Fiume (Canto blues in due tempi)

La fratellanza non è solo un fatto di sangue

di Ester Procopio

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Per il numero di settembre ho deciso di proporre una mia poesia scritta il 16 luglio (di quest’anno, ovviamente); si tratta di un canto blues senza melodia:

 

Il fiume (canto blues a due tempi)

Il fiume, limpidità veloce
(se ne perde
il canto
nella campagna…)
un cielo di cristallo
(è bianco e slavato da far paura).

La bara è lenta
procede lenta lenta
nella processione:

- Ciao zia
chissà come stai lassù!
Qui c’è il tuo fiume
è ancora qui,

la felicità era un rumore ineffabile
ma stava sul mio cuore
chiuso
(mi si dibatte qui e lì)
libellula o acqua sorgiva -.

Silenzio
sto in silenzio ora
caparbiamente
il rumore
si fa interno
fa capriole
il montuoso stambecco
sussulta
il villano dei paesi
luce in cono d’ombra
rischiara e incombe.

Il fiume è gente, volti
mani che si congiungono
oranti, umanità irriflessa
sbiadita nei pensieri:

un giorno
altra gente accorrerà dai tetti
dai cenacoli in comunione
si leveranno tovaglie, piatti
e chi chiamerà, chi pregherà
piangendo
il letto del fiume sarà
obliata memoria di me.

 

Ho impiegato una serata a scrivere questa poesia, ma diverse settimane per limarla e far uscire – per così dire - dalla pietra inerte anche solo la parvenza d’una forma. Nel mondo letterario vigerebbe una regola non scritta che impone ai poeti di non auto-commentarsi, io però voglio cercare di raccontarvela attraverso piccole impressioni – non spiegarla quindi, solo suggerirla – perché il suo stile è un poco ermetico (e non a caso, siccome in quel periodo studiavo “ermetici” come Montale o Quasimodo).
Il tema del mese – la fratellanza – non le è estraneo, anzi, in un certo senso è anche il suo tema: il fiume infatti è stato lo spunto poetico (mi trovavo seduta accanto a un fiume quella sera) – citando Eliot si può dire che sia stato il suo correlativo-oggettivo – ma esso è un simbolo, e non un simbolo univoco.
Il fiume rappresenta sia sé stesso, è il fiume che accompagna il corteo della processione funebre (chi non ricorda il celebre verso virgiliano, dedicato alla morte del nipote di Augusto, Marcello?: «o a quali esequie assisterai, Tevere, / quando il recente tumulo ti scorrerà accanto!» ),[1] è poi il simbolo del tempo che scorre, il panta rei e infine è il fiume di gente, il corteo stesso, è fratellanza d’amore che si raccoglie intorno alla morte.

Questo tipo di fratellanza mi ha ispirata: noi esseri umani siamo sempre così divisi su tutti i fronti, ma di nuovo insieme e uniti nel momento della morte di un amico o un parente o semplicemente di “uno di noi” nel quale sappiamo immedesimarci. Mi ricorda la scena chiave del pregevole film di Ozpetek “Saturno contro” in un cui i protagonisti riscoprono una fortissima volontà di vivere e resilienza reciproca quando devono fare i conti con la morte dell’amico Lorenzo, nell’obitorio dell’ospedale .[2]
Non è in fondo con la celebrazione rituale della morte e la sepoltura in un luogo di pubblica memoria che l’uomo è passato dallo stato di natura a quello, più evoluto, della civiltà, come ricorda Foscolo ne “I sepolcri”?: «dal dì che nozze e tribunali ed are / dier alle umane belve esser pietose / di sé stesse e d’altrui, toglieano i vivi / all’etere maligno ed alle fere / i miserandi avanzi che Natura / con veci eterne a’ sensi altri destina».

Fratellanza non è solo legame di sangue, ma consapevolezza di essere legati dal medesimo destino, di far parte – tutti quanti – dell’umanità. Quanto non paiono piccoli i litigi e stupidi i razzismi di fronte a questa consapevolezza? Non è un caso che Siddharta si sia seduto ad ascoltare lo scorrere di un fiume e, lì, abbia trovato l’illuminazione di una vita.  

 

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[1] Eneide, canto VI. In latino «vel quae, Tiberine, videbis / funera, cum tumulum praeterlabere recentem»; ho tradotto a memoria.

[2] Scena ripresa in “Baciami ancora” di Muccino, sequel de “L’ultimo bacio”.