli? Come potete abbracciare i vostri figli? Come potete camminare tra gli uomini buoni senza essere schiacciati e crocifissi al muro?
Perché siete schiavi della brama di sangue e di morte? Perché, perché?
Perché invece non coltivate la bellezza, la poesia, l’arte, la musica, la danza, l’allegria la fratellanza? Perché invece di seminare fame e morte non fate tutti gli uomini fratelli? Ascoltate le parole del poeta.
"Ascoltami, parlo a te stasera e mi pare di parlare al mondo. Ti voglio dire non mi lasciare solo in questa strada lunga che non finisce mai e ha i giorni corti.
Ti voglio dire che quattr’occhi vedono meglio; che milioni d’occhi vedono più lontano, e che il peso diviso nelle spalle diventa leggero.
Ti voglio dire che se tu ti appoggi a me e io mi appoggio a te non possiamo cadere neanche se una tempesta ci rincorre a ventate.
Non abbassare gli occhi che non è vero mai che sei diverso da me che allungo le braccia e ti chiamo fratello e ti voglio amico a tavola con me. Ti voglio amico a tavola con me.
Gli uccelli volano a stormo, cantano a stormo, un canto solo è lamento e muore nell’aria.
Uno non fa numero, siamo nati per cantare insieme e non per lasciare eredità di lacrime e repetio di lamenti.
Io non dormo sonni sereni tu non dormi sonni sereni, e mi risvegliano grida di guerra e lamenti sbattuti alla finestra.
Mi sto confessando. . .Chi mi assolve? Chi ti assolve? La storia no, se possiamo fare la guerra pace, il pianto gioia, la schiavitù libertà, l’odio amore, e non lo facciamo; e se l’alba di pace che aspetto ogni giorno, con gli occhi di orbo, piove sangue.
Ti voglio dire non mi lasciare solo che se tu ti appoggi a me e io mi appoggio a te non possiamo cadere. Uno non fa numero, siamo nati per cantare insieme". [Da "Nun mi lassari sulu" di Ignazio Buttitta]